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domenica 20 settembre 2020

48 ore a Napoli e 40 metri sotto terra



Siamo a inizio settembre ma il freddo delle 5 di mattina lo sentiamo tutto mentre ci avviciniamo a Udine in treno. Il sole è ancora nascosto dietro le Alpi e i pochi passeggeri attorno a noi sembrano assonnati. Ma di certo non stanno andando in un posto esotico e non hanno in corpo l’adrenalina dell’inizio di un viaggio come l'abbiamo noi.
 

Man mano che io e Yasmin scendiamo verso sud, paesini arroccati e campi semiaridi si alternano alle grandi stazioni e alle aree di periferia che attraversiamo. Sedute di fianco a noi, due vecchiette ormai vedove si sono trovate e si dicono quanto è bello poter viaggiare insieme. Puglia, Campania, Sicilia…ma rigorosamente fuori stagione “o altrimenti c’è troppo caos”. Non glielo dico, anche perché pensano che io non sia italiano, ma concordo in pieno con loro: è molto bello viaggiare insieme a qualcun altro. E alla fine arriviamo: Napoli.

 

La prima impressione appena fuori dalla stazione è di nord-africa. Sporco, traffico e aria calda. Dopodiché, percorrendo Corso Umberto I in direzione del nostro alloggio, il traffico e le onnipresenti bancarelle si mescolano ai palazzi nobiliari, agli edifici dell’università e ai negozi di vestiti. E’ un qualcosa di nuovo per me, che forse ho intravisto soltanto a Palermo. 


Sopra: Un operatore ecologico ripulisce la galleria di Piazza del Plebiscito. Sotto: un telaio è stato ripulito dal motorino. 

Il mare. Lo cerchiamo subito, lo vediamo, ma non riusciamo a raggiungerlo. Il molo di fianco al Maschio Angioino viene interrotto da una zona militare. Nell’altra direzione inizia invece una lunga fascia portuale in gran parte chiusa al pubblico. Mentre a fianco del mare le macchine si azzuffano sul viale.


Le persone. Sfilandomi la camicia non mi accorgo che la mia carta d’identità è finita per terra. Se ne accorge una coppia in moto dietro di noi, che si ferma a raccoglierla e ci insegue per restituirmela. Un agricoltore intento a regolare l’irrigazione del suo campo non aspetta altro che un buongiorno per attaccare discorso e inquisire sulla mia vita. Un barista che mi chiede come sto e si ostina a non voler credere alla mia risposta. Una vecchina in fila che vuole assicurarsi che nessuno mi passi davanti e che mi protegge. Ristoratori e venditori che godono nell’offrire piccoli omaggi e puntualizzare come questi non siano inclusi nel conto finali. Tanti piccoli flash che non so quanto siano rappresentativi, ma che sicuramente profumano di generosità, ironia e curiosità. In una parola: umanità.

 

La pizza. A Napoli generalmente non c’è fretta. Si preferisce posticipare e non pensare subito al da farsi se non è strettamente necessario. Ma quando il bene in questione è la pizza, occorre che i pizzaioli viaggino in fretta e che ci sia un sistema ben chiaro ed efficiente per gestire i clienti. Perché a Napoli la città intera è cliente delle pizzerie, o almeno si ha questa impressione. Entrambi i posti in cui ci imbattiamo, uno rinomato e uno rionale specializzato in pizze fritte, hanno file chilometriche e sistemi ben precisi per rispettare l’ordine d’arrivo. In entrambe le pizze, la cosa che amo di più è la salsa al pomodoro. Seguita dalla pasta, talmente buona che non rimane nessuna crosta nel mio cartone (mai successo prima!). Ce le mangiamo entrambe in riva al mare, perché alla fine -se si vuole- uno sbocco al mare lo si trova sempre. Ma si dovrà tribolare un po’.

 

La privacy. Triboliamo anche per trovare il duomo. Ripercorriamo Via dei Tribunali, il cardine greco-romano, in lungo e in largo ma la traversa per il duomo continuiamo a mancarla. Ancora una volta vediamo l’obiettivo dietro ai tetti ma la strada ci viene continuamente sbarrata. In compenso abbiamo una panoramica costante sulle vite di certi abitanti della città. Conversazioni al telefono o da un motorino all’altro, pezzi di strada recintati a mo’ di balcone e finestre spalancate sulla strada dove si svolgono scenette quotidiane o dove, più frequentemente, se ne sta qualcuno seduto intento a guardarci dritto in faccia. Ma nella Napoli vecchia si va oltre alla privazione di privacy, ci si sente proprio tirati per le maniche in tutte le direzioni. 

 

La claustrofobia. La zona del porto e del mercato è storicamente l’area più povera e più densamente abitata. E’ perciò la zona più sudicia, ma anche la più turistica perché nel cuore della città. Specialmente di sera, che si cammini per le arterie affollate del quartiere o che si devii per le vie laterali impregnate di piscio, la sensazione prevalente è quella di claustrofobia e il desiderio è quello di fuggire verso spazi aperti e meno loschi. 


Angoli della Napoli del centro

 

Il giorno seguente Napoli ci appare diversa. La Napoli pedonalizzata di Piazza del Plebiscito e la Napoli signorile di Monte Sant’Elmo appartengono a una città diversa da quella vista la sera prima. Il cielo splende sul mare e sul Vesuvio e tutto sembra limpido e luccicante dall’alto. La funicolare ci riporta in mezzo alla città, a Montesanto, dove ci viene prontamente allestito un tavolino sul marciapiede e ci viene servita una pasta asciutta da urlo. 


Nomi di luogo. Alcuni religiosi, altri napoleggianti, altri ancora grecizzanti. Ma sicuramente non univoci. Infatti Google Maps ci porta a Pozzuoli, invece che a Bagnoli, mentre siamo in cerca della Villa di Posillippo. Ma poco importa dato che di resti romani ce ne sono a bizzeffe anche lì, incluso l’anfiteatro voluto da Nerone che è ancora in piedi e dove sta per svolgersi un concerto.

Stratificazioni. Forse neanche a Roma si va così “in basso” nel tempo. I sotterranei di Napoli sono infatti già incredibili così e molto non è stato ancora scavato. Come ci dice una guida, “non si può abbattere storia per cercare altra storia”. E quindi si scava solo dove non si va a distruggere niente, il che è cosa assai rara a Napoli. Ma in altri casi non c’è bisogno di scavare molto perché il sottosuolo non è mai stato realmente abbandonato. Come nel caso dei 40 chilometri di acquedotto romano, mantenuti in funzione fino allo scoppio del colera nel 1883 e riutilizzati come rifugi antiaerei nella seconda guerra mondiale da migliaia di napoletani. A Napoli si vive il presente calpestando la storia coi piedi, ma d’altronde è sempre stato così e non ci si fa tanto caso. 


I libri. Forse non ne ho mai visti tanti in vendita come a Napoli, ed è un gran bel segnale. I libri ti accolgono già alla mega Feltrinelli della stazione centrale, ma sono le piccole librerie del centro con le loro bancarelle -in particolar modo nella zona di Piazza Dante, vicino all'Università- a riempire le strade di libri e di cultura. Si percepisce una Napoli colta, dei movimenti studenteschi e dei caffè letterari.

 

Alla fine del nostro soggiorno a Napoli, prima di dirigerci verso le spiagge del Cilento, riemergiamo dal sottosuolo e siamo accolti dalle tarantelle di un quartetto di buskers. Facciamo l’esperienza della pizza a portafoglio, che riesce a essere buona anche se costa solo un euro. Sebbene ancora in carenza di quiete, ci viene difficile lasciare Napoli. 


La vista da Monte Sant'Elmo
L'anfiteatro di Pozzuoli

Paestum. Passiamo per Salerno, costeggiamo il mare per un po', attraversiamo campagne piene di serre e infine arriviamo alla stazione fatiscente, ma in via di ristrutturazione, di Paestum. Un altro nome evocativo, assegnato dai Lucani alla colonia greca di Posydonia e mai più cambiato. Anche perché la città fu dimenticata per vari secoli, trovandosi nel mezzo di un acquitrino (ora bonificato) e troppo a tiro delle flotte marittime di un tempo.

