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lunedì 27 aprile 2020

In Provenza senza meta(no)

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E' un sabato di fine Aprile quando ci troviamo al solito bar-pasticceria di Bazzano per il consueto ritrovo mattiniero prima di ogni partenza. Questa volta siamo in 5. Oltre a me e Yasmin, ci sono anche Lollo, MadMax e (Zio) Dema. Solo pochi mesi prima eravamo insieme a Stoccolma, con altri 10, in occasione della mia laurea. Mentre MadMax, lo ricorderete, è stato parte della attraversata del Marocco raccontata su questo blog. Ma questa è un’altra storia, perché oggi siamo diretti verso… rulli di tamburi…… tumbatatum……tum… tum… tum: Francia del Sud!! C’è Anna, amica d’infanzia e mia vicina di casa che ora frequenta una scuola di circo a pochi chilometri da Cannes. Cosa vuoi mai, che non la si vada a trovare?!?! Quindi eccovi la storia di un weekend-lungo che doveva essere molto tranquillo sulla carta, ma che invece si è trasformato in un'altra piccola avventura. Troverete anche la mappa dell'itinerario, i nomi (in arancione) di gustose ricette provenzali da replicare e (in azzurro) alcuni luoghi da non lasciarsi sfuggire!





A bordo della Opel Zafira a metano di mio padre, ci passiamo il tempo e consumiamo beatamente il combustibile sull'autostrada che attraversa l'Emilia e poi la Liguria. Soltanto all'altezza di Savona ci ricordiamo che sarebbe bene fare il pieno finché siamo ancora in territorio italiano. Facciamo due calcoli e decidiamo di optare per il distributore di Imperia, l'ultimo in Italia. Ma arriviamo quando l'orario di chiusura per pausa pranzo è appena scattato. Sebbene il benzinaio-metanaro sia ancora lì, questo si rifiuta di farci il pieno. L'argomento del "ma questo è l'ultimo distributore prima della Francia" deve averlo sentito già centinaia di volte e il fatto che noi ce ne stiamo andando in vacanza sembra scoglionarlo ancora più di quanto non lo sia già di suo. Prima che Madmax si scaldi troppo, ripartiamo maledicendolo e vendicandoci con una cattivissima valutazione su Google Reviews. Ma siamo ottimisti di trovare un distributore dall'altra parte del confine. "E comunque al limite andremo a benzina, anche se il serbatoio non è grandissimo" ci diciamo. 

Arriviamo a Montecarlo e abbiamo fame. Nella ricerca di un punto carino dove mangiarci i panini che abbiamo preparato, finiamo per scendere sempre di più verso il mare. Fino a trovarci alla griglia di partenza del circuito. Il semaforo è rosso. Mad Max è al volante e si volta verso di noi, ma la domanda è retorica: ovvio che vogliamo farci un giro nel circuito più famoso di formula uno, in Zafira! Così MadMax dà del gas e non si lascia scappare il verde. Improvvisamente siamo dentro a un video gioco e l'adrenalina si è già sparsa dappertutto. Passiamo il Casinò, di fronte a cui c'è una gran calca di gente e soprattutto un numero di auto di lusso che nessuno di noi ha mai visto tutte insieme così. Preghiamo Michi di non fare cazzate, che anche solo un graffio a una di quelle potrebbe comprometterci la vita. Ma va tutto bene. Passiamo anche il tunnel finale e l'area del molo con gli yacht. Ritorniamo alla partenza e MadMax non ce la fa, ne deve fare un altro. Così gli concediamo un secondo giro di gloria.

Poi Dema tira fuori la prima delle sue nascoste perle di conoscenza del territorio. In effetti fra lui e Lollo, che ha già battuto queste terre in camper, per tutto il viaggio quasi non avremo bisogno di consultare una guida. 
"Tetê de Chain, la testa di cane"
"Cacchio dici?"
"La Tetê de Chain, possiamo andare a mangiare sulla Tetê de Chain, che c'è una bella vista".
Così ci fidiamo di Dema e imbocchiamo una tortuosa strada di montagna fino a Tetê de Chain. Invece, fortunatamente, loro non si fidano di me quando propongo di farci "l'ultimo pezzo" a piedi seguendo un sentiero... ci sarebbe partito mezzo pomeriggio e mezzo polmone. E avremmo rischiato di perderci questo:

Tetê de Chain (Montecarlo)

Il primo distributore di metano in Francia è rotto. Non c'è nessun cartello a indicare il guasto, ma dalla pompa non esce assolutamente nulla, indifferentemente dal tipo di carta di credito che inseriamo. Andiamo a benzina. Tanto ormai siamo vicini a Cannes. Anche il mare sarebbe vicino, non si avverte così tanto la sua presenza. Quello che noto è sicuramente il verde, intenso e invadente, che accompagna i lati delle strade larghe. E poi, in lontananza ma a perdita d'occhio, l'impronta piccola ma onnipresente dell'uomo. Che su queste colline sembra aver costruito case e stradine dappertutto. Essendo tutte le case distanziate, si hanno "paesi diffusi" uno dopo l'altro invece di veri e propri centri urbani, separati da campagne.

