domenica 24 aprile 2016

Oltre le barriere

23/04/2016 Sabato

Sto attraversando l'Europa con un biglietto Interrail. Il treno Amburgo-Copenhagen viene fatto salire su un traghetto per l'attraversata di un breve tratto di mare che separa Germania e Danimarca. C'è il sole e tanta gente è seduta all'aperto sul ponte della nave, intenta a godersi il paesaggio o a fumarsi una sigaretta. A un certo punto un grosso gabbiano vira dal mare proprio verso di noi, sfiorando le teste di una coppia di ragazzi seduti di fronte a me e puntando dritto verso un signore in piedi poco più avanti. Sembrerebbe che voglia appollaiarsi sulla sua spalla, ma in realtà quello che gli interessa è il gelato che sta nella sua mano. Il signore, un po' perso a guardare il mare e in chissà quali pensieri, non si è accorto del gabbiano ma evidentemente percepisce il contatto o la presenza di qualcosa perché si volta di scatto in direzione della propria mano. Ormai però il furto è stato compiuto, il ladro è stato veramente fulmineo...che agilità ! Dovreste vedere la faccia del signore mentre guarda incredulo la propria mano vuota e accenna un'ironica protesta, avviandosi poi verso l'interno della nave (per comprare un altro gelato forse, o semplicemente per uscire di scena dal teatrino di cui è involontariamente diventato protagonista). Ovviamente l'accaduto suscita l'ilarità generale e all'improvviso il ponte della nave si riempie di risate, che curiosamente diventano contagiose e, a intermittenza, si protraggono abbastanza a lungo (sebbene la maggioranza dei presenti non si conosca e sia costituita da "impassibili" nordici)! 




Questa atmosfera "distesa" dura però solo pochi altri minuti, infatti l'attraversata è quasi terminata ed è ora di risalire sul treno. Questo, appena sceso dal traghetto, fa pochi metri e si ferma. Siamo in territorio danese: sale un gruppo di poliziotti con divisa fluorescente, che iniziano a chiedere i documenti a tutti i passeggeri. Hanno modi di fare gentili e parlano un ottimo inglese. Alla fine, dopo una decina di minuti, quattro persone del mio vagone vengono fatte scendere dal treno. Fra queste c'è anche il ragazzo che era seduto proprio dietro di me. Quando la poliziotta gli chiede se ha un documento, lui risponde subito di no. Allora lei lo invita a prendere i suoi bagagli e a seguirla fuori. Ha con sé solo un marsupio a tracolla e delle cuffiette per la musica. È vestito abbastanza elegante, con una camicia sotto a un maglioncino a bottoni. Ha l'aria seria, ma non tesa o in agitazione. Nonostante il colore della pelle un po' scuro, non avevo assolutamente pensato che potesse essere un "profugo" (diciamo siriano), uno dei tanti in cerca di raggiungere i paesi scandinavi e stabilirvisi (e magari non lo è ed è un caso il fatto che non portasse documenti). 

Mentre il ragazzo viene accompagnato da qualche parte nella dogana e il treno si appresta a ripartire, provo una stretta al cuore e mi sento un po' in colpa. A me, seduto nello stesso treno ma biondo, non è stato nemmeno controllato il documento (ok magari sono semplicemente sfuggito ed è stato un caso). A me, italiano, è permesso salire su ogni treno e attraversare ogni confine nazionale semplicemente comprando un biglietto e mostrando la carta di identità. A me, educato in modo regolare nelle scuole pubbliche italiane -e anche da genitori eccezionali ok, esperti in pedagogia e di mente molto aperta-, sono dati tutti gli strumenti necessari (linguistici, socio-culturali, economici ecc) per essere veramente "cittadino del mondo" e cavarmela egregiamente dovunque io decida di andare. E invece al ragazzo siriano? Che cos'ha fatto lui -eccetto non nascere entro i confini europei- per non meritarsi questi diritti? So che questa domanda suona scontata e retorica, ma pensiamoci: perché lui no?! La Siria e il sud del mondo in generale sono paesi più arretrati e poco stabili ok (e anche qui ci sarebbe da chiedersi e approfondire il perché). Nel sud del mondo sono diffuse fedi religiose e attitudini culturali diverse, che in passato hanno favorito la formazione di barriere e l'isolamento dai paesi occidentali, ok. Ma quindi? Possibile che a 2500 anni, da quando è iniziata a circolare l'idea di "cosmopolitismo" (che poi, in circostanze e tempi diversi, ha dato origine a parole come "fratellanza", "comunismo", "globalizzazione") si siano fatti così pochi passi avanti in questa direzione (che, è inutile negarlo, è quella da prendere in un'ottica nemmeno troppo futura)? Possibile che si debba sentir parlare di "exit" dall'euro e dall'Europa, o di certi discorsi campanilistici riguardo alle "fusioni" che si stanno verificando sempre più in ogni campo e a ogni livello? È troppo innovativo accettare il fatto che, oggi, "guardare ognuno il proprio orticello" non solo è anacronistico, ma è proprio sbagliato? Quando inizieremo ad aprire occhi, orecchie, mani, cuori, e ci renderemo conto che c'è sempre più bisogno di seguire -ma anche pensare e costruire insieme- una direzione comune, piuttosto che mille deviazioni, cieche e per di più sbarrate a molti da inutili barriere?


venerdì 12 febbraio 2016

Festival della filosofia


C'è un breve periodo dell'anno, 3 giorni solitamente nella terza settimana di settembre, in cui la città di Modena si trasforma. Fioriscono bancarelle di libri e iniziative di ogni tipo in tutto il centro della città. Gruppi di giovani e di famiglie brulicano per le strade e affollano i bar. I musei aprono le porte fino a mezzanotte e per questi tre giorni non richiedono biglietti. E soprattutto le piazze prendono vita! Si riempono di persone, tantissime persone in piedi, sedute, sedute per terra, in bici, e chi ci passa non può che fermarsi almeno per qualche minuto. Perché le piazze assumono una voce in quei tre giorni -ogni ora diversa per argomento, lingua, timbro- e come si fa a non fermarsi, anche solo per il fascino?!

Ma non solo per il fascino, il festival della filosofia è animato da “sapienti” che sanno parlare benissimo e spaziano su tutto. Non solo filosofi, ma sapienti di “razze” anche molto diverse. Anzi, personalmente i filosofi sono quelli che evito.
In genere ricerco conferenze con della sostanza, senza troppi paroloni e titoli che non capisco, ma che alla fine mi diano qualcosa e mi facciano sentire almeno un minimo “cresciuto” come persona. E devo dire che da 6 o 7 anni (da quando ci vado) ne ho sempre trovate di conferenze così. E poi non solo conferenze, e nemmeno solo a Modena! Fra le vicine Carpi e Sassuolo si trovano facilmente film, documentari, concerti e spettacoli se si legge bene il programma. Anche questi tutti gratuiti.