 

In effetti, dalla pineta lungomare dove siamo accampati alla città greca, ci sono meno di due chilometri. In tempi non pirateschi e non turistici è un gran lusso avere i templi di Atena così a portata di passeggiata. Me ne rendo conto già la prima mattina quando vado in esplorazione all’alba, svegliato dai cani del vicinato, svegliati a loro volta dai galletti della fattoria di fianco al nostro campeggio. 

 

Ma è anche vero che la smania di mostrare al mondo la bellezza di Paestum ha portato in passato alla costruzione di strade tutto intorno alla città greca. Il Parco Archeologico, che occupa una parte relativamente piccola dell’area delimitata dalle mura greche, si trova infatti confinante con una provinciale abbastanza trafficata (perfino all’alba!) e con una serie di aziende agricole che svolgono le proprie attività trattoristiche “entro mura”. 

 

Resta però un posto magnifico. Come Stonehenge, Machu Pichu e le piramidi d’Egitto questo luogo è un collegamento diretto con l’uomo delle origini e con le sue manifestazioni di magnificenza rivolte all’ultraterreno. L’architettura stessa dei templi di Paestum, la dimensione dei gradini delle scale e delle colonne, non era infatti a misura d’uomo ma a misura di Dio. Infine un altro sensore di collegamento all’uomo delle origini ci è dato dalla rappresentazione teatrale della Medea di Euripide, cui assistiamo proprio di fronte al tempio di Atena. E di colpo viene meno il tema della spiritualità e della ricerca di un contatto con le divinità, ma si fa largo l’umanissima sete di vendetta, scatenata dal sentimento di odio nei confronti di qualcuno che ci ha tradito e dall’antichissima esigenza di conservare l’onore del proprio nome. 


Medea in scena a Paestum 


Oltre alla città di Paestum, ci godiamo molto anche la spiaggia di Paestum. Il desiderio di avventura si affievolisce di fronte al fluttuare dolce delle onde e le nostre anime esploratrici e semi-sportive lasciano il passo a una riscoperta anima sedentaria e amante del buon vivere. 


E così come questo lungomare sabbioso, tanto rilassante quanto ricco di storie (dalle sirene dell'Odissea, ai succedimenti di popolazioni antiche e infine agli scontri sanguinosi fra alleati e tedeschi nel '43), così è stato anche questo nostro viaggio. E non c’è miglior luogo di questo per concluderne la storia. 




Fonti:

  • Paolo Macrì - NAPOLI. Nostalgia di domani (Ed. Il Mulino)

domenica 10 maggio 2020

Senza Confini Tour

English version

Siamo sulle Alpi Carniche. Per coincidenza scegliamo un sentiero chiamato “Senza Confini Tour”. E’ un sentiero ad anello che unisce l’Italia all’Austria. Inizia dalla frontiera del Passo Pramollo e ci ritorna dopo aver a lungo costeggiato e poi scavallato il confine. Oggi c'è il corona virus ma nessuno sorveglia il sentiero, è già tanto che ci sia qualcuno alla stazione di polizia della frontiera. Siccome Yasmin, la mia ragazza, abita nella regione austriaca aldilà di queste montagne (la Carinzia) e io mi sono trasferito a Tolmezzo in Friuli…ora non ci dividono molti chilometri. Dopo varie settimane di quarantena, abbiamo deciso che è ora di farci una bella camminata e di trovarci al confine per un saluto (con le mascherine ma almeno non virtuale). O per lo meno questo era il piano…




La mia giornata inizia in modo un po’ strano. Una volta preparato tutto quello che mi serve, esco di casa con la mascherina alla bocca. Mettendo in moto la macchina mi sento già un po' a disagio, e non vi dico quando passo di fianco alla polizia stradale del casello dell’autostrada.  Perché la cosa terribile di questo periodo di libertà limitata è che non sei mai sicuro al 100% che quello che stai facendo sia consentito. Per cui, sostanzialmente, prendere la macchina per andare a fare attività motoria 30 o 40 chilometri da casa mi agita un po’. Ma tengo duro e alla fine raggiungo Pontebbe, piccolo paese di montagna e penultima uscita dell’autostrada Udine-Tarvisio. 

Da Pontebbe parte la salita del Passo Pramollo, che non faccio fatica a trovare. L’unico problema è che mi trovo davanti questo cartello. 

Stramaledettissimi lavori. E su internet non c’è scritto niente!!!” 
“Ah no, aspetta un attimo… oggi è sabato. Che culo, posso passare

Iniziano i tornanti. E le gallerie. Macchine incontrate: una. Quando sono in cima comunico con Yasmin che è dall’altra parte della frontiera e ci mettiamo in marcia, ognuno dal proprio lato. 

Immediatamente vengo rapito dai paesaggi. “Proprio vera montagna” come commenta mia mamma in diretta whatsapp.  “Assembramenti di marmotte!” un amico ironizza. Fatto sta che, nell’incanto e nel guardare il telefono, mi sfugge la prima delle due malghe, unici riferimenti che ho sulla mappa. Dovete sapere che questa mappa me la sono “costruita” io, caricando l’itinerario del sentiero in formato gpx su un sito che permette di creare la tua mappa personalizzata. Ma ho scelto una scala un po' bassa e non ho messo la barra di riferimento per le distanze, per cui quando raggiungo la seconda malga sono convinto che debba trattarsi della prima perché mi sembra di aver camminato troppo poco per essere già lì. Così non volto a sinistra ma tiro dritto, sperando di trovare un’indicazione per la seconda malga. Che ovviamente non arriva.

Qui e sotto, il versante italiano delle Alpi Carniche. In primo piano il Monte Bruca con la sua particolare morfologia e sullo sfondo lo Jôf di Montasio (2753m)
Nel frattempo il sentiero inizia a salire e la vegetazione cambia. Ho già raggiunto la quota dove crescono soltanto arbusti e cespugli? O il motivo è l'aridità incredibile di questa pietraia dove sono finito? Scorgo dei pinnacoli di roccia sulla destra e sotto il sole cocente di mezzogiorno mi pare di essere in un film western. Ma in cima vedo anche uno scollinamento che dev'essere per forza il confine con l'Austria mi dico. Così respiro profondamente e spingo sui polpacci. Ma con mia delusione, quando arrivo in cima, dall’altra parte vedo un verde altopiano con dietro un’altra montagna. Questo mi confonde e mi fa dubitare un po’ sulla mia posizione…Caccio un urlo e mi pare di sentire la voce di Yasmin in lontananza. Mi suona il telefono, dev’essere lei! Invece no, è la Vodafone che vuole farmi una nuova offerta telefonica. Grido ancora ma stavolta non ottengo risposta. Cosa posso fare? Chiamarla e dirle che forse mi sono perso? No dai, andrò avanti ancora un po' e la incontrerò. 


Qui e sotto, una parte del percorso 504 in prossimità di Sella Barizze a cavallo fra il Monte Corona e il Monte Cerchio
L'altopiano erboso che precede la Malga Cerchio
Quando inizio ad avvicinarmi anche alla cima dell’altra montagna, senza avere ancora incrociato Yasmin o per lo meno ricevuto un urlo di risposta, mi vengono dubbi più seri circa la mia reale posizione. I dubbi vengono confermati da un gruppo di alpinisti di passaggio, cui chiedo informazioni. E beh, il succo è che ho camminato per due ore nella direzione sbagliata. Lo comunico a Yasmin, che ha già raggiunto il luogo dell’appuntamento da un pezzo ma che fortunatamente è una ragazza con una grande pazienza e mi aspetterà. 

Il problema è che nella mia testa la prima malga corrisponde ancora con la seconda e quindi i tempi si dilateranno ulteriormente rispetto alle mie stime. Nonostante abbia corso, la strada non finisce più e ormai sono esausto. La mia acqua è finita da mò e quindi sto bevendo quella dei ruscelli, che in realtà mi sembra buonissima. Quando in lontananza vedo un affare rosa appeso sulla punta di un piccolo albero rimango un po’ confuso. Perché fra la miopia e il mio stato psicofisico ci ho vedo una grande mammella di mucca invece della camicia di Yasmin, appesa lì per attirare l’attenzione di quel coglione del suo ragazzo. 