Incontriamo Anna direttamente alla scuola di circo, che si trova a Grasse (nell'entroterra di Cannes). Lei si sta specializzando in tessuti aerei, ma invece noi ci troviamo davanti un'orchestra marciante di tromboni e di altri strumenti a fiato. Bambini, giovani e adulti suonano e marciano nel cortile della scuola e chi vuole si aggrega in coda. Che benvenuto, non c'era bisogno! Oltre ad Anna, ritrovo anche Serena e mia cugina Greta, che invece sono appena arrivate ma in veste di videomakers. Dopo aver fatto un tour della scuola e aver assistito a una “esclusiva” prova dei numeri degli studenti, ce ne andiamo dandoci appuntamento per qualche ora dopo al centro commerciale del paese. Abbiamo in programma una grigliata notturna alla casa dei circensi e ci servono provviste.  

La casa dei circensi praticamente non la vediamo. Arriviamo che è buio e veniamo fatti accomodare direttamente in giardino e poi subito spediti chi a cercar legna in mezzo alla boscaglia, chi a tagliare le verdure e la carne da arrostire. Io mi adopero per accendere un fuoco. Circa un'ora dopo non c'è ancora della vera brace e non c'è nulla di pronto da mangiare. Qualcuno si lamenta che sono le undici di sera, ma per fortuna che c'è tanto da bere e che la gente ha molto da parlare, penso. A un certo punto ci diamo a mucchio e mangiamo, alcune cose mezze crude e altre sbruciacchiate. Nel mentre ci sono alcuni circensi, anche loro di casa, che lanciano coltelli contro una tavola di legno. 
"Lo fanno più o meno ogni sera" dice Anna. "Meditano, lanciano coltelli e bevono". Speriamo solo che non abbiano invertito l'ordine, stasera! Penso io.
Nel frattempo un costaricano ha impezzato dema, che è troppo gentile per dirgli che non gliene frega molto della sua personale missione devoluta all’ecologia e alla pace del mondo. Invece MadMax sfida i francesi al lancio del coltello e conquista il loro rispetto con i risultati, nonostante una tecnica di lancio ancora migliorabile.

La mattina dopo ci dirigiamo tutti e 8 verso Nizza. Anna e le videomaker sono con noi, il sole splende e riscalda l'aria mite e primaverile. Ma i nostri stomaci non si fanno abbindolare così facilmente dal romanticismo e così prendiamo la decisione in diretta telefonica di deviare verso Cagnes-sur-mer (e ridaje con i cani...), "che ha un borgo molto bellino" ci informa il Dema. Una navetta da 15 posti consente di salire alla città vecchia gratuitamente. Una volta sù ci troviamo davanti a uno degli sterotipi più scontati: le bocce. Quelle da gioco ovviamente, che loro chiamano Pétanque. Si gioca a piedi uniti, utilizzando bocce metalliche che sono più piccole delle nostre. La squadra in svantaggio continua a lanciare finché non arriva più vicino al boccino o non finisce le bocce, dopodiché il turno passa all'altra squadra. Noto che a differenza dell'Italia, i giocatori di bocce sono di tutti i colori e di tutte le età, non sono solo pensionati. I campi si trovano un po’ dappertutto e spesso folti gruppi di osservatori seguono i match. Ma una cosa non cambia: resta uno sport per soli uomini. 

Giocatori di Pétanque a Cagnes-sur-Mer (sotto) e a Cannes (sopra)

Una strada di Cagnes-sur-Mer e, sotto, la vista dalla città vecchia verso le Alpi

Nel pomeriggio arriviamo a Nizza. Guidati da Anna, facciamo subito tappa in una pasticceria che vende le Chici Fregì. Sono frittelle lunghe e belle unte, un po’ simili ai churros spagnoli ma a parer mio più buone. Dal sito del formaggio Presidènt potete trovare tutte le informazioni al riguardo. Ci inzuccheriamo per bene e decidiamo di intraprendere la scalata verso il punto panoramico in cima alla Colline du Château. Del castello dei Savoia è rimasto ben poco, oggi al suo posto c'è un parco pieno di joggers con una bella cascatina e un cimitero. Quando vogliamo andarcene troviamo chiusi i cancelli da cui eravamo entrati, e scopriamo che c’era un orario di chiusura della collina. Insieme ad altra gente veniamo  quindi reindirizzati verso una scalinata sul versante opposto che scende fino al mare.