E' soprattutto per un sentimento di riconoscenza e gratitudine che sto scrivendo questo articolo. Si dice spesso che in Italia non si investe nella cultura, nella ricerca ecc ed è vero. Però ci sono eccezioni come questa che confermano la regola, e che vanno tutelate e valorizzate. Il fatto che spazi pubblici, chiese, musei, monumenti vengano attrezzati e aprano le porte per ospitare a titolo gratuito eventi culturali di spessore è per me una cosa bellissima. Spero quindi che il festival della filosofia mantenga questa linea e non segua l'esempio di altri festival (come quello della letteratura di Mantova o quello …......... di Sarzana) che hanno recentemente inserito un biglietto per poter assistere alle iniziative, trasformandole di fatto in spettacoli a pagamento. Infatti il bello di questo festival, per me, è anche la possibilità di viverlo alla giornata e lasciare spazio agli imprevisti e alle sorprese. D'altronde essendoci così tanto bisogna per forza mettersi il cuore in pace, scegliere i propri “irrinunciabili” e per il resto del tempo prendere ciò che passa in convento o ciò a cui conducono l'istinto e le sensazioni.

Se si ha modo, ad esempio attraverso parenti o amici generosi, consiglio di provare a vivere il festival e la città dall'interno, e non da fruitori pendolari. Avviarsi la mattina verso il centro storico di una delle tre città dove si svolge e restarci. Alzarsi dal posto a sedere faticosamente guadagnato se la conferenza non interessa e iniziare a girovagare. Comprare un libro e un pezzo di focaccia. Entrare nei musei civici o nei palazzi della città. Tornare lentamente in casa per pranzo o per cena e poi uscire ancora per i programmi serali, e per le città di notte. Che, vedrete, quasi, non riconoscerete più! Come accennato il festival si svolge su tre città contemporaneamente, che sono vicine (una più a sud e l'altra più a nord rispetto a Modena) ma non poi così vicine. Occorre quindi un mezzo a motore se ci si vuole spostare o una tabella degli orari di treni e autobus.

Infine un informazione poco conosciuta: ogni anno c'è la possibilità per 20 studenti di università italiane o straniere di fare richiesta per ottenere una borsa di studio (utile a coprire i costi di viaggio e soggiorno) e vivere il festival a stretto contratto con i suoi protagonisti.

Confessioni di un exchange student

C'è un angolino d'America dove ho passato un anno della mia vita, quello dai miei 17 ai quasi 18 anni. E' nell'East Coast, a metà strada fra Washington e New York. Un giorno di agosto ci sono piombato, accolto da una famiglia desiderosa di ospitare un ragazzo straniero. Così, come sempre maggiormente sta accadendo a studenti delle superiori d tutto il mondo, mi sono trovato tutto a un tratto sotto a un nuovo tetto, in mezzo a gente che non conoscevo e che non parlava la mia lingua. Eppure lì per lì non ho provato lo shock di cui ero stato avvertito. Sono stato accolto in modo gentile e sistemato in una larga stanza per gli ospiti nel basement (il seminterrato moquettato e dotato di mega tv e divanone in pelle, sede di tutte le battaglie a Call of Duty e dei pigiama party della casa). Nella mia nuova famiglia vivevano 3 fratelli più piccoli di me, un padre costaricano naturalizzato americano e una madre americana di origini tedesche.

Per me non è stata la figata colossale che ci si potrebbe aspettare (anzi, per certi aspetti è stato un vero disastro). Ho l'impressione che tutti si aspettassero grandi cose da me, e che invece io abbia fatto tutto il contrario...Non ho saputo integrarmi veramente nella famiglia, non sono stato popolare nella scuola, non ho conquistato ragazze, non ho imparato bene la lingua, non sono nemmeno più riuscito a giocare bene a calcio nella mia nuova squadra o a fare un buon piatto di pasta! Analizzando la mia esperienza a posteriori direi che ci sono moltissime variabili in gioco, che ricadono in due categorie principali. La prima comprende il carattere e lo "stato mentale" con cui si arriva. Io ad esempio, per come sono fatto e per l'acuta fase di ricerca di me stesso in cui mi trovavo, sentivo più che altro il bisogno di starmene in pace (mentre questo non è proprio ciò che le famiglie e i compagni di scuola si aspettano da un exchange student). Il secondo gruppo di variabili è compreso nell'ambiente stesso in cui si svolge l'esperienza. Ovvero il luogo, il tipo di famiglia ospitante, la scuola, gli altri exchange students nella zona ecc.

A posteriori mi vien da dire che tutto questo potrebbe essere dovuto al fatto che ero partito un po' inconsciamente, senza essermi chiesto granchè del perchè partivo e del posto in cui andavo. A 17 anni può succedere, non significa che sia per forza così, ma può succedere. D'altronde all'epoca non vedevo l'ora di allontanarmi per un po' dallo studio e dal provincialismo che attribuivo sprezzantemente al mio paese e a tutto ciò che mi circondava. Così, istigato anche da una amica che aveva fatto la stessa esperienza, feci domanda in comune accordo coi miei a Intercultura e fui preso. Sarei potuto finire dovunque in mezzo mondo, e finii a Kennett Square, paese di un qualche migliaio di abitanti nello stato della Pennsylvania. Famoso a livello mondiale per la coltivazione intensiva dei funghi, attività che impregna l'aria di un odore caratteristico e che attira le famiglie meno abbienti (soprattutto messicane) di cui è richiesta la manodopera. Intendiamoci non me ne sto lamentando, a dire il vero non feci nemmeno caso a queste cose mentre ero lì! Poi la nostra casa era lontana dal paese, sul confine con un altro stato (il Delawere) e nel bel mezzo di un labirinto di strade immerso nel verde. Lì l'aria non sapeva di funghi e risalendo un ruscello si poteva raggiungere una riserva naturale con una grande cascata, anche questa immersa fra gli alberi e un labirinto di strade e sentieri che ho imparato presto a conoscere.

La mattina l'autobus giallo dei simpson ci caricava in fondo alla via. Una mezzoretta insieme a uno dei fratelli e ai mocciosetti che abitavano nei dintorni precedeva il suono della campanella (alle 7.35, me lo ricordo ancora!). Non mi piaceva prendere il pulmino, e nemmeno mangiare alla mensa della scuola. Mi sembrava di essere tornato ai tempi delle medie o delle elementari. Così trovavo degli stratagemmi per non dover usufruire di quei servizi. Ad esempio mi portavo il cibo in biblioteca e mangiavo lì per conto mio, nascondendomi fra i libri perchè non era concesso andarci all'ora di pranzo. Ora che ci penso mi vergogno e provo un po' pena per questi miei atteggiamenti. Erano causati principalmente dalla timidezza e dall'agitazione che mi mettevano certi contesti sociali, come la mensa e gli spogliatoi prima di educazione fisica. Ricordo invece il piacere con cui mi recavo a certi "club", attività pomeridiane autogestite da alcuni studenti, come ad esempio quello dei giochi di società. Fra "nerdoni" e persone tranquille, che reputavo simpatiche, mi trovavo a mio agio (sebbene non fossi mai stato un appassionato di giochi di società). Fra gli sport scelsi solo calcio, e mi pento ancora di non aver provato nulla di nuovo mentre ero là. Andai però qualche volta a guardare le partite di hockey su ghiaccio e iniziai un po' ad appassionarmi a quello sport. Sport che ho di recente iniziato a praticare amatorialmente qua in Italia.