Beh, lo stratagemma ha funzionato: la vedo poco lontano sdraiata sull’erba. Mi vede anche lei e mi viene incontro ridendo, mentre io mi sento un po’ come l’Ulisse vecchio e acciaccato di ritorno da Penelope dopo vent’anni. Solo che a me è bastata una mattinata…
La prima malga, che in realtà era la seconda, dietro a un ramo di larice in fiore
Il resto ve lo risparmio. A parte una realizzazione che ho mentre sono lì con lei, e che pudicamente rivelo: vederla ed essere fisicamente nello stesso posto mi fa subito ricordare perché stiamo insieme, ed è una consapevolezza bellissima e rassicurante. Quando siamo a distanza, invece, diventa tutto più piatto e confuso, alle volte quasi angosciante. Insomma, proprio quando mi accorgo di quanta differenza fa avere intorno le proprie persone care…è già ora di andare. Yasmin mi bacia e si riavvia verso il suo lato del confine, mentre io vado verso il mio. 

Poi la discesa. Tutta un’altra cosa rispetto alla salita. Lungo quei larghi tornanti, ora che ho ritrovato la strada (e non solo quella geografica), mi sento un po' padrone del mondo e me la godo. Dalla radio suona un violino da una stazione slovena, mentre il verde dei paesaggi friulani mi rapisce di nuovo. Gli unici a lamentarsi di questa sinfonia di felicità sono i freni della fedele Qubo. 

La parte italiana del Passo di Pramollo presso la frontiera 

La Fiat Qubo a metano, compagna di tanti viaggi
Il paesaggio intorno a Pontebba

mercoledì 3 agosto 2016

Altro Salento

Arrivo in Puglia un pomeriggio di fine luglio, dopo una partenza prima dell’alba e oltre 10 ore di dormiveglia in macchina. Sono con tutta la famiglia, per quella che potrebbe essere l’ultima vacanza tutti insieme (a settembre me ne andrò a vivere all’estero e chissà quando ritornerò…ma di questa storia parlerò più avanti). 

La nostra base è una villetta squadrata nelle campagne circostanti Santa Maria di Leuca, il punto più a sud del tacco d’Italia (dove Mar Ionio e Mar Adriatico confluiscono). Il mare è a una decina di km in linea d’aria, ma non lo scorgo all’orizzonte nemmeno salendo sul tetto. Da quassù l’unica cosa che si vede sono gli ulivi: infinite distese di alberi perimetrate da muretti di sasso. Un pomeriggio, in cerca di un po’ di calma e di solitudine, decido di inoltrarmici a piedi. Una dopo l’altra, imbocco queste strette strade di campagna (in gran parte asfaltate) e ben presto non so più dove mi trovo. Tanto più che a un certo punto sento della musica e comincio a inseguirla. Si tratta inizialmente di percussioni alternate a un mandolino o a qualche strumento della tradizione pugliese. Pare che qualcuno lì vicino stia provando. Poi però il sound si fa più moderno ed elettronico, e sembra arrivare veramente da un punto vicino. Mi chiedo se in mezzo a questi campi di ulivi non ci sia una qualche casetta riconvertita a centro giovanile o discoteca. Sono molto incuriosito, ma nel frattempo il sole inizia a calare e si accresce in me anche un senso di angoscia. Non conosco queste strade e ovviamente non ho portato il cellulare con me… Alla fine arrivo in un punto più aperto, che affaccia sulla pianura sottostante. Capisco che la musica arriva semplicemente dal paese vicino, dove evidentemente ci sarà un concerto all’aperto. Al che torno sui miei passi per un breve tratto e - un po’ grazie all’intuito, un po’ per fortuna- riesco a tornare a casa abbastanza velocemente.


Il Salento, come tanti posti del Sud Italia, è questo: una terra capace di attirarti con le sue bellezze, rapirti nella vastità delle sue distese e puntualmente deluderti (magari presentandoti un cumulo di detriti e spazzatura all’entrata della più bella spiaggia che tu possa immaginare). Le etimologie del nome Salento conducono tutte alla presenza del mare, con ogni probabilità l’elemento ancora oggi più importante per questa terra. Da alcune decine di anni, migliaia e migliaia di turisti arrivano infatti ogni estate da tutta Italia per goderselo. Si affollano così le spiagge e i borghi più noti (Lecce, Gallipoli, Ostuni, Polignano a Mare ecc). Venditori ambulanti e strutture ricettive fanno così la loro fortuna. Sembrano tutti felici e contenti in questo modo, ma in realtà il Salento comprende anche molto altro che, invece, rimane nell’ombra. Lo si trova nelle campagne e nei paesi dell’entroterra. Nelle cucine e nelle tradizioni folkloristiche. Nei circoli mandolinistici e nelle chiese. Ma come si fa a scoprirlo?


Ancora una volta, il modo migliore è conoscere qualcuno del posto che ti porti in giro. Nel mio caso questo qualcuno si chiama Giuseppe, il fidanzato della mia vicina di casa (nonché cugina aquisita) di Bologna. Io e mio fratello siamo loro ospiti per un paio di giorni. Siamo nell’Alto Salento, a non molti km da Ostuni. Lì ci dirigiamo per la serata, non prima però di una giornata di mare presso la spiaggia di S.Pietro in Bevagna (nella costa ionica) e di un piatto fumante di spaghetti al sugo di pomodoro e fagiolini lunghi. Andiamo ad Ostuni per via di un festival di musiche del mondo, pur consapevoli della quantità di turisti con cui dovremo fare i conti. In effetti “la città bianca” –dove avevamo fatto pausa pranzo all’andata- è quasi irriconoscibile. Essendo così affollate, le piazze e le viuzze assumono un aspetto del tutto nuovo! Rimasti fra gli ultimi spettatori di un concerto di musica messicana iniziato all’una e un quarto di notte, decidiamo che possiamo essere soddisfatti della serata e ce ne torniamo a casa. La mattina seguente, decidiamo di rimanere in zona per la giornata e ci facciamo guidare per il paese e i dintorni. Sebbene le zone costiere possano apparire in tutto e per tutto simili a quelle del Basso Salento, basta allontanarsi un poco verso l’entroterra per notare come le infinite distese di uliveti del Basso Salento lascino il posto talvolta a distese aride e semidesertiche (interrotte soltanto da qualche albero, grotte e cave di tufo o da antiche masserie), talvolta a coltivazioni intensive di pomodori o altri ortaggi. Mentre la vecchia panda di Giuseppe imbocca strade sterrate ed evita buche, mi accorgo di quanto sia essenziale il sole caldo e la luce accecante per queste terre del sud.


