domenica 20 settembre 2020

48 ore a Napoli e 40 metri sotto terra



Siamo a inizio settembre ma il freddo delle 5 di mattina lo sentiamo tutto mentre ci avviciniamo a Udine in treno. Il sole è ancora nascosto dietro le Alpi e i pochi passeggeri attorno a noi sembrano assonnati. Ma di certo non stanno andando in un posto esotico e non hanno in corpo l’adrenalina dell’inizio di un viaggio come l'abbiamo noi.
 

Man mano che io e Yasmin scendiamo verso sud, paesini arroccati e campi semiaridi si alternano alle grandi stazioni e alle aree di periferia che attraversiamo. Sedute di fianco a noi, due vecchiette ormai vedove si sono trovate e si dicono quanto è bello poter viaggiare insieme. Puglia, Campania, Sicilia…ma rigorosamente fuori stagione “o altrimenti c’è troppo caos”. Non glielo dico, anche perché pensano che io non sia italiano, ma concordo in pieno con loro: è molto bello viaggiare insieme a qualcun altro. E alla fine arriviamo: Napoli.

 

La prima impressione appena fuori dalla stazione è di nord-africa. Sporco, traffico e aria calda. Dopodiché, percorrendo Corso Umberto I in direzione del nostro alloggio, il traffico e le onnipresenti bancarelle si mescolano ai palazzi nobiliari, agli edifici dell’università e ai negozi di vestiti. E’ un qualcosa di nuovo per me, che forse ho intravisto soltanto a Palermo. 


Sopra: Un operatore ecologico ripulisce la galleria di Piazza del Plebiscito. Sotto: un telaio è stato ripulito dal motorino. 

Il mare. Lo cerchiamo subito, lo vediamo, ma non riusciamo a raggiungerlo. Il molo di fianco al Maschio Angioino viene interrotto da una zona militare. Nell’altra direzione inizia invece una lunga fascia portuale in gran parte chiusa al pubblico. Mentre a fianco del mare le macchine si azzuffano sul viale.


Le persone. Sfilandomi la camicia non mi accorgo che la mia carta d’identità è finita per terra. Se ne accorge una coppia in moto dietro di noi, che si ferma a raccoglierla e ci insegue per restituirmela. Un agricoltore intento a regolare l’irrigazione del suo campo non aspetta altro che un buongiorno per attaccare discorso e inquisire sulla mia vita. Un barista che mi chiede come sto e si ostina a non voler credere alla mia risposta. Una vecchina in fila che vuole assicurarsi che nessuno mi passi davanti e che mi protegge. Ristoratori e venditori che godono nell’offrire piccoli omaggi e puntualizzare come questi non siano inclusi nel conto finali. Tanti piccoli flash che non so quanto siano rappresentativi, ma che sicuramente profumano di generosità, ironia e curiosità. In una parola: umanità.

 

La pizza. A Napoli generalmente non c’è fretta. Si preferisce posticipare e non pensare subito al da farsi se non è strettamente necessario. Ma quando il bene in questione è la pizza, occorre che i pizzaioli viaggino in fretta e che ci sia un sistema ben chiaro ed efficiente per gestire i clienti. Perché a Napoli la città intera è cliente delle pizzerie, o almeno si ha questa impressione. Entrambi i posti in cui ci imbattiamo, uno rinomato e uno rionale specializzato in pizze fritte, hanno file chilometriche e sistemi ben precisi per rispettare l’ordine d’arrivo. In entrambe le pizze, la cosa che amo di più è la salsa al pomodoro. Seguita dalla pasta, talmente buona che non rimane nessuna crosta nel mio cartone (mai successo prima!). Ce le mangiamo entrambe in riva al mare, perché alla fine -se si vuole- uno sbocco al mare lo si trova sempre. Ma si dovrà tribolare un po’.