Ci ritroviamo così a un’estremità della Promenade des Anglais, il lungomare pedonale e palmoso dove venne compiuto l’attentato terroristico del 2016. Un tir Renault guidato dal 31enne Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, doppia nazionalità francese e tunisina, invase la Promenade durante la festa nazionale del 14 luglio e investì centinaia di persone, uccidendo 86 e ferendo 302 persone. Nonostante questa tragica pagina di storia, Nizza mi appare felice oggi. Il mare è luccicante sotto il sole primaverile. L’altra promenade, Promenade du Paillon, è un orto botanico diffuso e un parco giochi chiuso al traffico, che è il motivo per cui pullula di piante e di bambini che giocano. E’ una città elegante e più grande di quanto mi aspettassi. Vive anche di turismo, come indica il traffico di aerei nel vicino aeroporto. Lasciamo Nizza con la sensazione di aver appena intravisto la punta dell'iceberg, ma il tempo disponibile è quello che è e Marsiglia ci sta già aspettando!

Sopra e sotto, la Promenade du Paillon (Nizza)

La vista dalla Collina del Castello sopra la città di Nizza
Le skills di Anna
Anche l’altro distributore di metano che raggiungiamo si rivela essere a secco o comunque non funzionante. Fa niente, raggiungiamo Marsiglia a benzina. L’arrivo in centro città, attraverso alcuni quartieri su e giù e colorati in periferia, mi fa pensare all’Italia. Proprio in quel momento, alla radio, si sente il seguente annuncio: “Poltronesofà. Les artisans de la qualitè!”. Insomma, tutto molto famigliare…

Siamo ospiti di Abdelfateh, un guest di airbnb a cui preme MOLTO spiegare le funzionalità della tv a nostra disposizione. L'appartamento che ci affitta è decisamente economico e si affaccia sulla piazza del teatro della città, a due passi dal porto. Probabilmente il prezzo è basso perché il resto dell’edificio è in pieno cantiere, ma basta scrollarsi un attimo le spalle dai calcinacci, quando si esce, ed il gioco è fatto. Ai due lati del porto ci sono due fortezze e due chiese, per stare sicuri. Noi le facciamo tutte, impassibili (più o meno) di fronte alle scarpinate che ci si presentano davanti. Degna di nota, a mio avviso, è soprattutto la  basilica di Notre Dame de La Garde.

Dall'alto si vede Chateau d’If, la prigione del Conte di Montecristo immaginato da Alexandre Dumas. E poco più a est dal centro dovrebbero esserci i conclamati “calanques” di Marsiglia, che non vediamo in quanto coperti da palazzoni. Ben diversi dai calanchi italiani, in quanto rocciosi, les Calanques potrebbero essere confusi per delle scogliere a picco sul mare. Ma queste sono particolarmente sceniche e attirano circa 2 milioni di visitatori all’anno. Non oggi però, perché dicono che il mare è agitato e nessuna imbarcazione porta i turisti via in mare. A me sembra piattissimo, ma vabè, vorrà dire che ci accontenteremo dei nostri cari calanchi dell’Emilia Romagna. 

Finiamo nel Panier, quartiere storico, su e giù e vicino al mare. Forse il più bello di Marsiglia. Strade strette, con una fila di tavolini davanti ai bar, e muri colorati, un po’ scrostati e alle volte imbrattati di scritte come ci si aspetta dalle città mediterranee. Camminiamo in lungo e in largo in cerca di sapone di Marsiglia per Lollo (da portare a casa insieme a tutte le altre tipicherie, specialmente culinarie, che lui ama provare). Grazie a Lollo proviamo infatti le tipiche Navettes, biscotti con la forma di nave. Oltre al tipico aroma di fiori d’arancio se ne trovano di molti altri gusti. Io le assaggio al limone e mi piacciono, ma non sono sicuro che valgano il prezzo a cui le vendono. Ma forse, come succede, noi paghiamo anche il prezzo del nome (siamo infatti nella pasticceria che asserisce di avere la ricetta “originale” delle Navettes). 

La passione di Lollo per la ricerca delle tipicità cittadine ci costa però una cena quasi mancata. La sua personale lista di ristoranti cui “prestare una visita” (in gran parte scoperti attraverso il programma Camionisti in Trattoria ma non solo) alla fine si esaurisce. Sono tutti pieni, chiusi o troppo costosi. Di certo sono lontani fra loro. Infatti sono circa le 22 e abbiamo ormai macinato un bel po’ di chilometri, sembra quindi che la famosa Bouillabaisse provenzale (sostanzialmente una zuppa di pesce, ma non chiamatela così davanti a un marsigliese) debba aspettare. Nella piazza dove siamo finiti c’è però una creperie aperta. "Ma è roba bretone!" direte, lo so... ma vi dirò che la fame e la stanchezza fanno fare cose inaudite!