Il paese di Giuseppe ha in realtà 20 mila abitanti e si chiama San Vito dei Normanni. Come tutti i paesi salentini che ho visto finora, il centro storico è contenuto ma è molto carino. Un antico castello orientaleggiante e un po’ decadente si affaccia sulla piazza principale, come anche il circolo mandolinistico, una chiesa e un bar coi tavoli all’aperto. Le chiese, sfarzosamente barocche e un po’ fatiscenti, definiscono la parte storica di S.Vito. Forse in questo periodo, forse a quest’orario o forse tutto l’anno, per le strade non si incontra quasi nessuno. Gli unici posti affollati (di soli uomini però) sono i bar. Ce n’è uno in particolare che è molto caratteristico: si trova al piano terra dell’edificio che ospitava il cinema storico del paese, ora non più in funzione perché non a passo coi tempi della tecnologia. L’insegna del vecchio cinema però sovrasta la piazza, che è in realtà un parcheggio ai margini del centro storico. Tutto intorno ai tavolini, dove si tengono fitte conversazioni nella penombra degli ombrelloni, sono ferme tantissime auto e pure un trattore. Quando passiamo noi, ho l’impressione che tutti ci fissino e guardino che cosa facciamo. Dopodiché, oltrepassato il bar e usciti dal centro, è il nulla più totale. Le strade perpendicolari e gli edifici tutti uguali (cubici e a due piani) che stanno ai lati, rendono questi luoghi tristemente prevedibili e desolanti. (Ricordo, a proposito, il senso di gratitudine che può dare anche solo la presenza di una piccola cappella con la Madonna: un goccio di tradizione nel mare di cemento della periferia). Di edicole o attività commerciali di qualsiasi tipo neanche l’ombra. Solo abitazioni, tutte provviste delle tipiche “rezze”, tapparelle in legno utili a mantenere il fresco nelle case e, come mi viene riferito, “a osservare fuori senza essere visti”. Nel pomeriggio usciamo dal paese, verso le campagne. A bordo della panda, mentre Anna ripercorre per noi le affascinanti storie dei suoi antenati, raggiungiamo il famoso campo di ulivi secolari appena fuori. Di lì ci inoltriamo ancora di più per le campagne, iniziando a percorrere strade bianche. Siamo alla ricerca di posti abbandonati. Raggiungiamo una vecchia grotta, nei pressi dei quali è stato costruito un grande muro a recintare quella che è una delle poche masserie ancora "in uso". Lo testimoniano le galline e alcuni panni stesi al sole. Ma è la desolazione più totale, e non ci dispiace molto che l'ingresso sia sbarrato. Nella nostra ricerca raggiungiamo diverse case cubiche costruite alcuni decenni fa dallo Stato e oggi frequentate in gran parte soltanto da gruppi di cani randagi, che ci accolgono con l'affetto di chi vuole giocare (e magari anche qualcosa da mangiare). Ci fermiamo a raccogliere i chili di fichi che pesano sui rami degli alberi. Mamma che dolci... Infine proseguiamo verso la masseria più bella, abbandonata da chissà quanto. E' pieno pomeriggio e non c'è una nuvola in cielo. Mentre camminiamo verso la corte diroccata, sento tutto il calore del sole sotto alle mie infradito. Oltrepassato l'arco di ingresso, mentre attraverso il semi-buio di uno dei grandi saloni, ho l'impressione di trovarmi nel libro di Ammaniti "io non ho paura". La masseria è abitata da piccioni e non ha vetri alle finestre. Ci sono scritte nere sui muri e un po' di sporcizia per terra, ma questi sono gli unici segni dell'arrivo della modernità. Una antica sacralità impregna ancora le stanze dei latifondisti di un tempo, le cui lastre dei pavimenti sono state tutte rubate. Raggiunta la riserva di Torre Guaceto, ci tuffiamo nell’Adriatico. La spiaggia è affollatissima, ma il mare è qualcosa di incredibile.  Le ultime ore insieme le passiamo rifocillandoci all'ombra di un chioschetto nei pressi di una stazione. Dopodiché il trenino per Lecce, dove ci aspettano i miei, arriva puntuale. La solita voce dell’altoparlante di Trenitalia è confortante e anche i 50 minuti di tragitto che ci separano dalla città scorrono in fretta, senza che il controllore abbia il tempo (o la voglia) di controllarci il biglietto. E' il tramonto, e sono felice di condividere questo piccolo tratto con mio fratello.


Lecce è stupenda. Luci calde, roventi pavimenti ciottolati e tanta storia accumulata in ogni angolo ci accolgono con un abbraccio mediterraneo e seducente. E’ sera ed è bellissimo camminare per le sue vie, nemmeno troppo affollate a dire il vero. Tutta la zona fra il duomo e la piazza con l’anfiteatro romano (riportato alla luce meno di un secolo fa) è degna del soprannome che è stato dato alla città: la Firenze del Sud. A pochi km dal mare, di respiro cittadino e non solo città turistica, Lecce è uno di quei posti dove vorresti tornare  ed esplorare più a fondo. Ci fermiamo a ri-mangiare, dopodiché continuiamo ancora un po' questa insolita e felice passeggiata di famiglia.


Gli ultimi giorni sono un ritorno alla “normalità” della vacanza, con la routine e ritmi lenti della famiglia al mare. Giochi di società e sport da spiaggia di ogni tipo animano le giornate, così come la caccia ai pokemon animano le uscite serali nei paesi vicini. La serata che però voglio riordare è quella passata a Specchia, paesino di 5mila abitanti non lontano da Presicce e ,di conseguenza, da Leuca. Arriviamo dopocena, non troppo fiduciosi nei confronti di un manifesto attestante "concerto di pizzica in piazza" per quella sera. E invece ci basta aprire lo sportello della macchina per capire che il concerto c’è, eccome se c’è!! La piazza, con il palco e tutta la gente attorno a ballare, è uno spettacolo. Lo sarebbe già di suo, grazie alla chiesa e ai palazzi eleganti che la adornano tutta, ma con questa atmosfera è veramente un posto magico. Un gruppo di musicisti cantano in dialetto e suonano per il pubblico. C’è un fisarmonicista, un chitarrista, un tamburelliere e due cantanti (uno uomo e una donna). Per tutta sera alternano pezzi della tradizione pugliese a tarantelle e valzer riadattati in chiave salentina. I miei, mia mamma in particolare, ballano come matti. A un certo punto però, i ballerini si fanno da parte e ricavano lo spazio per la “tarantolata”. Una ragazza viene portata in braccio e deposta sul lenzuolo bianco che è stato steso al centro della piazza. Sotto i colpi percossi dal tambrelliere, la ragazza inizia a riprendere i sensi e a risvegliare le membra del suo corpo. Per un tempo indefinito gli sguardi di tutti sono ammaliati dalla creatura bruna avvolta nel lenzuolo bianco. Il ritmo del tamburo scandisce il suo nome ad alta voce: si chiama "Puglia" e ci ha tutti stregati!


lunedì 4 luglio 2016

Sulla Via degli dei

IL VIDEO!

16-19 giugno 2016: 4 giorni di cammino per percorrere i 100 km che separano Bologna da Firenze e che costituisccono la famosa "Via degli Dei". (In realtà -sarà forse il periodo- di altri camminatori lungo la via ne incontriamo ben pochi!). Video ideato e realizzato dal mio amico Leo, godetevelo tutto!
 


                



IL RACCONTO

Ore 06.30, giovedì. Nonostante l'ora presto il sole è già alto e la nostra avventura sta per iniziare. La macchina -già piccola di suo- è stipata dai nostri zainoni. Io li guardo dubbioso, so che dovremo portaceli in spalla e che non sarà facile. Arrivati in stazione facciamo un'ultima selezione delle cose di cui possiamo fare a meno, ma non riusciamo a cavare fuori quasi nulla..."vabè, partiremo così!" A dispetto dell'itinerario tradizionale -che vedrebbe la partenza da Piazza Maggiore a Bologna e l'arrivo a Firenze in 5 giorni- noi decidiamo di partire da Sasso Marconi, in modo da tagliare qualche ora di cammino e provare a raggiungere Firenze con un giorno d'anticipo (entro domenica sera).

Arriviamo a Sasso in un batter d'occhio e, per prima cosa, ci avviamo verso il centro per prendere un "caffè di incoraggiamento" (Jonathan è seriamente spaventato dall'idea di rimanere senza caffè nei giorni a seguire, ed ha pure minacciato di portarsi un fornellino da campeggio con tanto di bombola del gas). Incontriamo un abitante chiaccherone, appassionato di caccia e di ricerca dei funghi, che ci dà qualche dritta sul percorso migliore da intraprendere per il primo tratto. (In realtà, senza farlo apposta, seguiremo l'alternativa meno bella (e meno ripida) di quella consigliataci.)