 

La privacy. Triboliamo anche per trovare il duomo. Ripercorriamo Via dei Tribunali, il cardine greco-romano, in lungo e in largo ma la traversa per il duomo continuiamo a mancarla. Ancora una volta vediamo l’obiettivo dietro ai tetti ma la strada ci viene continuamente sbarrata. In compenso abbiamo una panoramica costante sulle vite di certi abitanti della città. Conversazioni al telefono o da un motorino all’altro, pezzi di strada recintati a mo’ di balcone e finestre spalancate sulla strada dove si svolgono scenette quotidiane o dove, più frequentemente, se ne sta qualcuno seduto intento a guardarci dritto in faccia. Ma nella Napoli vecchia si va oltre alla privazione di privacy, ci si sente proprio tirati per le maniche in tutte le direzioni. 

 

La claustrofobia. La zona del porto e del mercato è storicamente l’area più povera e più densamente abitata. E’ perciò la zona più sudicia, ma anche la più turistica perché nel cuore della città. Specialmente di sera, che si cammini per le arterie affollate del quartiere o che si devii per le vie laterali impregnate di piscio, la sensazione prevalente è quella di claustrofobia e il desiderio è quello di fuggire verso spazi aperti e meno loschi. 


Angoli della Napoli del centro

 

Il giorno seguente Napoli ci appare diversa. La Napoli pedonalizzata di Piazza del Plebiscito e la Napoli signorile di Monte Sant’Elmo appartengono a una città diversa da quella vista la sera prima. Il cielo splende sul mare e sul Vesuvio e tutto sembra limpido e luccicante dall’alto. La funicolare ci riporta in mezzo alla città, a Montesanto, dove ci viene prontamente allestito un tavolino sul marciapiede e ci viene servita una pasta asciutta da urlo. 


Nomi di luogo. Alcuni religiosi, altri napoleggianti, altri ancora grecizzanti. Ma sicuramente non univoci. Infatti Google Maps ci porta a Pozzuoli, invece che a Bagnoli, mentre siamo in cerca della Villa di Posillippo. Ma poco importa dato che di resti romani ce ne sono a bizzeffe anche lì, incluso l’anfiteatro voluto da Nerone che è ancora in piedi e dove sta per svolgersi un concerto.

Stratificazioni. Forse neanche a Roma si va così “in basso” nel tempo. I sotterranei di Napoli sono infatti già incredibili così e molto non è stato ancora scavato. Come ci dice una guida, “non si può abbattere storia per cercare altra storia”. E quindi si scava solo dove non si va a distruggere niente, il che è cosa assai rara a Napoli. Ma in altri casi non c’è bisogno di scavare molto perché il sottosuolo non è mai stato realmente abbandonato. Come nel caso dei 40 chilometri di acquedotto romano, mantenuti in funzione fino allo scoppio del colera nel 1883 e riutilizzati come rifugi antiaerei nella seconda guerra mondiale da migliaia di napoletani. A Napoli si vive il presente calpestando la storia coi piedi, ma d’altronde è sempre stato così e non ci si fa tanto caso. 


I libri. Forse non ne ho mai visti tanti in vendita come a Napoli, ed è un gran bel segnale. I libri ti accolgono già alla mega Feltrinelli della stazione centrale, ma sono le piccole librerie del centro con le loro bancarelle -in particolar modo nella zona di Piazza Dante, vicino all'Università- a riempire le strade di libri e di cultura. Si percepisce una Napoli colta, dei movimenti studenteschi e dei caffè letterari.

 

Alla fine del nostro soggiorno a Napoli, prima di dirigerci verso le spiagge del Cilento, riemergiamo dal sottosuolo e siamo accolti dalle tarantelle di un quartetto di buskers. Facciamo l’esperienza della pizza a portafoglio, che riesce a essere buona anche se costa solo un euro. Sebbene ancora in carenza di quiete, ci viene difficile lasciare Napoli. 