Una delle fortezze a protezione del porto di Marsiglia e, dietro, il Palazzo del Faro
Notre Dame de la Garde (Marsiglia), e sotto, la vista dalla cima della collina


Confezioni di sapone di Marsiglia
Gorges du Verdon, il Grand Canyon francese. Siamo diretti lì, ma decidiamo di fare un’altra fermata prima. Pochi chilometri a nord di Marsiglia c’è la piccola città di Aix en Provence, dove nacque l'impressionista Paul Cezanne. Per curiosità ci fermiamo. E’ il giorno del mercato. Lollo non ha ancora trovato il suo sapone di Marsiglia e vorrebbe trovare almeno quello di Aix en Provence. Vi dirò che non trova solo quello ma anche diversi vini, formaggi e altri dolci durante la sua trasformazione in Taz, il diavolo della Tasmania. Così dopo un po' di shopping per il centro di Aix, ci rimettiamo in marcia e raggiungiamo il Canyon. Incontriamo pochissimi altri turisti, per lo più in macchina come noi. Lo spettacolo del Canyon non è niente male, ma ci arriviamo che è ancora pieno giorno e caldissimo. Mi verrebbe voglia di noleggiare una tenda e una bici o un kayak ma a questo giro non è possibile, dobbiamo ritornare verso la costa prima che arrivi la notte.

Così, ancora senza metano nel serbatoio, si chiude l'anello del nostro roadtrip. Facciamo una passeggiata a Cannes, dove Lollo ci introduce a un’altra tipicheria della Provenza: il Pan Bagnat. Trattasi di un sandwich squisito, normalmente rotondo e morbido, che viene in parte inzuppato in olio e aceto e farcito con pomodori, tonno, uova bollite, olive e cipolla. La città è molto affollata, infatti fra una settimana ci sarà il festival e Cannes diventerà il centro del mondo per alcuni giorni. Si capisce quindi che deve farsi bella. Ma noi siamo poco interessati, preferiamo farci l'ultimo giorno nella natura. Così dopo una notte in una villa che non potremo mai permetterci se non su AirBnb, siamo completamente ricaricati e accettiamo un’ultima proposta dello Zio. Percorriamo il Sentier du Litoral, che segue la costa della penisola di Cap D’Antibes, a sud di Antibes. Sono circa cinque chilometri e ce li godiamo tutti, sotto il sole primaverile della costa azzurra. Ci godiamo un po’ meno l’unico bagno in mare che facciamo, essendo l’acqua ancora gelata e abitata da parecchie medusine che ci girano intorno.

Una piazza di Aix-en-Provence
Sopra e sotto, Les Gorges du Verdon


Ora di tornare a casa. Valige in macchina e carico di baguette effettuato. Eppure ci manca qualcosa, ma cosa?! La benzina. Ce ne accorgiamo in autostrada, poco dopo aver passato Montecarlo e quindi già molto vicini all'Italia. Yasmin è al volante e il suo viso è più pallido e serio del solito quando ci annuncia che siamo in riserva. Sapevamo che il serbatoio per la benzina della Zafira è piccolo, ma non credevamo fosse COSI’ piccolo. Quando la macchina inizia a procedere a scatti fino poi a spegnersi, il viso di tutti noi è pallido e i nostri cuori sono sotto sopra. 
Cosa fare? Uscire dalla macchina e mettersi in salvo nel caso qualcuno ci venga addosso? Provare a raggiungere un distributore a piedi e tornare con una tanica di benzina? 
Ci affidiamo a Lollo, che suggerisce di provare a mettere in moto di nuovo e vedere se il motore riparte. Yasmin gira la chiave e la macchina torna in moto, la lancetta del carburante indica che il serbatoio non è completamente vuoto ma che siamo abbastanza vicini allo zero. Ripartiamo e ingraniamo la seconda, procedendo ai 10 orari sotto l’incitamento di tutti noi. Passiamo il cavalcavia e una galleria, facciamo una curva dopo l'altra e poi lo vediamo. Un distributore in fondo alla strada ci appare come un miracolo. Ovviamente non vende metano, ma almeno ci sarà benzina. Continuiamo così e raggiungiamo la pompa. Pagheremmo anche qualche centinaio d’ero e invece il prezzo della nostra felicità mi sembra così basso in quel momento: 1,3€ al litro. Così facciamo il pieno fino all’ultima goccia e ripartiamo in direzione Italia, la terra dei metani. 