Dopo un primio tratto su strada asfaltata, inizia la salita fra i boschi del Contraforte Pliocenico. Si fa il grosso del dislivello in pochi chilometri -seguendo un sentiero che viene utilizzato anche dalle mountain bike- e si arriva a questo spiazzo molto bello (con tanto di spazio griglia). Lì la tentazione di considerarsi già abbastanza soddisfatti, stendersi sull'erba per un po' e poi magari far dietro front è facile che arrivi. In fondo il San Luca è ancora così nitido e a portata di mano...
Però desistiamo da questi pensieri e tiriamo dritto. Due signori ci danno indicazioni e ci incoraggiano, dicendo che "tre giovani come noi possono arrivare ben oltre Monzuno e raggiungere anche Madonna dei Fornelli in giornata" (erano le 11 passate). Dopo sei ore, trascorse a cercare di lasciarci indietro (invano) la collina su cui sorge la chiesa di S.Luca, siamo ancora ben distanti da Monzuno. Il monte Adone -diventato ben presto Monte Metadone (in seguito anche alla dislessia travolgente post traumatica e post affaticamento che ha caratterizzato i quattro giorni)- e gli zainoni sulle spalle, ci hanno veramente sfinito. Siamo costretti a fermarci abbastanza spesso per riprenderci un po' dal peso e dal caldo. Il tratto che segue la salita al Monte Metadone (un sentiero sassoso che poi cede il passo a una strada non trafficata ma davvero rovente) sembra non finire mai. Così dopo qualche altra ora, quando vediamo Monzuno nemmeno troppo in lontananza ma notiamo un autobus e una rispettiva fermata nelle immediate vicinanze, ovviamente non disdegnamo uno strappo (che ci viene gentilmente offerto dall'autista).




Arrivati in paese a Monzuno, un po' preoccupati per qualche problema tecnico alle scarpe (mie e di Jonathan) e per la ricerca di un posto dove dormire, ci capita il miracolo. La voce incredula di Jonathan, allontanatosi momentaneamente da noi per cercare un negozio di scarpe, riecheggia per le strade di Monzuno e arriva fino a noi col suo accento marchigiano: "Madonna mia! Madonna mia!!! Hahahaha Madonna!". Dopo poco eccolo arrivare di corsa, annunciandoci di avere incontrato "amici". Sono amici di suo fratello maggiore in realtà, appena traferitisi lì da Bologna. "CI OSPITANO LORO, TRANQUILLI RAGAZZI!". In effetti eccoli arrivare dopo pochi minuti! Sono una coppia di ragazzi poco più grandi di noi (beh forse un po' più grandi sì, ma non saprei dire quanto). Carichiamo tutto in macchina e accettiamo la proposta di una signora del posto, che ci invita a fermarci alla sagra di non so che...dove servono tigelle, hot dog e crescentine fritte. Ci ingozziamo come matti, pensando che si tratti della cena. In realtà, quando arriviamo a casa, Miguel si mette a cucinare. Mentre si parla e si rattoppano un po' gli stivali, viene preparata una pasta alle patate da fuori di testa. Il profumo ci riapre lo stomaco e mangiamo di gusto anche quella. E dopo cena, è un vero piacere stare seduti all'aria di montagna in compagnia e con la pancia piena. Ci andata davvero bene! Anche perchè in questo modo dormiremo su dei letti veri e non in tenda. Non solo, al nostro risveglio ci aspetta una colazione super e un passaggio in macchina fino all'imbocco del sentiero. Non sappiamo come ringraziare: ora abbiamo il corpo e gli stivali risanati e una giornata di sole davanti. Ci abbracciamo calorosamente e ci incamminiamo di buon passo.


Quel giorno (venerdi) diamo una svolta al nostro cammino, arrivando a Madonna dei Fornelli per l'ora di pranzo (dove però dobbiamo fermarci ben oltre a causa di altri problemi tecnici) e raggiungendo il Passo della Futa per cena. Il tratto di strada è abbastanza impegnativo ma molto bello. Inoltre la maggioranza di esso è sentiero di bosco (ricalcando in parte quella che era
l'antica Via Flaminia, costruita e lastricata dai romani per fini militari e in certi tratti recuperata attraverso uno studio archeologico) e il caldo si fa sentire molto meno del giorno precedente. Svalicato il confine tosco-emiliano e arrivati alla Futa, ci sistemiamo con le tende in un campeggio. Approfittiamo anche per prenderci una pizza e concederci un po' degli Europei che si stanno giocando.



La mattina dopo, sabato, ci svegliamo presto e un po' acciaccati dall'umidità e dal fresco "d'alta quota" (circa 1000 metri). Ma proprio per questo la doccia calda è una vera goduria rigenerante. Così come è anche la colazione al bar del campeggio, dove approfittiamo per fare un po' di mente locale sul resto della strada mancante. Ci rimettiamo in cammino, facendo però una breve tappa al curioso cimitero dei soldati tedeschi (decine di migliaia) caduti durante la seconda guerra mondiale nell'Italia settentrionale (voluto e getito tuttora dal governo tedesco, ma situato nel cuore della nostra penisola). Manteniamo il passo e raggiungiamo S. Agata nel tardo pomeriggio. Ci fermiamo a contemplare la chiesa e la placida vita di paese (per altro molto carino) per un'oretta, ma poi -ingannati da un vecchio mugnaio mezzo sordo sui tempi di percorrenza- decidiamo di provare a fare il colpaccio e cercare di raggiungere S.Piero a Sieve. A detta del vecchietto ci separava soltanto un'oretta di strada, ma invece (non è ben chiaro per quale motivo) impieghiamo circa tre ore estenuanti per arrivare. Il sole è già calato da un pezzo e i piedi sono al limite della sopportazione quando raggiungiamo roccambolescamente il campeggio "Mugello verde". Senza più forze (nemmeno di spostarci dal punto in cui abbiamo piantato la tenda), consumiamo con piacere la quasi totalità delle provviste e della spesa fatta a S.Agata. Dopodiché il sonno piomba quasi immediatamente su ognuno di noi, e abbiamo giusto il tempo di lavarci i denti al bagno vicino e trascinarci verso i nostri sacchi a pelo.

Domenica, ci accoglie al nostro risveglio un cielo grigio e notizie di pioggia imminente. Reduci anche dalle fatiche del giorno prima, decidiamo di comune accordo che non dobbiamo dimostrare proprio nulla a nessuno (a eccezione della mamma di Leo, che non dovrà leggere questo articolo e dovrà continuare a pensare che abbiamo raggiunto Firenze completamente a piedi in 4 giorni) e che possiamo benissimo farci l'ultimo pezzo in treno. D'altronde -anche nell'itinerario tradizionale- l'ultimo tratto di strada è il più lungo (11.30 h di cammino) ed è percorribile coi mezzi soltanto partendo da S.Piero o da Fiesole, che rischiamo di non riuscire a raggiungere messi come siamo messi. Così smontiamo tutto con calma e ci dirigiamo verso la stazione, dove puntualmente perdiamo il primo treno utile e aspettiamo il successivo (concedendoci una seconda colazione al bar vicino). Così alle 11.30 di mattino, arriviamo "belli riposati" e asciutti in stazione a Firenze (dove ci lasciamo indietro pure 2 zaini su 3). La pioggia arriva ma in modo molto meno drammatico di quanto preannunciato. Comunque sia, il nostro giro per ill centro di Firenze -dopo giorni di soli alberi e montagne- è un tuffo improvviso, ma piacevole, nella civiltà. Che impressione farsi largo tra la folla di turisti (incappucciati sotto i ponchi colorati) per attraversare il Ponte Vecchio! Alle 17 e qualcosa, montiamo di nuovo sul treno e ripercorriamo alcuni dei monti e delle valli che ci siamo fatti a piedi. Osserviamo questi luoghi e questi nomi, ora familiari, da un nuovo punto di vista. Una volta ancora, come quando guardavamo le valli intorno a noi dalla cima dei sentieri d'alta quota e ci stupivamo del cambio di prospettiva, i nostri occhi vedono diversamente i luoghi di questo territorio e percepiamo diversamente le distanze che lo costituiscono. (Ok... in realtà il viaggio di ritorno è stato corredato anche da diversi sonnellini e momenti di "abbiocco", però -almeno per me- è stato anche tutto questo). Infatti penso proprio che, come diceva o scriveva qualcuno di importante, camminare sia qualcosa di profondamente istruttivo. A livello storico-geografico ma anche e soprattutto personale.