Infine ricordo il giorno del ritorno in Italia, l'abbraccio finale e il distacco dalla famiglia che mi aveva accolto per gli undici mesi precedenti. Non mi uscirono lacrime, come non me ne uscirono durante tutto quell'anno aldilà dell'oceano. Quella sera o la mattina seguente partii con i pochi altri exchange students della zona (che nei mesi precedenti non avevo avuto modo di vedere se non in rare occasioni organizzate dall'associazione) e arrivai a NY, dove nel frattempo erano stati radunati tutti gli italiani ed exchange students di ritorno dall'east coast. Anche in quell'occasione, con centinaia di ragazzi e ragazze da tutto il mondo senza nulla da fare, non mi smentii: dopo un po' che ero in mezzo a quella bolgia, presi le mie cose e andai a cercarmi un posto isolato dove stendermi. Aspettai così, ascoltando la musica su un prato assolato, finchè non arrivò il momento di salire sull'autobus e poi sull'aereo di ritorno. A Milano fui accolto dai miei veri genitori e i miei fratellini, con il più piccolino che non si ricordava più chi fossi. Fu un po' strano, a un certo punto ci fermammo in autogrill e sembravamo degli estranei mentre mi chiedevano se "gradivo qualcosa". D'altronde un anno senza vedersi fa un po' quest'effetto all'inizio. Man mano che ci avvicinavamo e che iniziavo a riconoscere posti familiari sentivo il mio cuoricino scaldarsi. Km dopo km. Poi arrivammo e parcheggiammo, ma lì per lì non vidi nessuno. Mi avevano preparato uno scherzo, un mega gavettone scagliato dalla finestra, ma anche un bellissimo pranzo in terrazzo con tutti i miei amici e parenti più stretti e alla sera una festa super riuscita.

Così mi trovai all'improvviso all'altro estremo: abbracciato dalle persone più care, nei luoghi, nei suoni e nei sapori che conoscevo. Fu bellissimo ma disorientante per alcuni mesi. Appena arrivato dovetti poi mettermi a sudare per recuperare tutte le materie a settembre, e soprattutto per trovare un equilibrio (che forse non avevo mai davvero avuto) a cui però quel "piattissimo" anno in America aveva dato un bel colpo e levato molti piedistalli di sicurezza. Ritrovai la mia ragazza della pre-partenza ma non funzionò, ci mollammo dopo alcuni mesi perchè troppo distanti. Questi 4 anni e mezzo che sono passati dal mio ritorno li vedo ora come un progressivo risveglio dal mio "torpore protettivo", così evidente durante l'anno in America e nei mesi successivi. Torpore che nel mio caso tende a manifestarsi in vari modi: ad esempio con la bassa ricettività nei confronti di ciò che accade intorno a noi; con l'inefficacia della maggior parte delle relazioni interpersonali che si sviluppano; e infine con il limitato riconoscimento e la conseguente limitata espressione delle proprie emozioni. Ci ho lavorato con tutta calma, senza farmi aiutare (se non dai miei amici), e in contemporanea a un processo di interessamento e (ri)scoperta delle mie radici e di ciò che conta davvero per me.

Grazie all'anno all'estero mi sono accorto di avere gli occhi mezzi tappati e sto cercando di aprirli. Non voglio lasciarmi sfuggire le meraviglie che il mondo offre a chi ci sa stare nel modo giusto. Inoltre è grazie all'anno all'estero che ho riscoperto il mio interesse per la natura, ambiente in cui sono cresciuto (senza però dargli valore) e che sta indirizzando i miei studi universitari.

Grazie

venerdì 22 gennaio 2016

Alle sorgenti del Reno d'Europa


Il Baden Württemberg è la terra della foresta nera e delle favole dei fratelli Grimm. È una terra di grandi fiumi e quindi di antiche rotte commerciali e di confini. Si estende per 35 000 km quadrati, poco meno dei Paesi Bassi, nella Germania sud occidentale. Il Reno, che nasce già impetuoso sulle Alpi Svizzere, è il confine che separa questa regione tedesca dalla Francia. Il Danubio, appena nato fra i monti della selva nera, delimita parte del confine con la Baviera. Invece a sud il lago di Costanza unisce famiglie svizzere, tedesche ed austriache in vacanza nel loro perfetto "mare" alpino. 



Foreste, pascoli e campi coltivati costituiscono i principali elementi del paesaggio di questa zona, e in particolar modo del Baden (la più ad ovest) dove si trovano anche le principali alture della Germania. Ciò che mi ha colpito, da italiano, è la diversa "scala" del paesaggio e delle distanze. Al centro-nord distese di dolci colline, solo occasionalmente interrotte da profonde valli, danno la sensazione di trovarsi su un interminabile altopiano dall'orizzonte lontano. Schwarzwald, è invece zona di montagna. Specialmente nella parte meridionale, dove la larghezza della foresta raddoppia in diametro e dove si trovano le principale cime (che tuttavia non raggiungono i 1500 m), sembra di stare nelle nostre regioni alpine. Grandi distese di conifere sembrano avere preso il sopravvento su tutto, quando spuntano verdi prati con animali al pascolo e case di legno o piccole graziose cappelle dai tetti spioventi. E poi l'acqua, che sgorga dappertutto in rivoli e fiumi e fa crescere gli alberi. Mi sono chiesto se è stato fatto, come in Italia, un lavoro di catalogazione dei principali alberi monumentali della Germania; non ne ho trovato traccia, ed effettivamente sarebbe stato davvero un lavoro monumentale.


Coesistono però altre anime incastonate nella distesa naturale del Baden Württemberg. Innanzitutto quella medievale: onnipresente sul territorio dell'ex Sacro Romano Impero, ma qui particolarmente scampata alle bombe della seconda guerra mondiale. I caratteristici borghi come Bad Wimpfen, disseminati qua e là in posizioni una volta strategiche e ancora intatti, sono posti tranquilli dove passare qualche ora senza meta e tuffarsi all'indietro nei secoli, fra antiche mura, chiesette e viuzze di pietra. Città più grandi, numerose nell'arco di qualche centinaio di chilometri, sono invece generalmente più malridotte da questo punto di vista (ma con le dovute eccezioni: ad esempio la ben conservata e accademica Heidelberg, e la vivace Freiburg nell'estremo sud). Ad ogni modo le grandi città contengono ancora le magnifiche cattedrali gotiche e i castelli signorili, in alcuni casi perché sede di rifugio e ricovero dei civili durante la guerra e risparmiate dai bombardamenti. È questo, per fare un esempio fra i tanti, il caso di Worms: leggendaria capitale del Regno dei Nibelunghi (di cui si trova un interessantissimo museo in una delle vecchie porte medievali) e importante centro medievale, oggi ha un aspetto totalmente moderno ad eccezione del bellissimo duomo (dove venne raggiunto nel 1122 il concordato di Worms, che pose fine alla lotta per le investiture fra chiesa e impero germanico).

Inoltre le grandi città possiedono solitamente musei che meritano davvero di essere visti. Come Norimberga, una città con il centro storico meglio conservato della Germania fino al 1944 e all'improvviso rasa al suolo dai bombardamenti, che ha saputo rialzarsi (turisticamente parlando) in particolare grazie ai musei oltre che alla minuziosa ricostruzione storica dei propri edifici.