Passata anche quest’ultima avventura, sappiamo che per un po’ faremo sonni tranquilli. Siamo contenti di questo viaggio, felici per i momenti passati tutti insieme e grati di avere posti come questi dietro l'angolo. In fin dei conti, a volte, per trovare la felicità basta mettersi in strada e avere un po' di metano (o per lo meno di benzina)!

Un tratto del Sentier du Litoral



Fotografie di: Lollo e Zio Dema

domenica 12 gennaio 2020

"Lunga vita al cevapi - Roadtrip nei balcani". Parte I: Bosnia e Croazia

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I Balcani. Come suggerisce il nome di derivazione turca, terra di montagne. Terra di confini: crocevia fra l'oriente e l'occidente da una parte; groviglio di lingue, monete e religioni diverse dall'altra. Terra di povertà, malvivenza e arretratezza, nell'immaginario comune. Terra triste (di guerre e storie feroci), ma allo stesso tempo terra zingara e follemente libera e felice. Terra snobbata e sconosciuta. Eppure Europa, seriamente dietro l'angolo.

Partiamo a inizio agosto per il nostro IperBalkanTour. Siamo in tre, a bordo di una Suzuki Switft: io, Enrico detto Enne e Francesco detto Vacca. Abbiamo compresso nel nostro "programma di viaggio" mille cose diverse e 4000 km di strada da fare, pur avendo poco più di 10 giorni di tempo. Il nostro programma di viaggio è scritto su un pezzo di cartone che ci portiamo con noi: è una linea colorata, che man mano si riempirà dei nomi delle città e delle persone incontrate; l'itinerario in realtà è in parte pre-determinato dagli ostelli e dagli air bnb che abbiamo prenotato pochi giorni prima (e un po' a caso).

Graffiti di Sarajevo, prima meta di questo viaggio

Da sinistra N, io e Vacca
La prima tappa è la Slovenia, quel cantone italo-austriaco che si trova già all'interno della penisola balcanica pur essendo così diverso: alpino, pulito, ordinato. In realtà io me la vedo soltanto dal finestrino, di passaggio, perché raggiungo i 2 miei compagni di viaggio (Enrico detto Enne e Francesco detto Vacca) direttamente in Croazia, perdendomi il pernottamento a Lubiana e la deviazione nelle montagne slovene alla ricerca del "famoso" ospedale partigiano (nascosto fra i boschi e le rocce per rimanere invisibile ai raid aerei tedeschi della seconda guerra mondiale).

Ci incontriamo in prossimità del traghetto per Cres, un' isola del nord della Croazia, dove facciamo il biglietto e ci imbarchiamo con anche le macchine. Oltre a noi ci sono Elena, Chiara e Alek, che hanno saggiamente deciso di iniziare la loro vacanza croata in compagnia di 3 uomini vissuti come noi. L'attraversata dura circa mezzoretta, meno del tempo che in seguito impieghiamo per raggiungere la casa sperduta che abbiamo prenotato. Quando arriviamo, l'euforia prende il sopravvento perché il posto e la casa sono davvero carini. Andiamo subito a buttarci in mare, resistendo al freddo dell'acqua e alle punte dei sassi sotto ai piedi (dopo 10 giorni di mare del Salento queste cose si notano immediatamente). Però, immergendo la testa e nuotando ad occhi aperti, lo spettacolo è meraviglioso: il blu dei fondali è accecante, mentre la sensazione tonificante e di purezza che dà l'acqua gelida sulla pelle è indescrivibile. Alla sera un forte temporale si abbatte sulla nostra casetta, dove ci ripariamo a giocare a macchiavelli e a rimpinzarci in perfetto clima da rifugio alpino.

Quando ci svegliamo i fulmini e le nuvole scure se ne sono andate, ma è rimasto un simpaticissimo vento croato ad agitare la mattinata. Ci spostiamo con le macchine e arriviamo a Lubenice, paesino arroccato su una scogliera che dà a picco sul mare. In poco più di tre quarti d'ora l'abbiamo già girato  tutto e decidiamo di ripararci dalle folate di vento entrando al “Sheep breeding museum”, unico museo del paese. Ci accoglie una signora mingherlina molto simpatica, che ci invita a iniziare la visita. Vecchie fotografie e brevi paragrafetti in inglese ci introducono a questa arte secolare che è l'allevamento delle pecore. Come oggi avviene quasi dovunque, anche a Cres i pascoli e i pastori stanno scomparendo, e con loro le tradizioni basate sui frutti di questa attività. Cattura particolarmente il nostro interesse un video artigianale che riprende una vecchia signora ben piazzata ad armeggiare con strumenti altrettanto artigianali per ottenere la tipica forma di formaggio di pecora di Cres, formaggio che con nostro grande dispiacere non abbiamo modo di assaggiare. Infatti subito dopo ci dirigiamo a piedi verso il mare.