Durante il cammino è scattata la diatriba sulla questione: "Ma anche farlo da soli quanto sarebbe bello questo cammino?". Beh io resto dell'idea che sia andato come è andato (benissimo) proprio perchè eravamo noi 3. Una squadra ben assortita: con Leo che fa video e si porta dietro la sua farmacia ambulante, Jonny che dice cazzate e fa valere il suo "praticismo scout" e io che non faccio niente (cammino, e pure lento). E poi certo, il culo fa. Che fa tanto. Però se posso dare un consiglio a chi vuole partire per la Via Degli Dei: non fatelo ad agosto, ma a giugno magari, anche se è fuori stagione (e chi deve intendere intenda =D).




venerdì 12 febbraio 2016

Festival della filosofia


C'è un breve periodo dell'anno, 3 giorni solitamente nella terza settimana di settembre, in cui la città di Modena si trasforma. Fioriscono bancarelle di libri e iniziative di ogni tipo in tutto il centro della città. Gruppi di giovani e di famiglie brulicano per le strade e affollano i bar. I musei aprono le porte fino a mezzanotte e per questi tre giorni non richiedono biglietti. E soprattutto le piazze prendono vita! Si riempono di persone, tantissime persone in piedi, sedute, sedute per terra, in bici, e chi ci passa non può che fermarsi almeno per qualche minuto. Perché le piazze assumono una voce in quei tre giorni -ogni ora diversa per argomento, lingua, timbro- e come si fa a non fermarsi, anche solo per il fascino?!

Ma non solo per il fascino, il festival della filosofia è animato da “sapienti” che sanno parlare benissimo e spaziano su tutto. Non solo filosofi, ma sapienti di “razze” anche molto diverse. Anzi, personalmente i filosofi sono quelli che evito.
In genere ricerco conferenze con della sostanza, senza troppi paroloni e titoli che non capisco, ma che alla fine mi diano qualcosa e mi facciano sentire almeno un minimo “cresciuto” come persona. E devo dire che da 6 o 7 anni (da quando ci vado) ne ho sempre trovate di conferenze così. E poi non solo conferenze, e nemmeno solo a Modena! Fra le vicine Carpi e Sassuolo si trovano facilmente film, documentari, concerti e spettacoli se si legge bene il programma. Anche questi tutti gratuiti.



E' soprattutto per un sentimento di riconoscenza e gratitudine che sto scrivendo questo articolo. Si dice spesso che in Italia non si investe nella cultura, nella ricerca ecc ed è vero. Però ci sono eccezioni come questa che confermano la regola, e che vanno tutelate e valorizzate. Il fatto che spazi pubblici, chiese, musei, monumenti vengano attrezzati e aprano le porte per ospitare a titolo gratuito eventi culturali di spessore è per me una cosa bellissima. Spero quindi che il festival della filosofia mantenga questa linea e non segua l'esempio di altri festival (come quello della letteratura di Mantova o quello …......... di Sarzana) che hanno recentemente inserito un biglietto per poter assistere alle iniziative, trasformandole di fatto in spettacoli a pagamento. Infatti il bello di questo festival, per me, è anche la possibilità di viverlo alla giornata e lasciare spazio agli imprevisti e alle sorprese. D'altronde essendoci così tanto bisogna per forza mettersi il cuore in pace, scegliere i propri “irrinunciabili” e per il resto del tempo prendere ciò che passa in convento o ciò a cui conducono l'istinto e le sensazioni.

Se si ha modo, ad esempio attraverso parenti o amici generosi, consiglio di provare a vivere il festival e la città dall'interno, e non da fruitori pendolari. Avviarsi la mattina verso il centro storico di una delle tre città dove si svolge e restarci. Alzarsi dal posto a sedere faticosamente guadagnato se la conferenza non interessa e iniziare a girovagare. Comprare un libro e un pezzo di focaccia. Entrare nei musei civici o nei palazzi della città. Tornare lentamente in casa per pranzo o per cena e poi uscire ancora per i programmi serali, e per le città di notte. Che, vedrete, quasi, non riconoscerete più! Come accennato il festival si svolge su tre città contemporaneamente, che sono vicine (una più a sud e l'altra più a nord rispetto a Modena) ma non poi così vicine. Occorre quindi un mezzo a motore se ci si vuole spostare o una tabella degli orari di treni e autobus.

Infine un informazione poco conosciuta: ogni anno c'è la possibilità per 20 studenti di università italiane o straniere di fare richiesta per ottenere una borsa di studio (utile a coprire i costi di viaggio e soggiorno) e vivere il festival a stretto contratto con i suoi protagonisti.

sabato 26 dicembre 2015

Viaggio in Sicilia


A fine ottobre del 2015 approfitto di un progetto di collaborazione fra alcune università per scendere a Palermo, principale città di una terra dove non sono mai stato. Parto da casa all'alba di un sabato mattina autunnale e poco dopo le 8 sono già con i piedi sull'isola. “Lunedì conoscerò gli altri studenti che partecipano al progetto, mentre questi due giorni li userò per girarmi a modo Palermo” penso. Però intanto sono da solo e mi sento un po' spaventato, è infatti molto tempo che non faccio esperienze simili e non so bene cosa mi aspetti. Starò via 10 giorni, di cui solo tre impegnati dalle attività del progetto. Ma ho molte idee e un piano di massima per gli spostamenti. 
Così atterro in anticipo all'aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi (a 30 km dal centro di Palermo), ricavato in un esiguo spazio fra il mare e le montagne. Esco all'aperto, zainone in spalla, e mi scontro subito con questo problema della “mafia”: l'aeroporto sarebbe collegato alla città da una linea ferroviaria, la quale però è interrotta da alcuni mesi per lavori ed è sostituita da autobus; se non fosse che questo servizio inspiegabilmente non parte dal terminal, ma a 1 km e mezzo di strada -in località Pinareto- e pertanto la stragrande maggioranza dei passeggeri diretti a Palermo non fa uso di questi autobus, ma di quelli privati (della compagnia Presti e Comandè), o dei taxi, parcheggiati proprio fuori all'uscita degli arrivi. Mentre cerco di comprendere la situazione e valutare a chi affidarmi (e soprattutto a chi affidare i miei soldi) vedo un gruppo di tassisti appoggiati alle loro macchine e mi avvicino per chiedere informazioni. Sapendo che Cinisi -il paese natale di Peppino Impastato dove si trova anche un museo a lui dedicato- dista meno di 10 km dall'aeroporto, provo a sentire quanto vogliono per un passaggio fino a lì. Mi dicono, dopo un secondo di esitazione vista l'originalità della richiesta, che la tariffa minima è 35 euro (praticamente la stessa per andare a Palermo). Ma la cosa curiosa è che subito dopo iniziano a parlare male di Cinisi e cercano di distogliermi dall'idea di andarci. Quando gli dico che è per il museo di Peppino, cominciano a parlare male del personaggio e affermano che  “se Cinisi è ancora in piedi è soltanto per un certo Don Tano, che ha fatto costruire questo aeroporto lì vicino”. Dopodiché ci salutiamo, chiaramente il prezzo del loro servizio e quella compagnia non è nei miei interessi.
Alla fine però devo cedere alle circostanze e al peso sulla schiena, rinunciando così alla pazzia di scalare il monte che mi separa da Cinisi e dirigendomi  direttamente a Palermo. Ci arrivo con un taxi condiviso con altre 7 persone, per il quale pago 8 euro. Il mio ostello è molto internazionale e vicino a Piazza Marina, sebbene la facoltà sia lontana quello che mi convince è la tariffa (16 euro e la colazione in bella vista). “Parto un po' prima e mi faccio una bella passeggiata, o al limite prendo l'autobus”, mi sono detto. Entrambe le cose si sono rivelate più facili a dirsi che a farsi: Palermo ha i marciapiedi più stretti che io abbia mai visto e la guida meridionale (per uno come me praticamente mai sceso sotto Roma) è un'esperienza di vita che può dare da fare nei primi giorni, richiedendo quattro occhi al posto di due (uno, contando che l'altro è fisso in giù a guardare google maps ed schivare le cacche di cane); gli autobus urbani possono invece cambiare la vita del malcapitato turista, sempre che la destinazione sia abbastanza centrale e non quasi in periferia come la mia. Tuttavia l'uomo è un essere dotato di grande capacità di adattamento e così anch'io, dopo l'iniziale stordimento, inizio a cavarmela e a destreggiarmi in questa giungla di città.