Altra anima del Baden Württemberg è quella progressista, tecnologica. La si vede nelle periferie industriali delle città come Mannheim, Karlsruhe e Stoccarda o per strada, osservando le macchine che passano. È un caso che si vedano solo Audi, Porsche, Mercedes-Benz? No! Vengono tutte dalla zona di Stoccarda, "patria dell'automobile"! D'altronde ci sarà un motivo se questa zona è stata definita "uno dei 4 motori d'Europa". Può invece essere un caso che Guttemberg ed Einstein siano nati nel Baden Württemberg, eppure scoprire che 50 premi nobel, di cui la maggioranza in campo scientifico, abbiano studiato all'Università di Heidelberg qualche dubbio lo mette!


Infine l'anima di frontiera. Un occhio un po' esperto può forse riconoscerla dall'influenza svizzera o francese sull'architettura o l'urbanistica delle cittadine di confine. Ma può capitare di non accorgersene fino a quando non si riceve l'sms di benvenuto in un altro stato dalla propria compagnia telefonica o finché non si nota il prezzo in franchi svizzeri lungo i distributori dell'autostrada.
Perché è così vicino il confine, e basta così poco per respirare l'Europa. Ad esempio basta andare a Strasburgo, con i suoi doppi cartelli e il suo mescolio di suoni, odori e sapori. Proprio lì sta per nascere la prima tratta urbana di tram internazionale, fra Strasburgo e una vicinissima cittadina tedesca aldilà del Reno. Lo si impara visitando il museo di storia cittadina, che riesce a riassumere brillantemente le ubriacanti vicissitudini storiche della regione dell'Alsazia e attualizzare il tema dei confini in chiave europea. Proprio a Strasburgo d'altronde si trovano oggi tre dei sei principali luoghi istituzionali dell'Ue, aperti al pubblico nei giorni feriali. Ma una volta non era così. E se si è arrivati alla situazione attuale, all'abbattimento delle barriere fra gli stati membri, è anche grazie alle sofferenze che questi luoghi e questi popoli in particolare hanno vissuto. Una statua, eretta di recente nella parte di memoria tedesca a Strasburgo, le racchiude tutte e impreca contro la stupidità della guerra: raffigura una madre che tiene in braccio i propri figli, ora senza divisa ma caduti in battaglia l'uno contro l'altro per fare gli interessi di nazioni nemiche.
Bene. Ma detto questo, come organizzarsi per vedere tutto ciò a prezzi low cost??



La mia esperienza è stata di vacanza-lavoro, tramite wwoofing (vedi il primo articolo).
È una possibilità che ammazza i costi dell'alloggio e di buona parte del vitto, ma comporta ovviamente un impegno lavorativo e quindi una limitazione del "tempo libero". Fra virgolette perché in realtà anche il tempo passato nell'azienda ospitante è stato prezioso per calarsi nella realtà del posto, sebbene non sia certo una "vacanza" come la si intende solitamente. Nel nostro caso (ero con 3 amici) è un compromesso che ha funzionato bene, data anche la ristrettezza della fattoria (e quindi del carico di lavoro) e data la posizione geografica tutto sommato centrale rispetto alle cose che volevamo vedere. Altro fattore che ha fatto la differenza è stato avere la macchina, senza la quale avremmo dovuto farci accompagnare e riprendere ogni volta alla stazione più vicina (10 km). In 2 settimane, con un po' di pianificazione, siamo riusciti a fare ciò che ci eravamo prefissati (principalmente nei weekend); in più ci è rimasto tempo, dopo le lavorate mattutine, di fare un po' di "turismo locale" e di "fiesta" con gli altri wwoofers.


Chi ha intenzione di viaggiare in modo più tradizionale sappia che gli ostelli e i treni costano generalmente un po' più che in Italia. Tuttavia sono convinto che con un po' di furbizia e di organizzazione alle spalle ci siano altri modi per spendere poco e vedere tanto, magari portandosi una tenda o sfruttando le opportunità di housesharing ecc. Ma non mi addentrerò oltre, non essendo cose che ho provato personalmente. In definitiva, se vi hanno affascinato le cose che ho scritto, non posso che consigliarvi di partire. Devo però avvertirvi del fatto che la Germania, o almeno questa parte di Germania, non è un paese di movida e di grandi baldorie. Ad eccezione forse del periodo dei festival della birra (che non era il nostro periodo) o magari di alcune grandi città, le strade tendono a svuotarsi già dalle 8.30-9 di sera. Anche in estate. C'è proprio un orario oltre il quale si spengono i lampioni e si accendono le tv nelle case. Sarà difficile trovare un posto per mangiare oltre le 21! Scoprirete anche altre cose della loro cultura: l'immaginario del tedesco perfetto, efficiente, che non butta una cartaccia in terra potrà rivelarsi ad esempio uno stereotipo, così come altri. Sebbene i fatti (come gli innumerevoli cantieri di manutenzione e ampliamento delle strade o come gli investimenti nei servizi offerti ai cittadini) e alcune piccole innovazioni (ad esempio per la raccolta e il riciclo dei rifiuti) siano un segno inequivocabile di civiltà e di invidiabile serietà da parte dei loro amministratori, mi resta il dubbio: ma come sono in realtà questi tedeschi? Mi piacerebbe sapere l'opinione di chi ha avuto conoscenze dirette un po' approfondite, quindi non esitate a commentare. E a risentirci dopo il prossimo viaggio !

il mio primo wwooferaggio (olanda e belgio)

Una mattina fra la fine di luglio e l'inizio di agosto del 2014 finalmente siamo partiti, direzione Paesi Bassi! Eravamo in 7 in una macchina da 7, con zaini, valigie e cuscini che spuntavano dovunque. Però non abbiamo speso nulla, scroccando un passaggio dai miei famigliari che erano diretti verso il nord dell'Olanda per raggiungere alcuni amici in vacanza. Io e Jonathan invece (un mio compagno d'università) abbiamo programmato di fermarci 2 settimana nei pressi di Utrecht e poi dirigerci ad Anversa, prima città belga dopo il confine con l'olanda, e infine a Bruxelles. Cosa ci sarà nel mezzo?! Il wwooooooofing!

Wwoofing sta per "world wide organic farming" o qualcosa del genere, ed è un insieme di reti nazionali di aziende agricole e fattorie tutte biologiche alle quali si può chiedere di essere ospitati in cambio di lavoro part-time. Ci si iscrive, si spulcia l'elenco dei posti ospitanti e ci si mette d'accordo via mail. Ok in realtà non è che sia così semplice....le possibilità sembrano tantissime a prima vista, ma quando si inizia a stringere il cerchio scartando chi non convince, chi non risponde chi non ha posto chi ospita per periodi minimi troppo lunghi ecc non restano è che ne restino sempre così tante. O per lo meno così è successo a noi: sarà che era agosto o che non ci siamo mossi con molto anticipo (ma neanche troppo poco!), fatto sta che l'abbiamo trovato veramente in super extremis il nostro posto. Ma l'abbiamo trovato!