La vista da Monte Sant'Elmo
L'anfiteatro di Pozzuoli

Paestum. Passiamo per Salerno, costeggiamo il mare per un po', attraversiamo campagne piene di serre e infine arriviamo alla stazione fatiscente, ma in via di ristrutturazione, di Paestum. Un altro nome evocativo, assegnato dai Lucani alla colonia greca di Posydonia e mai più cambiato. Anche perché la città fu dimenticata per vari secoli, trovandosi nel mezzo di un acquitrino (ora bonificato) e troppo a tiro delle flotte marittime di un tempo.

 

In effetti, dalla pineta lungomare dove siamo accampati alla città greca, ci sono meno di due chilometri. In tempi non pirateschi e non turistici è un gran lusso avere i templi di Atena così a portata di passeggiata. Me ne rendo conto già la prima mattina quando vado in esplorazione all’alba, svegliato dai cani del vicinato, svegliati a loro volta dai galletti della fattoria di fianco al nostro campeggio. 

 

Ma è anche vero che la smania di mostrare al mondo la bellezza di Paestum ha portato in passato alla costruzione di strade tutto intorno alla città greca. Il Parco Archeologico, che occupa una parte relativamente piccola dell’area delimitata dalle mura greche, si trova infatti confinante con una provinciale abbastanza trafficata (perfino all’alba!) e con una serie di aziende agricole che svolgono le proprie attività trattoristiche “entro mura”. 

 

Resta però un posto magnifico. Come Stonehenge, Machu Pichu e le piramidi d’Egitto questo luogo è un collegamento diretto con l’uomo delle origini e con le sue manifestazioni di magnificenza rivolte all’ultraterreno. L’architettura stessa dei templi di Paestum, la dimensione dei gradini delle scale e delle colonne, non era infatti a misura d’uomo ma a misura di Dio. Infine un altro sensore di collegamento all’uomo delle origini ci è dato dalla rappresentazione teatrale della Medea di Euripide, cui assistiamo proprio di fronte al tempio di Atena. E di colpo viene meno il tema della spiritualità e della ricerca di un contatto con le divinità, ma si fa largo l’umanissima sete di vendetta, scatenata dal sentimento di odio nei confronti di qualcuno che ci ha tradito e dall’antichissima esigenza di conservare l’onore del proprio nome. 


Medea in scena a Paestum 


Oltre alla città di Paestum, ci godiamo molto anche la spiaggia di Paestum. Il desiderio di avventura si affievolisce di fronte al fluttuare dolce delle onde e le nostre anime esploratrici e semi-sportive lasciano il passo a una riscoperta anima sedentaria e amante del buon vivere. 


E così come questo lungomare sabbioso, tanto rilassante quanto ricco di storie (dalle sirene dell'Odissea, ai succedimenti di popolazioni antiche e infine agli scontri sanguinosi fra alleati e tedeschi nel '43), così è stato anche questo nostro viaggio. E non c’è miglior luogo di questo per concluderne la storia. 




Fonti:

  • Paolo Macrì - NAPOLI. Nostalgia di domani (Ed. Il Mulino)

martedì 2 giugno 2020

Alla ricerca delle mie radici vichinghe

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In Danimarca non c’è molto sole. Prevalentemente le giornate sono grigie e fredde, anche perché è un paese dove soffia molto vento. Tuttavia si dice che due posti facciano eccezione, in quanto molto pi' soleggiati. Uno è Bornholm, un’isola danese al largo della Polonia. L’altro invece è Skagen, la punta più settentrionale del Jutland, la terraferma danese che si estende in direzione di  Svezia e Norvegia. Questa è la storia di come, insieme a 4 amici, mi sono avventurato verso la fine della Danimarca, per poi proseguire via nave verso la Svezia.



L'inizio del viaggio

Per arrivare a Skagen da Copenhagen si passa per Århus. Århus è l’eterna seconda città danese. In quanto a popolazione, università, economia, offerta culturale si avvicina a Copenhagen ma non la raggiunge, e pochi la conoscono al di fuori del paese. Avendo poco tempo, noi ci fermiamo soltanto per una tappa in un supermercato, ma poi proseguiamo. 