I miei giorni a Palermo passano in fretta, tra il progetto all'università che mi occupa la mattina e parte del pomeriggio, le serate con alcuni ragazzi conosciuti in ostello e i giri in solitaria per annusare e perdermi fra le vie della città. Molti angoli di Palermo non fanno un buon odore, provano anzi a respingerti in tutti i modi con la loro inquietante penombra e gli sguardi storti degli abitanti. Eppure questa città possiede il fascino della storia stratificata e del Mediterraneo che ti cattura. É una città di mare, abituata dal tempo dei greci ad essere capitale e centro economico dell'isola. È fatta di viuzze oscure e pochi viali larghi scavati fra le casupole che conducono a piazze dove si affacciano grandi chiese per lo più barocche. Indimenticabili i Quattro Canti, la piazza ottagonale dove si incrociano le due arterie principali (via Maqueda e Via Vittorio Emanuele) e su cui si affacciano i quattro edifici in passato più importanti per la vita di Palermo: lì venivano fatte sia le feste pubbliche che le esecuzioni.
Indimenticabili i Ficus di Piazza marina e dei giardini botanici (che cinque uomini non basterebbero per abbracciarli) e i tristissimi lecci nodosi a bordo strada. Indimenticabile il frastuono dei mercati e il rombo notturno dei motorini sui ciottoli.

È una città che se da una parte ha mantenuto pittoresche tradizioni secolari (come i mercati), dall'altra è stata stuprata dalla speculazione edilizia e dalla noncuranza dei suoi amministratori. Oggi si distende a dismisura fuori dal centro storico, senza un apparente senso urbanistico e architettonico, e collegata da strade perennemente trafficate e una metropolitana che non ho avuto occasione di prendere. La direttrice principale di questa incontrollata edificazione è quella di Via Maqueda, che idealmente congiunge i Quattro Canti allo Stadio Barbera. Me ne rendo conto la mattina che decido di raggiungere Isola delle Femmine, località di mare a pochi chilometri dal mare in direzione Capaci: soltanto uscendo di casa molto presto e servendomi di un autobus aggiuntivo riesco a raggiungere la fermata dell'autobus per Isole delle Femmine, fermata che si trova dalle parti dello stadio e ad occhio non sembrava troppo lontana dal centro per raggiungerla a piedi. Mi sbagliavo, ma ne è valsa la pena perché la destinazione -un piccolo paese di pescatori- ha immediatamente risvegliato in me una profonda quiete interiore e una grande serenità. Davanti al blu cristallino del mare e del cielo terso, e scaldato dal sole di mezzogiorno (un sole per nulla autunnale), mi sono buttato. Ho fatto lunghe bracciate nell'acqua gelida, elettrizzato dalla gioia del momento e ripensando alla nebbia di casa mia. Dopodiché sorpasso nuovamente i pescatori indaffarati con le loro reti e mi dirigo verso le case.


Isola delle femmine è un paese che si trova sul breve tratto di costa che sta di fronte a un isolotto brullo a largo degli scogli, sormontato da una torre oggi diroccata. Sebbene il nome e la presenza di tale torre abbiano dato origine a leggende e dicerie fantasiose (come quella secondo cui la torre dell'isola era un tempo la prigione per le donne dell'isola), sembra in realtà che il nome derivi semplicemente dal buffo processo di italianizzazione di un termine della lingua locale e che la torre facesse parte del sistema costiero di avvistamento per i corsari. Un'altra cosa interessante di Isole delle Femmine è anche il fatto che, da qualche anno a questa parte, lì si trova la sede di AddioPizzo, storica associazione antimafia che sono andato a conoscere.  Attraverso un bando statale o regionale hanno ottenuto di convertire la vecchia casa abbandonata del ferroviere del paese e di farne la loro base. Ora i muri sono stati ri-imbiancati e tappezzati di foto, le porte e le finestre sono colorate, oltre ai di tavoli e ai computer c'è un divano e una cucina, e un terrazzo assolato che dà sulle distese di rotaie e sulle barche dei pescatori. Attraverso un'amica mi sono messo in contatto con Dario, che mi accoglie e mi presenta agli altri impiegati di questa associazione specializzata nella lotta alla pratica del pizzo e nella promozione del consumo critico e consapevole. Il telefono squilla continuamente e l'agenda di Dario si riempie di scritte e di appuntamenti. 

Fra una telefonata e l'altra, mentre aspetto di riprendere il discorso per cui ci siamo incontrati, percepisco l'energia che sta dietro questa battaglia: quella che pulsa entro quei muri, in persone come Dario, che hanno dedicato la propria vita a questa causa, e l'energia che è stata messa finora come testimoniano le storiche foto appese dovunque intorno a me. Alla fine riusciamo a parlarci e a metterci d'accordo: riesco a strappargli la disponibilità a venire a trovarci in primavera per un festival che collaboro a organizzare! Assisto a una riunione interna e, mentre ascolto, penso che mi piacerebbe lavorare in un posto come quello, respirando aria di mare e facendo qualcosa di utile per la mia città. Infine una collaboratrice che lavora per il progetto di “turismo etico” gentilmente mi offre un passaggio in macchina per il centro di Palermo. Parliamo delle gite e dei viaggi di gruppo che da qualche tempo hanno iniziato a organizzare, e rimango entusiasta dell'idea: oltre alla tradizionale visita dei luoghi-simbolo della Sicilia e della storia dell'antimafia, offrono bike tours attraverso l'isola, cicli di seminari e incontri per conoscere le storie più significative del movimento dell'antimafia (come le esperienze di Libera Terra di riconversione di beni confiscati alla mafia in attività “pulite”); il tutto appoggiandosi a strutture, ristoratori e fornitori e compagnie di trasporto pizzo-free, per restituire dignità a questa terra e dare visibilità e sostegno a coloro che stanno lottando per il cambiamento.


La sera del mio quinto e ultimo giorno a Palermo un improvviso nubifragio mi sorprende senza giacca e senza ombrello lontano dall'ostello. Ho appena preso una granita e salutato un amico che ho conosciuto al progetto (ma che in realtà studia a Bologna ed è solo un paio d'anni più indietro di me). Suo padre è anziano e ha vissuto a Palermo fino a 20 anni. Abbiamo avuto la fortuna di averlo come guida per la Cappella Palatina, con tutta probabilità la chiesa più bella che abbia mai visto finora. E' un ambiente piccolo tutto sommato, niente di maestoso, e risale al tempo in cui il Re Ruggero II la fece costruire insieme al Palazzo dei Normanni.
Commissionò un progetto bizantino ad artigiani in buona parte arabi e il risultato è qualcosa di indescrivibile. Guardare i dettagli, fra l'altro realizzati interamente attraverso la tecnica del mosaico, così belli e così piccoli mi ha fatto provare una sensazione simile a quella che provai al liceo quando mi fu spiegato in filosofia uno dei paradossi di Zenone: “non si può giungere all'estremità di uno stadio senza prima aver raggiunto la metà di esso, ma una volta raggiunta la metà si dovrà raggiungere la metà della metà rimanente e così via, senza quindi mai riuscire a raggiungere l'estremità dello stadio”. So che suona esagerato (e ovviamente lo è), ma è un po' come pensare a cosa ci sia oltre all'universo (verso dove si sta espandendo?) ma al contrario; è rendersi conto della sostanziale infinitezza di alcune cose (le stelle nel cielo, i granelli di sabbia in una spiaggia, e i tasselli di azzurro della Cappella Palatina).


Fatto sta che mi ero lasciato tutto questo alle spalle e mi trovavo molto lontano, nei pressi di corso Maqueda, quando sono iniziate a scendere le secchiate di acqua fredda dal cielo già nero. Le strade hanno quasi subito iniziato ad allagarsi e la gente a chiudersi in casa. Sono arrivato zuppo in ostello, mi sono fatto una doccia e ho preparato la valigia per lasciare Palermo all'indomani. Sebbene avessi ancora Monreale e mille altre cose della città da vedere, era tempo di ripartire e dirigersi verso l'altro grande fuoco dell'isola, quello naturalistico, e cioè l'Etna. Le piogge della burrascosa nottata avevano provocato frane che impedivano ai treni per Catania di circolare e ai bus di fare la normale tratta attraverso l'autostrada. Così mi ritrovo a percorrere minuscole stradine di montagna su questo autobus da gita scolastica pieno di persone scombussolate e con la pancia in subbuglio per via di “questa pioggia maledetta”. Mentre io sono felicissimo di attraversare paesini arroccati sulle montagne palermitane (come le Madonie e i Nebrodi) e avvicinarmi con più gradualità e naturalezza all'Etna, il “gigante d'Europa”.