I nostri "whosts" erano Kees, Maria e i loro bimbi di 4 e 7 anni. Ad accoglierci c'erano però anche altre 2 wwoofers, una ragazza israeliana e una americana. Ci siamo trovati subito bene, sia con loro che con i nostri whosts (ad eccezione del bimbo più grande, che per una settimana ci ha guardati storti...non capendo cosa ci facessimo nella sua casa e perchè non parlassimo fiammingo). Sul retro  della casa ci aspettava una grande distesa verde di orti e pascoli per le mucche. Tutto era piattissimo e brillante, solo in lontananza si scorgevano gli alberi di un bosco a formare la linea dell'orizzonte. Così ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo sistemato le nostre cose e ci siamo messi subito al lavoro. Ricordo uno dei primi giorni, in cui c'erano da raccogliere a mano le patate (fra l'altro varietà mai viste tutte di colore scuro), come uno dei più faticosi della mia vita.
Ricordo però anche la soddisfazione seguente nel fare la doccia, rifocillarsi di cibo tutti insieme e soprattutto il giorno libero che in quel modo ci eravamo guadagnati. Siamo stati ad Amsterdam il primo weekend e a Utrecht il secondo, oppure il contrario. Ci muovevamo con gli autobus, sempre noi 4, gironzolando fra i ponti olandesi e i coffee shop. Parlavamo del conflitto isrlaelo-palestinese e ci raccontavamo dei nostri paesi. Alcuni pomeriggi li abbiamo passati facendo delle camminate o biciclettate lì intorno, altri semplicemente spaparanzati a guardare dei film sul computer e mangiarci le schifezze di cui avevamo fatto scorta nel super market olandese. Ma poi le 2 settimane sono finite, abbiamo dovuto salutarci e siamo ripartiti.

La seconda meta è stata Anversa, città di porto e famosa per il commmercio dei diamanti. In un paese non distante ci aspettava un'altra coppia che ha aderito alla rete del wwoofing. In questo caso dietro alla casa (questa molto più lussuosa e moderna) c'era un grande giardino alberato con tanti sentierini che portavano al recinto dell'unica capra, alla baracca degli attrezzi e quella delle galline, all'orticello esterno e alla grandissima serra. La nostra attività lavorativa si è svolta principalmente in serra (ed è stata una fortuna visto che pioveva!) e a fare carpenteria nella baracca degli attrezzi. L'orario di lavoro era flessibile, così qualche pomeriggio abbiamo fatto gli straordinari per ottenere un giorno libero in più. Alrimenti nei pomeriggi partivamo in bici e andavamo alla scoperta di quel piccolo fazzoletto d'Euopa. Ricordo il bellissimo mulino del paese e uno strambo museo ricavato all'interno di un ex fabbrica.

Alla fine siamo arrivati a Bruxelles. Su hostelworld avevamo trovato una gran bazza (anche questa in extremis) per dormire e così ci siamo goduti la capitale d'Europa per un paio di giorni prima di ripartire per l'Italia.
E' una bella città, la prima con dei saliscendi dopo tante altre piattissime. Il centro storico è carino ma anche molto turistico. Noi per caso siamo passati davanti alla sede di un'associazione di giovani locali chiamata USE-it e siamo entrati incuriositi. Loro organizzano eventi di vario tipo e soprattutto riforniscono i giovani viaggiatori come noi di suggerimenti e cartine utili a scoprire gli angoli meno turistici della città. Lo fanno gratuitamente, per il gusto di conoscere nuove persone e svolgere un servizio alla propria città. In realtà sono una rete di giovani che si è già diffusa in molte altre città europee e vi consiglio vivamente di controllare se ci sono anche nella vostra prossima meta! Grazie a loro siamo venuti a sapere del tetto da cui si ha una delle migliori viste panoramiche su Bruxelles e così l'ultima sera prima del volo ci siamo andati. Una volta in cima, sotto le poche stelle del cielo e le distese immense di luci sotto di noi, abbiamo deciso che era il momento giusto per finire le nostre scorte di erba magica che ci portavamo dietro da Amsterdam. Abbiamo anche conosciuto 2 ragazze del posto su quel tetto, prima un poco diffidenti ma via via più accondiscendenti a parlarci di Bruxelles. Alla fine siamo scesi e ci hanno portato a vedere tutti i posti di cui ci avevano parlato. Così abbiamo riso e camminato tutta la notte per Bruxelles, ebbri del fatto stesso di trovarci lì in quel preciso momento. Poi siamo ritornati in camera che saranno state le 4, abbiamo dormito un paio d'ore ed era già tempo di avviarci verso l'aereoporto. Ci siamo abilmente giostrati in quell'intrico di treni e metropolitane che servono le periferie della città, confondendosi fra loro (la stazione centrale è tutta sotterranea!), e abbiamo raggiunto l'aereoporto. Così ci siamo messi ad aspettare, abbandonandoci curvi e stremati su una panchina. Un po' tristi, realizzando che in un batter d'occhio quel mese era già passato.

sabato 26 dicembre 2015

Viaggio in Sicilia


A fine ottobre del 2015 approfitto di un progetto di collaborazione fra alcune università per scendere a Palermo, principale città di una terra dove non sono mai stato. Parto da casa all'alba di un sabato mattina autunnale e poco dopo le 8 sono già con i piedi sull'isola. “Lunedì conoscerò gli altri studenti che partecipano al progetto, mentre questi due giorni li userò per girarmi a modo Palermo” penso. Però intanto sono da solo e mi sento un po' spaventato, è infatti molto tempo che non faccio esperienze simili e non so bene cosa mi aspetti. Starò via 10 giorni, di cui solo tre impegnati dalle attività del progetto. Ma ho molte idee e un piano di massima per gli spostamenti. 
Così atterro in anticipo all'aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi (a 30 km dal centro di Palermo), ricavato in un esiguo spazio fra il mare e le montagne. Esco all'aperto, zainone in spalla, e mi scontro subito con questo problema della “mafia”: l'aeroporto sarebbe collegato alla città da una linea ferroviaria, la quale però è interrotta da alcuni mesi per lavori ed è sostituita da autobus; se non fosse che questo servizio inspiegabilmente non parte dal terminal, ma a 1 km e mezzo di strada -in località Pinareto- e pertanto la stragrande maggioranza dei passeggeri diretti a Palermo non fa uso di questi autobus, ma di quelli privati (della compagnia Presti e Comandè), o dei taxi, parcheggiati proprio fuori all'uscita degli arrivi. Mentre cerco di comprendere la situazione e valutare a chi affidarmi (e soprattutto a chi affidare i miei soldi) vedo un gruppo di tassisti appoggiati alle loro macchine e mi avvicino per chiedere informazioni. Sapendo che Cinisi -il paese natale di Peppino Impastato dove si trova anche un museo a lui dedicato- dista meno di 10 km dall'aeroporto, provo a sentire quanto vogliono per un passaggio fino a lì. Mi dicono, dopo un secondo di esitazione vista l'originalità della richiesta, che la tariffa minima è 35 euro (praticamente la stessa per andare a Palermo). Ma la cosa curiosa è che subito dopo iniziano a parlare male di Cinisi e cercano di distogliermi dall'idea di andarci. Quando gli dico che è per il museo di Peppino, cominciano a parlare male del personaggio e affermano che  “se Cinisi è ancora in piedi è soltanto per un certo Don Tano, che ha fatto costruire questo aeroporto lì vicino”. Dopodiché ci salutiamo, chiaramente il prezzo del loro servizio e quella compagnia non è nei miei interessi.
Alla fine però devo cedere alle circostanze e al peso sulla schiena, rinunciando così alla pazzia di scalare il monte che mi separa da Cinisi e dirigendomi  direttamente a Palermo. Ci arrivo con un taxi condiviso con altre 7 persone, per il quale pago 8 euro. Il mio ostello è molto internazionale e vicino a Piazza Marina, sebbene la facoltà sia lontana quello che mi convince è la tariffa (16 euro e la colazione in bella vista). “Parto un po' prima e mi faccio una bella passeggiata, o al limite prendo l'autobus”, mi sono detto. Entrambe le cose si sono rivelate più facili a dirsi che a farsi: Palermo ha i marciapiedi più stretti che io abbia mai visto e la guida meridionale (per uno come me praticamente mai sceso sotto Roma) è un'esperienza di vita che può dare da fare nei primi giorni, richiedendo quattro occhi al posto di due (uno, contando che l'altro è fisso in giù a guardare google maps ed schivare le cacche di cane); gli autobus urbani possono invece cambiare la vita del malcapitato turista, sempre che la destinazione sia abbastanza centrale e non quasi in periferia come la mia. Tuttavia l'uomo è un essere dotato di grande capacità di adattamento e così anch'io, dopo l'iniziale stordimento, inizio a cavarmela e a destreggiarmi in questa giungla di città.