Lubenice (Croaziainfo.it)

Un sentiero a tratti ben battuto e a tratti molto pietroso attraversa la macchia e discende la scogliera. Impieghiamo un'ora buona per percorrerlo tutto e raggiungere la spiaggia. Quando arriviamo, capiamo che ne è valsa la pena: la spiaggia, anche questa di sassolini, è lì tutta quasi per noi e il mare è ancora migliore del giorno prima. Da un lato della spiaggia ci sono delle rocce verticali (dalle quali ci si può tuffare e andare in esplorazione con la maschera) e, letteralmente fra gli ultimi alberi del bosco e il mare, c'è anche una vecchia casa di pescatori con gli scuri colorati. Con nostra grande sorpresa, una coppia smacchina un po' con un paio i chiavi e ci entra dentro, lasciandovi i propri zaini. A quanto pare air bnb è arrivata fino a lì, a un'ora di scarpate dal paesino senza alimentari di un'isola della Croazia... (Eppure quando notiamo i kayak che spuntano dalla cantina e la griglia con il tavolino in giardino quella che proviamo è pura invidia!!).

Un'altra spiaggia da vedere -a detta della signora del museo- è a un paio d'ore di cammino da lì.  A quanto pare, ogni giorno verso le 17 in una grotta raggiungibile solo a nuoto da lì, si verifica un fenomeno di luci e colori per il quale val la pena portarsi dietro la maschera. Così nel primo pomeriggio riprendiamo il cammino attraverso la macchia per raggiungere il posto entro le 17. Le grotte effettivamente sono belle, ed è un'emozione1 inoltrarsi in apnea negli anfratti completamente bui e ghiacciati per raggiungere la grande “sala” nascosta, illuminata soltanto da pochi raggi di luce che fuoriescono dalle feritoie nella roccia. Però per sfortuna o per altri motivi, il misterioso fenomeno  non si rivela ai nostri occhi.

Il ritorno alle macchine è molto barcollante, ma è premiato da un tramonto arancione che non scorderò mai e da un giro di Karlovačko freddissime nell'unico chiosco del paese. Prendiamo con noi (e shockiamo un po', con la nostra espansività) una ragazza austriaca in cerca di un passaggio.  Quella sera, purtroppo già l'ultima in Croazia, troviamo pure l'energia per uscire e farci un giro a Cres città, il centro principale dell'isola. Guidati dal ritmo incalzante di una musica lontana e di forte impronta balcanica, scendiamo fino alla piazza centrale, che è ricavata fra una zona di porto e la città vecchia.

Scatti dall'isola di Cres, nei pressi di Lubenice

La mattina dopo, a malincuore, ci separiamo. Grazie alla fortuna sfacciata che ci accompagnerà per tutto il viaggio, siamo gli ultimi della lunga fila di macchine a essere imbarcati sul traghetto per l'isola adiacente a Cres (Krk). L'isola di Krk, a prima vista meno brulla delle vicine Cres e Pag, è collegata alla terra ferma grazie a un ponte (a pagamento ma solo in entrata, e che quindi noi sfruttiamo gratuitamente). Tornati così sul continente, iniziamo la nostra discesa verso sud.

Percorriamo buona parte della costa Croata e deviamo verso l'entro terra soltanto all'altezza dei Laghi di Plitvice, dove facciamo tappa. Il salasso del biglietto (quasi 20 € per gli studenti) e il bagno di folla che ci accoglie rovinano lo spettacolo naturale che ci troviamo davanti. Con il muso lungo di chi sente di aver preso una mezza fregatura, ci avviamo per le passerelle di legno e non manchiamo di sfruttare le navette e i battelli che vengono messe a disposizione dei visitatori. In effetti il Parco è veramente immenso e ben curato. I giochi d'acqua e i colori degli alberi varrebbero il costo del biglietto forse (no ma che sto à dì? i parchi non si pagano ecchè c...), ma il giorno (una domenica) e il periodo li abbiamo sicuramente sbagliati. Poco prima della “chiusura dei cancelli” e di ritornare alla macchina, mi riprometto di tornarci a gennaio la prossima volta e di trovare il modo per farla alle guardie. 


Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice (foto: unconventionaltour.net)

Guidando guidando inizia a calare la notte e la camera nell'ostello della gioventù che abbiamo prenotato in una delle prime città bosniache dopo il confine (Jajce), mi sembra non arrivare mai. Attraversiamo zone di montagna e vallate immense e incontaminate. Una in particolare -dove avremmo scioccamente voluto trovare un posto per mangiare- è degna delle praterie americane che si vedono nei film western, di quelle dove vivevano le mandrie di bisonti e gli indiani giravano a cavallo. Chilometri e chilometri dopo, nel primo paese che incontriamo, mangiamo il primo "cevapi" della nostra vita. Fino al confine con la Romania, le insegne delle “cevapierie” ci perseguiteranno, ma noi non avremo più il coraggio di mangiarne altri. E dire che è un piatto buono da mangiare... Eppure il senso pesantezza e di untuosità che questo piatto è in grado di evocare in noi sarà più forte. Fatto sta che, da quel momento, il cevapi diventa per noi il valore economico di riferimento indiscusso. Utilissimo per chi non mastica molto i marchi bosniaci e i dinari serbi.

A mezzanotte arriviamo finalmente a Jajce e ci sistemiamo. Dopo un po' di meritato wifi, siamo tutti e tre nel mondo dei sogni. Io però mi sveglio presto e approfitto per farmi un giro nella città. Le strade sono ancora deserte e arrivo con facilità alla parte vecchia, che è lì tutta per me nella sua decadenza e nel fascino medievale che emana ancora. Nel punto più alto si trova il castello, che però trovo chiuso "per lavori di restauro" (di cui non si vede traccia dall'esterno). Tutto intorno si sviluppa a cono il centro storico. Mi colpisce soprattutto una chiesa cristiana, di cui oggi sopravvive soltanto lo scheletro e il campanile. Non c'è più il tetto e nemmeno porte e finestre, mentre un folto manto di erba e di muschio è cresciuto al posto del pavimento.

Chiesa scoperchiata a Jajce
Intorno alla collina del castello si estendono altre colline (proprio come a Sarajevo), dove si stagliano tantissime case bianche coi tetti rossi e i minareti appuntiti. Tornando all'ostello, sul lungo fiume, vedo che finalmente la città si sta svegliando: davanti ai pochi chioschi di souvenir compare la merce in esposizione, le strade iniziano a riempirsi di macchine e i primi vecchietti si sono seduti ai tavoli dei bar. Anche i miei compagni si sono svegliati, e così impacchettiamo tutto e scendiamo per la “colazione”. Fra virgolette perché, mentre noi mandiamo giù a fatica i biscotti e la frutta che ci sono rimasti, un altro gruppo di ragazzi prepara la sua di colazione: in piedi intorno al fornello, aspettano visibilmente affamati che una sorta di brodino di carne sia pronto.

Alle 11 del quinto giorno facciamo il nostro ingresso trionfante a Sarajevo. Senza rendercene conto percorriamo tutta la Sniper alley (il viale dei cecchini), simbolo dell'assedio della città, durato dal '92 fino alla fine del '95. Oggi è un viale talmente tanto trafficato, che si ha altro a cui pensare. Per fare una brutta battuta: oggi si rischia la pelle in altro modo, sulla Sniper alley. Con fatica raggiungiamo un parcheggio coperto che crediamo essere vicino al nostro ostello. In realtà si rivela essere vicino alla reception dell'ostello, mentre le camere che ci rifilano si trovano a più di 20 minuti a piedi da lì, in cima a una salita ripidissima. Quando arriviamo, la scena che ci si presenta davanti è una di quelle dei film di Kusturica. Due baracche ospitano le camere e due cucini dell'anteguerra (con la bombola del gas bella in vista e una vecchia stufa a scaldare l'ambiente), mentre alcuni tavoli da sagra costituiscono lo sala da pranzo all'aperto e in compagnia di un bel gruppetto di galline e di vecchi che guardano storto. 


Lo spazio comune del nostro ostello a Sarajevo

Quartiere dei fabbri e dei ramini a Sarajevo
Nonostante questo spettacolo cerchiamo di prenderla sul ridere e, cucinando una "pasta con tonno" senza olio e senza padella, ci immedesimiamo molto con il personaggio trash di BelloFigo, pensando che dovremmo esserci noi nel video mica lui. Se non altro ci caliamo subito nello stile della città, che si rivela molto trash, sporchina, un po' antica un po' moderna, intellettuale, un po' pazza e un po' triste, ma interessante in ogni suo angolo. Diversa da ogni altra città vista finora. Non è un caso che Sarajevo venga definita la “Gerusalemme d'Europa” o la “Porta d'oriente”: qua l'occidente convive caoticamente con i bazar, le moschee e tutto ciò che la dominazione turca ha lasciato in eredità. Ognistradina sprizza di vita e ti travolge nel suo vortice di strani rumori e grossi mezzi sfreccianti a pochi centimetri dai marciapiedi strettissimi e sconnessi. Fa uno strano effetto Sarajevo, con le case decadenti e colorate del centro e l'aria bizzarra delle persone che la popolano. A me mi conquista subito. 