Ad aspettarmi a Belpasso, uno dei paesi ai piedi del vulcano e a pochi chilometri da Catania (che si trova sul mare), c'è Tito. Sono infatti ospite di un paio di famiglie legate dalla scelta di una vita “familiarmente comunitaria” e incentrata sul progetto di trasformazione di un posto magnifico ma abbandonato da molti anni. “Le Tre Finestre” è il nome di questa grande tenuta, dove una volta si estendevano ettari di vigna per la produzione del famoso vino bianco dell'Etna e dove oggi sono cresciuti invece tantissimi ulivi. Ci sono due nuclei di case completamente ristrutturati e un'ex chiesetta senza porta, dove gli adulti delle famiglie si raccolgono ogni mattina prima di dividersi ognuno per le proprie attività quotidiane. Io ho la fortuna di alloggiare in un grande stanzone proprio a fianco della chiesetta. Un bellissimo parquet al centro della sala e alcune finestre sopraelevate regalano all'ambiente un aspetto teatrale ed accogliente.
Resto lì come ospite per quattro notti e ricambio la generosità di Tito, Nella, Manfredi e Fabìola partecipando ai lavori che ci sono da fare in campagna e dando una mano in cucina. Il weekend in cui sono capitato c'è infatti molto da fare in cucina perché sabato è un giorno di festa: è il compleanno di una delle bimbe delle famiglie, e arrivano i parenti stretti di Fabiola e Manfredi. Improvvisamente mi trovo quindi seduto a una grande tavolata a mangiare e a stringere le mani di persone molto accoglienti e calorose, che non mi fanno sentire affatto un pesce fuor d'acqua. Al pranzo di compleanno segue ben presto una cena più “frugale”, dove ci si ritrova di nuovo tutti insieme. Il giorno seguente, domenica, tutti i parenti sono ancora lì, dopo una notte passata sistemati alla bell'e meglio, e partecipano in qualche modo alla vita comunitaria delle Tre Finestre. I ritmi sono lenti, la loro visita non è un toccata-e-fuga-perchè-si-deve-fare ma è una visita in tutta tranquillità, per il piacere di stare insieme. Questo vale soprattutto per i genitori di Manfredi, che hanno contribuito attivamente con l'acquisto del podere e alla ristrutturazione degli edifici, e che sono membri a tutti gli effetti della comunità delle Tre Finestre pur abitando lontani.

Questo tipo di comunità segue le regole delle Comunità dell'Arca, molto diffuse in Francia e ispirate ai valori di convivenza di Lanza del Vasto e di Gandhi. Si tratta di una comunità molto piccola e un po' sui generis rispetto alle grandi comunità del passato o di altre realtà. A parte Tito, che lavora quotidianamente nel carcere di Catania, le altre persone adulte sono occupate interamente dalle attività della comunità: i lavori in campagna, nei laboratori di trasformazione dei prodotti agricoli e delle erbe aromatiche e di lavorazione del cuoio assorbono infatti molto tempo e vorrebbero garantire presto un reddito sufficiente all'autosostentamento. Periodicamente, gli abitanti delle Tre Finestre e i singoli e le famiglie a loro vicine si ritrovano e rinnovano la volontà di proseguire su strade affini e condivise, così come avviene anche a livello nazionale e internazionale (mondiale!).

Alla fine anche la domenica si rivela un giorno di festa: dopo la raccolta comunitaria di qualche sacco di olive per la messa sott'olio e un piatto di pasta saporitissimo, è l'ora per l'ascesa a uno dei crateri dell'Etna. Il vulcano è infatti una distesa paurosa di crateri e lava  delle vecchie eruzioni che gradualmente separa il cratere principale dai primi boschi e dai paesi sottostanti. Per avvicinarsi bisogna però fare curve e salite di strada di montagna, che ben presto lascia il passo a un paesaggio di tipo lunare. Al cratere dove siamo diretti, il più vicino, ci arriviamo praticamente senza mettere piede fuori dall'auto. Troviamo una gran folla di gente in gita domenicale, che si guarda intorno, scavalla crateri spenti e raccoglie souvenir da portare a casa. La cima del cratere principale è lontana e ancora altissima (3343 m). Mi dicono che per arrivarci occorrono almeno sette ore di cammino da lì o 50 € di seggiovia, e purtroppo non possiamo permetterci nessuna delle due cose. Così ci accontentiamo di osservarlo da laggiù, dove ci sentiamo già un po' calati nel mondo infernale dei vulcani (se solo non fosse per i rumori di auto e dei gruppi di turisti che inevitabilmente ci richiama alla realtà).

Passato anche l'ultimo giorno alle Tre Finestre è tempo di prepararsi per il ritorno a casa. Prima del volo ho tempo di vedere qualcosa anche di Catania, così saluto tutti e sfrutto il passaggio mattiniero di Tito. Approdo in Via Etnea, la spina dorsale della città dove convergeranno anche i miei giri a zigzag per il centro storico. Ho modo di attraversare i due mercati principali della città
(quello alimentare-misto e quello specifico del pesce) e bermi una bibita super dissetante allo sciroppo di limone e mandarino a uno dei chioschetti che si trovano fra le bancarelle. Passo davanti all'università, che è una di quelle più attive nel mio ramo di studi (agraria) anche a livello internazionale, e mi dirigo verso il castello. Ho infatti casualmente letto che al suo interno c'è una mostra di Chagall, uno dei miei artisti preferiti. Entro e non trovo quasi nessun altro visitatore, così mi godo un piacevolissimo percorso fra le sue opere e le stanze del piccolo castello.

Infine è tempo di avviarmi, non senza un po' di angoscia, verso il Piazzale Falcone-Borsellino dove ferma l'autobus che mi porterà all'aeroporto di Comiso (vicino alle terre di Montalbano). Destreggiarmi nell'intrico di fermate delle innumerevoli linee private di autotrasporti non è affatto semplice e sono teso perché devo per forza prendere l'unica corsa del pomeriggio. Così resto vigile per 40 minuti buoni, mentre cerco di mangiarmi un fico d'india (che è tuttavia una grande delusione, sia per le invisibili spine che nonostante tutti gli sforzi mi si infilano fra le dita sia per il sapore). Alla fine il bus giusto ferma poco in ritardo al punto che sospettavo essere quello giusto e salgo, scaricando tutta la tensione accumulata sul morbido sedile e incollando il naso al vetro. Anche il resto del ritorno a casa va liscio come l'olio. Mi servo di efficienti trasporti pubblici, che mi portano dall'aeroporto di Pisa fino a Bologna.

Inizio presto a riconoscere accenti e paesaggi familiari e non posso fare a meno di notare le differenze fra questi due mondi (il nord e il sud Italia) che ho in breve tempo attraversato: il costo di una cena al volo; il cielo e la temperatura; i decibel nelle strade. Ma l'ultima di questo mio viaggio, mentre attraverso la stazione di Bologna, mi viene da pensare anche a questo potere illegale e sotterraneo, di cui sempre più spesso si sente parlare in riferimento alle nostre coordinate e che quindi sembra accomunarli in qualcos'altro questi due mondi. Mi ricordo dei processi per mafia che sono attualmente in corso nella mia città e mi viene alla mente un dato che ho sentito dire di recente da Gaetano Alessi, siciliano impegnato da anni contro la mafia al Nord: “in Emilia Romagna il 19% delle imprese è già vittima di pizzo o di usura”. Ed ecco che il sapore in bocca torna agro-dolce, non so più cosa pensare della terra che mi ha accolto in questi ultimi dieci giorni e nemmeno della terra dove sono nato. Allora non faccio più nulla, spengo il cervello, e mi addormento del bel sonno di chi ha vissuto davvero per un po' ed ora è stanco.