I miei giorni a Palermo passano in fretta, tra il progetto all'università che mi occupa la mattina e parte del pomeriggio, le serate con alcuni ragazzi conosciuti in ostello e i giri in solitaria per annusare e perdermi fra le vie della città. Molti angoli di Palermo non fanno un buon odore, provano anzi a respingerti in tutti i modi con la loro inquietante penombra e gli sguardi storti degli abitanti. Eppure questa città possiede il fascino della storia stratificata e del Mediterraneo che ti cattura. É una città di mare, abituata dal tempo dei greci ad essere capitale e centro economico dell'isola. È fatta di viuzze oscure e pochi viali larghi scavati fra le casupole che conducono a piazze dove si affacciano grandi chiese per lo più barocche. Indimenticabili i Quattro Canti, la piazza ottagonale dove si incrociano le due arterie principali (via Maqueda e Via Vittorio Emanuele) e su cui si affacciano i quattro edifici in passato più importanti per la vita di Palermo: lì venivano fatte sia le feste pubbliche che le esecuzioni.
Indimenticabili i Ficus di Piazza marina e dei giardini botanici (che cinque uomini non basterebbero per abbracciarli) e i tristissimi lecci nodosi a bordo strada. Indimenticabile il frastuono dei mercati e il rombo notturno dei motorini sui ciottoli.

È una città che se da una parte ha mantenuto pittoresche tradizioni secolari (come i mercati), dall'altra è stata stuprata dalla speculazione edilizia e dalla noncuranza dei suoi amministratori. Oggi si distende a dismisura fuori dal centro storico, senza un apparente senso urbanistico e architettonico, e collegata da strade perennemente trafficate e una metropolitana che non ho avuto occasione di prendere. La direttrice principale di questa incontrollata edificazione è quella di Via Maqueda, che idealmente congiunge i Quattro Canti allo Stadio Barbera. Me ne rendo conto la mattina che decido di raggiungere Isola delle Femmine, località di mare a pochi chilometri dal mare in direzione Capaci: soltanto uscendo di casa molto presto e servendomi di un autobus aggiuntivo riesco a raggiungere la fermata dell'autobus per Isole delle Femmine, fermata che si trova dalle parti dello stadio e ad occhio non sembrava troppo lontana dal centro per raggiungerla a piedi. Mi sbagliavo, ma ne è valsa la pena perché la destinazione -un piccolo paese di pescatori- ha immediatamente risvegliato in me una profonda quiete interiore e una grande serenità. Davanti al blu cristallino del mare e del cielo terso, e scaldato dal sole di mezzogiorno (un sole per nulla autunnale), mi sono buttato. Ho fatto lunghe bracciate nell'acqua gelida, elettrizzato dalla gioia del momento e ripensando alla nebbia di casa mia. Dopodiché sorpasso nuovamente i pescatori indaffarati con le loro reti e mi dirigo verso le case.


Isola delle femmine è un paese che si trova sul breve tratto di costa che sta di fronte a un isolotto brullo a largo degli scogli, sormontato da una torre oggi diroccata. Sebbene il nome e la presenza di tale torre abbiano dato origine a leggende e dicerie fantasiose (come quella secondo cui la torre dell'isola era un tempo la prigione per le donne dell'isola), sembra in realtà che il nome derivi semplicemente dal buffo processo di italianizzazione di un termine della lingua locale e che la torre facesse parte del sistema costiero di avvistamento per i corsari. Un'altra cosa interessante di Isole delle Femmine è anche il fatto che, da qualche anno a questa parte, lì si trova la sede di AddioPizzo, storica associazione antimafia che sono andato a conoscere.  Attraverso un bando statale o regionale hanno ottenuto di convertire la vecchia casa abbandonata del ferroviere del paese e di farne la loro base. Ora i muri sono stati ri-imbiancati e tappezzati di foto, le porte e le finestre sono colorate, oltre ai di tavoli e ai computer c'è un divano e una cucina, e un terrazzo assolato che dà sulle distese di rotaie e sulle barche dei pescatori. Attraverso un'amica mi sono messo in contatto con Dario, che mi accoglie e mi presenta agli altri impiegati di questa associazione specializzata nella lotta alla pratica del pizzo e nella promozione del consumo critico e consapevole. Il telefono squilla continuamente e l'agenda di Dario si riempie di scritte e di appuntamenti. 

Fra una telefonata e l'altra, mentre aspetto di riprendere il discorso per cui ci siamo incontrati, percepisco l'energia che sta dietro questa battaglia: quella che pulsa entro quei muri, in persone come Dario, che hanno dedicato la propria vita a questa causa, e l'energia che è stata messa finora come testimoniano le storiche foto appese dovunque intorno a me. Alla fine riusciamo a parlarci e a metterci d'accordo: riesco a strappargli la disponibilità a venire a trovarci in primavera per un festival che collaboro a organizzare! Assisto a una riunione interna e, mentre ascolto, penso che mi piacerebbe lavorare in un posto come quello, respirando aria di mare e facendo qualcosa di utile per la mia città. Infine una collaboratrice che lavora per il progetto di “turismo etico” gentilmente mi offre un passaggio in macchina per il centro di Palermo. Parliamo delle gite e dei viaggi di gruppo che da qualche tempo hanno iniziato a organizzare, e rimango entusiasta dell'idea: oltre alla tradizionale visita dei luoghi-simbolo della Sicilia e della storia dell'antimafia, offrono bike tours attraverso l'isola, cicli di seminari e incontri per conoscere le storie più significative del movimento dell'antimafia (come le esperienze di Libera Terra di riconversione di beni confiscati alla mafia in attività “pulite”); il tutto appoggiandosi a strutture, ristoratori e fornitori e compagnie di trasporto pizzo-free, per restituire dignità a questa terra e dare visibilità e sostegno a coloro che stanno lottando per il cambiamento.