Decidiamo di dedicare il pomeriggio al centro storico. Ci spostiamo a piedi, passando per i principali punti d'interesse (alcuni molto turistici). Uno dei più interessanti è secondo me il cimitero mussulmano, composto da lapidi bianchissime e sottili su cui si trovano in rilievo i nomi arabi dei defunti. Da lassù si ha anche una bellissima vista sui sobborghi della città. Entriamo folgorati nella Casa Svrzo, una volta appartenente a una famiglia della nobiltà ottomana e oggi aperta al pubblico come casa-museo. Attraversiamo il bazar e ci rimpinziamo di dolci e bevande calde a lato della moschea più antica della città (spendendo forse 2 euro in tutto).

Dopodiché una bellissima ma molto "nebulosa" serata al Kino Bosna, locale vintage ricavato da un cinema dismesso ma ben conservato, dove una volta a settimana si esibiscono musicisti di Sevdah: la tradizionale musica romantica e malinconica della Bosnia. In realtà noi non siamo molto malinconici quella sera e approfittiamo dell'incontro con altri giovani viaggiatori (e dei buoni prezzi della birra) per sbronzarci un po'. Il ritorno all'ostello è una mini odissea indimenticabile: a una trasgressiva pisciatina di gruppo da un ponticello e a un'allucinato trip sui salici piangenti, segue un'inaspettata tappa storica nel normalissimo sito in cui fu ucciso Francesco Ferdinando nel '14 e una disperata realizzazione che i nostri bancomat non funzionano più che la salita verso il letto non finisce mai.

Cortile della moschea di Sarajevo
Un cimitero di Sarajevo
La mattina seguente abbiamo la lucidità di comprendere che siamo a Sarajevo e non possiamo starcene a letto, abbiamo ancora tutti i luoghi della guerra da vedere. Ritiriamo la macchina dal parcheggio e torniamo al viale dei cecchini, Ulica Zmaja in bosniaco. Lentamente, palazzo dopo palazzo, il viale viene risanato e sta tornando alla normalità. Negli anni '90 però questa era un punto clue. O per lo meno è diventato un simbolo dell'assedio serbo, visto che era soprattutto lì, nella zona fra il museo nazionale e l'hotel Holiday, che cadevano civili sotto i colpi dei cecchini appostati. Quelli che cadevano non potevano farne a meno di spostarsi, per andare a fare un po' di spesa o per rifiuto di quella situazione di prigionia.

Parallelo al viale dei cecchini si stende un altro viale, si chiama Viale Vilsonovo, e per la città è sempre stato un simbolo opposto: con i suoi tigli e la romanticità del lungo fiume, è stato il punto di incontro degli innamorati e delle famiglie. Per tanti anni ha simboleggiato la quotidianità e la tranquillità della vita, ma a un certo punto -per 5 lunghi anni- non è stato più accessibile. Tutto questo lo impariamo un po' da una guida molto speciale ("Scoprire i Balcani. Storie, luoghi e itinerari dell'Europa di mezzo" - CIERRE Edizioni), un po' dal singolare Museo della Storia di Sarajevo.

Il museo, nella sua disorganizzazione e nel palazzo stesso dal quale è ricavato, contiene l'essenza del '900 della Bosnia e di Sarajevo, che viene ripercorso soprattutto tramite fotografie e oggetti vari. Da lì ci spostiamo al Tunnel Museum, che invece è fuori Sarajevo e serviva a collegare l'aeroporto (dove arrivano gli aiuti umanitari) al centro-città. Una ricostruzione di un tratto del tunnel originale e altre testimonianze di quegli anni ci fanno calare di persona in quello che doveva essere il conflitto balcanico a Sarajevo.

Tornati in macchina discutiamo delle dinamiche che hanno portato alla guerra e di come questa si sia sviluppata, ma più ne parliamo più ci sembrano intricate le vicende di quegli anni. E ci lasciamo alle spalle Sarajevo. Sebbene la città e gli incontri che facciamo ci spingerebbero a restare di più, abbiamo la pazza idea di raggiungere Belgrado in giornata. Così, ancora una volta, eccoci montare in macchina, impostare il vecchio navigatore di Enne (il quale non solo va riavviato dopo ogni spegnimento del motore, ma a quanto pare non è mai stato aggiornato e si perde facilmente) e lasciarci trasportare dal rombo della Suzuki. Abbiamo ancora tanta strada davanti a noi e l'avventura è appena iniziata!

Il Tunnel Museum
La ricostruzione della città