La sera del mio quinto e ultimo giorno a Palermo un improvviso nubifragio mi sorprende senza giacca e senza ombrello lontano dall'ostello. Ho appena preso una granita e salutato un amico che ho conosciuto al progetto (ma che in realtà studia a Bologna ed è solo un paio d'anni più indietro di me). Suo padre è anziano e ha vissuto a Palermo fino a 20 anni. Abbiamo avuto la fortuna di averlo come guida per la Cappella Palatina, con tutta probabilità la chiesa più bella che abbia mai visto finora. E' un ambiente piccolo tutto sommato, niente di maestoso, e risale al tempo in cui il Re Ruggero II la fece costruire insieme al Palazzo dei Normanni.
Commissionò un progetto bizantino ad artigiani in buona parte arabi e il risultato è qualcosa di indescrivibile. Guardare i dettagli, fra l'altro realizzati interamente attraverso la tecnica del mosaico, così belli e così piccoli mi ha fatto provare una sensazione simile a quella che provai al liceo quando mi fu spiegato in filosofia uno dei paradossi di Zenone: “non si può giungere all'estremità di uno stadio senza prima aver raggiunto la metà di esso, ma una volta raggiunta la metà si dovrà raggiungere la metà della metà rimanente e così via, senza quindi mai riuscire a raggiungere l'estremità dello stadio”. So che suona esagerato (e ovviamente lo è), ma è un po' come pensare a cosa ci sia oltre all'universo (verso dove si sta espandendo?) ma al contrario; è rendersi conto della sostanziale infinitezza di alcune cose (le stelle nel cielo, i granelli di sabbia in una spiaggia, e i tasselli di azzurro della Cappella Palatina).


Fatto sta che mi ero lasciato tutto questo alle spalle e mi trovavo molto lontano, nei pressi di corso Maqueda, quando sono iniziate a scendere le secchiate di acqua fredda dal cielo già nero. Le strade hanno quasi subito iniziato ad allagarsi e la gente a chiudersi in casa. Sono arrivato zuppo in ostello, mi sono fatto una doccia e ho preparato la valigia per lasciare Palermo all'indomani. Sebbene avessi ancora Monreale e mille altre cose della città da vedere, era tempo di ripartire e dirigersi verso l'altro grande fuoco dell'isola, quello naturalistico, e cioè l'Etna. Le piogge della burrascosa nottata avevano provocato frane che impedivano ai treni per Catania di circolare e ai bus di fare la normale tratta attraverso l'autostrada. Così mi ritrovo a percorrere minuscole stradine di montagna su questo autobus da gita scolastica pieno di persone scombussolate e con la pancia in subbuglio per via di “questa pioggia maledetta”. Mentre io sono felicissimo di attraversare paesini arroccati sulle montagne palermitane (come le Madonie e i Nebrodi) e avvicinarmi con più gradualità e naturalezza all'Etna, il “gigante d'Europa”.


Ad aspettarmi a Belpasso, uno dei paesi ai piedi del vulcano e a pochi chilometri da Catania (che si trova sul mare), c'è Tito. Sono infatti ospite di un paio di famiglie legate dalla scelta di una vita “familiarmente comunitaria” e incentrata sul progetto di trasformazione di un posto magnifico ma abbandonato da molti anni. “Le Tre Finestre” è il nome di questa grande tenuta, dove una volta si estendevano ettari di vigna per la produzione del famoso vino bianco dell'Etna e dove oggi sono cresciuti invece tantissimi ulivi. Ci sono due nuclei di case completamente ristrutturati e un'ex chiesetta senza porta, dove gli adulti delle famiglie si raccolgono ogni mattina prima di dividersi ognuno per le proprie attività quotidiane. Io ho la fortuna di alloggiare in un grande stanzone proprio a fianco della chiesetta. Un bellissimo parquet al centro della sala e alcune finestre sopraelevate regalano all'ambiente un aspetto teatrale ed accogliente.
Resto lì come ospite per quattro notti e ricambio la generosità di Tito, Nella, Manfredi e Fabìola partecipando ai lavori che ci sono da fare in campagna e dando una mano in cucina. Il weekend in cui sono capitato c'è infatti molto da fare in cucina perché sabato è un giorno di festa: è il compleanno di una delle bimbe delle famiglie, e arrivano i parenti stretti di Fabiola e Manfredi. Improvvisamente mi trovo quindi seduto a una grande tavolata a mangiare e a stringere le mani di persone molto accoglienti e calorose, che non mi fanno sentire affatto un pesce fuor d'acqua. Al pranzo di compleanno segue ben presto una cena più “frugale”, dove ci si ritrova di nuovo tutti insieme. Il giorno seguente, domenica, tutti i parenti sono ancora lì, dopo una notte passata sistemati alla bell'e meglio, e partecipano in qualche modo alla vita comunitaria delle Tre Finestre. I ritmi sono lenti, la loro visita non è un toccata-e-fuga-perchè-si-deve-fare ma è una visita in tutta tranquillità, per il piacere di stare insieme. Questo vale soprattutto per i genitori di Manfredi, che hanno contribuito attivamente con l'acquisto del podere e alla ristrutturazione degli edifici, e che sono membri a tutti gli effetti della comunità delle Tre Finestre pur abitando lontani.

Questo tipo di comunità segue le regole delle Comunità dell'Arca, molto diffuse in Francia e ispirate ai valori di convivenza di Lanza del Vasto e di Gandhi. Si tratta di una comunità molto piccola e un po' sui generis rispetto alle grandi comunità del passato o di altre realtà. A parte Tito, che lavora quotidianamente nel carcere di Catania, le altre persone adulte sono occupate interamente dalle attività della comunità: i lavori in campagna, nei laboratori di trasformazione dei prodotti agricoli e delle erbe aromatiche e di lavorazione del cuoio assorbono infatti molto tempo e vorrebbero garantire presto un reddito sufficiente all'autosostentamento. Periodicamente, gli abitanti delle Tre Finestre e i singoli e le famiglie a loro vicine si ritrovano e rinnovano la volontà di proseguire su strade affini e condivise, così come avviene anche a livello nazionale e internazionale (mondiale!).

Alla fine anche la domenica si rivela un giorno di festa: dopo la raccolta comunitaria di qualche sacco di olive per la messa sott'olio e un piatto di pasta saporitissimo, è l'ora per l'ascesa a uno dei crateri dell'Etna. Il vulcano è infatti una distesa paurosa di crateri e lava  delle vecchie eruzioni che gradualmente separa il cratere principale dai primi boschi e dai paesi sottostanti. Per avvicinarsi bisogna però fare curve e salite di strada di montagna, che ben presto lascia il passo a un paesaggio di tipo lunare. Al cratere dove siamo diretti, il più vicino, ci arriviamo praticamente senza mettere piede fuori dall'auto. Troviamo una gran folla di gente in gita domenicale, che si guarda intorno, scavalla crateri spenti e raccoglie souvenir da portare a casa. La cima del cratere principale è lontana e ancora altissima (3343 m). Mi dicono che per arrivarci occorrono almeno sette ore di cammino da lì o 50 € di seggiovia, e purtroppo non possiamo permetterci nessuna delle due cose. Così ci accontentiamo di osservarlo da laggiù, dove ci sentiamo già un po' calati nel mondo infernale dei vulcani (se solo non fosse per i rumori di auto e dei gruppi di turisti che inevitabilmente ci richiama alla realtà).

Passato anche l'ultimo giorno alle Tre Finestre è tempo di prepararsi per il ritorno a casa. Prima del volo ho tempo di vedere qualcosa anche di Catania, così saluto tutti e sfrutto il passaggio mattiniero di Tito. Approdo in Via Etnea, la spina dorsale della città dove convergeranno anche i miei giri a zigzag per il centro storico. Ho modo di attraversare i due mercati principali della città
(quello alimentare-misto e quello specifico del pesce) e bermi una bibita super dissetante allo sciroppo di limone e mandarino a uno dei chioschetti che si trovano fra le bancarelle. Passo davanti all'università, che è una di quelle più attive nel mio ramo di studi (agraria) anche a livello internazionale, e mi dirigo verso il castello. Ho infatti casualmente letto che al suo interno c'è una mostra di Chagall, uno dei miei artisti preferiti. Entro e non trovo quasi nessun altro visitatore, così mi godo un piacevolissimo percorso fra le sue opere e le stanze del piccolo castello.

Infine è tempo di avviarmi, non senza un po' di angoscia, verso il Piazzale Falcone-Borsellino dove ferma l'autobus che mi porterà all'aeroporto di Comiso (vicino alle terre di Montalbano). Destreggiarmi nell'intrico di fermate delle innumerevoli linee private di autotrasporti non è affatto semplice e sono teso perché devo per forza prendere l'unica corsa del pomeriggio. Così resto vigile per 40 minuti buoni, mentre cerco di mangiarmi un fico d'india (che è tuttavia una grande delusione, sia per le invisibili spine che nonostante tutti gli sforzi mi si infilano fra le dita sia per il sapore). Alla fine il bus giusto ferma poco in ritardo al punto che sospettavo essere quello giusto e salgo, scaricando tutta la tensione accumulata sul morbido sedile e incollando il naso al vetro. Anche il resto del ritorno a casa va liscio come l'olio. Mi servo di efficienti trasporti pubblici, che mi portano dall'aeroporto di Pisa fino a Bologna.

Inizio presto a riconoscere accenti e paesaggi familiari e non posso fare a meno di notare le differenze fra questi due mondi (il nord e il sud Italia) che ho in breve tempo attraversato: il costo di una cena al volo; il cielo e la temperatura; i decibel nelle strade. Ma l'ultima di questo mio viaggio, mentre attraverso la stazione di Bologna, mi viene da pensare anche a questo potere illegale e sotterraneo, di cui sempre più spesso si sente parlare in riferimento alle nostre coordinate e che quindi sembra accomunarli in qualcos'altro questi due mondi. Mi ricordo dei processi per mafia che sono attualmente in corso nella mia città e mi viene alla mente un dato che ho sentito dire di recente da Gaetano Alessi, siciliano impegnato da anni contro la mafia al Nord: “in Emilia Romagna il 19% delle imprese è già vittima di pizzo o di usura”. Ed ecco che il sapore in bocca torna agro-dolce, non so più cosa pensare della terra che mi ha accolto in questi ultimi dieci giorni e nemmeno della terra dove sono nato. Allora non faccio più nulla, spengo il cervello, e mi addormento del bel sonno di chi ha vissuto davvero per un po' ed ora è stanco.


Perchè un blog delle anguille?



Il mondo animale è pieno zeppo di sorprendenti abitudini che, in risposta a stimoli biologici e ambientali, rendono strabilianti le esistenze di animali a prima vista insignificanti. Uno di questi è l'anguilla, un pesce serpentiforme comunissimo (in Islanda come in Senegal) le cui imprese sono sconosciute quasi a tutti.

Devi sapere che tutte le anguille nascono nelle profondità del Mar dei Sargassi, al largo dell'Oceano Atlantico. Schiudono dalle uova e si lasciano portare dalle correnti fino alle coste continentali europee o nordafricane. Una volta raggiunta la foce di un fiume, le larve maschili vi si stabiliscono (prediligendo ambienti d'acqua salmastra). Le femmine intraprendono invece un lunghissimo percorso, risalendo fiumi e torrenti dell'entroterra fino a stanziarsi in un qualche punto dove resteranno per diversi anni. Poi un autunno arriverà il momento di percorrere a ritroso -ora molto accresciute di dimensione e mature sessualmente- la stessa strada per raggiungere i propri maschi. Come riescano a ritrovarli non è chiaro, e più sorprendente ancora è l'attraversata che questi buffi pesci (nient' affatto abili nuotatori) si apprestano a fare per raggiungere il fantomatico Mar dei Sargassi e deporvi le uova. Le anguille si preparano meticolosamente per il loro viaggio finale, che le riporterà negli stessi luoghi in cui sono state concepite: perdono il loro colore verdastro e assumono un'argentea lucentezza per mimetizzarsi, sviluppano occhi adatti a vedere attraverso le oscurità oceaniche, accumulano grasso di riserva e il loro metabolismo si adatta a sopravvivere in acqua salata.  Compiuta la riproduzione i genitori muoiono, mentre le piccole larve iniziano un nuovo ciclo lasciandosi trasportare dalle correnti e stanziandosi misteriosamente -solo secondo alcuni- nello stesso punto in cui erano cresciuti i genitori.

Cosa c'entrano le anguille con questo blog? 
Io penso che quest'animale rappresenti una precisa tipologia di uomo, molto simile a come sono fatto io! É un avventuroso migratore, ma non obbligato (come il salmone) bensì un girovago apparentemente senza scopo e senza meta, che per motivi sconosciuti si fermerà in un qualche punto del suo percorso, ma solo provvisoriamente. Come tutti gli animali migratori (compreso l'uomo) -a prescindere da quanto lungo e difficile sia il viaggio- un giorno tornerà a casa, ripercorrendo i luoghi dove è passato molto tempo prima e arrivando nel punto della sua origine. Mi piace pensare che ami molto la sua “acqua natale” e che sia proprio il desiderio di ritornarvi a spingerlo durante tutta la sua titanica attraversata. Inoltre è un animale profondamente istintivo, ascolta i cambiamenti che avvengono dentro e attorno a sé e parte al momento giusto, seguendo i ritmi della vita. Dalle sue abitudini di animale schivo, notturno, solitario e adatto ad ambienti umidi e paludosi, si potrebbe dedurre che sia soltanto un triste e scontroso eremita “misantropo”, una sorta di “Gollum del Signore degli anelli”. Ma io sono convinto che non sia così, che l'anguilla sappia anche essere gioiosa e di ottima compagnia. Sono le sue esigenze “biologiche” a determinarne le abitudini e delineare questo ritratto superficiale, ma osserva la danza sinuosa di un'anguilla in amore (se ti capita) o più semplicemente continua a leggere le righe di questo blog: può essere che ti accorga di avere qualcosa in comune con questa anguilla vagabonda; oppure che le sue storie ti muovano dentro qualche emozione e ti portino lontanissimo, verso il mar dei sargassi per esempio; oppure può anche succedere che il suo originale punto di vista ti faccia notare alcuni aspetti della tua stessa vita quotidiana (a cui magari non avevi mai pensato) e che tu possa trarne addirittura qualcosa di utile.

Non ci sono particolari regole di forma o di contenuto in questo blog. Si tratta di estratti di un diario inesistente, scritti per me stesso e resi pubblici perché possano essere letti da occhi diversi dai miei, che puntino dritti al midollo di queste storie.