Invece ad Alborg, che è più piccolina, ci fermiamo per vedere com’è. Le vie del centro sono antiche e addobbate. Ci sono pochi palazzi e molte case in mattone. Ben presto incappiamo nel mercato di natale. Entriamo in uno dei locali e ci sediamo a un lunghissimo tavolo. Si beve vin brulè e c’è una bella atmosfera, con musica e tanta gente. Ma più che altro si beve vin brulè. Infatti quando usciamo non sento più il freddo e mi sento un po' brillo. Doveva proprio essere un buon vin brulè!

Århus
Alborg
Riguardo ai vichinghi...

Una cosa interessante di questa zona è che per molti secoli è stata infestata di vichinghi. Insieme al sud della Svezia e al nord della Norvegia, questo era proprio l’areale della loro civiltà. Ora, come saprete, i vichinghi non sono mai stati un regno o un impero unitario. Avevano in comune la religione, il modo di costruire barche (leggere, agili e poco profonde) e, come definirlo… un certo “stile di vita”. Ma non avevano l’organicità di un impero. Ogni regione o cittadina faceva un po’ a modo proprio, e per molti secoli si sono susseguiti attacchi e proprie guerre interne. A volte però si creavano le circostanze per collaborare. Un momento unificante era alle volte quello delle incursioni verso “le terre dell’Ovest” (Irlanda, Gran Bretagna, Francia, Paesi Baltici ecc). Ci sono state incursioni, come il celebre Sacco di Parigi, dove i vichinghi hanno unito le forze per espugnare le terre i cui bottini erano ben custoditi. 

Durante il nostro viaggio verso Skagen ci imbattiamo nel pietrone di Jelling. Su uno dei pietroni ritrovati Harald Bluetooth, il re dei Vichinghi Danesi, fece incidere con altisonanti lettere cruniche l’avvenuta conversione al Cristianesimo. La leggenda vuole che, dietro a questa inaspettata decisione del re, ci fosse la guarigione da una grave malattia per mano di monaci cristiani. Il re, persuaso che una mancata conversione al cristianesimo lo avrebbe riportato alla malattia e alla morte certa, non perse tempo e non solo si convertì ma obbligò i propri sudditi ad abbandonare la venerazione di Odino e compagnia per abbracciare la nuova religione. 

Ciò che però mi colpisce è che nel paesaggio non è rimasta nessuna traccia dei vichinghi. Al di là di curiose collinette erbose (tipo quelle dei Teletubbies) che si vedono anche intorno al museo -dove i Re del tempo si facevano seppellire- non rimane molto altro. Si vedono strade, chiese bianche e paesi di campagna, che appartengono tutte a un periodo successivo. Non fosse per questi graffiti su pietra e per le navi che di tanto in tanto vengono riesumate dal Mare di Kattegat, quasi verrebbe da pensare che tutta questa storia dei vichinghi sia una leggenda da bar dove si beve troppo vin brulè...


Il parcheggio di navi vichinghe nel retro del Viking Ship Museum di Roskilde
Là dove il Baltico s'incontra con il Mare del Nord

Finalmente raggiungiamo SkagenLa luce che c'è qua, e in particolar modo la luce dell’ora blu (al crepuscolo) ha sempre attirato molti artisti. Nell’Ottocento, vari pittori vi si sono stabiliti e portarono in Danimarca la rivoluzione artistica iniziata a Parigi dagli impressionisti. Sono i cosiddetti “Skagenmalerne”. 

Attraversiamo brevemente il paese e ci dirigiamo subito in spiaggia. Il punto d’attrazione infatti è lì. Lì dove la terra finisce, i due mari -il Mar Baltico e il Mare del Nord- si incontrano. Non è una visione di grande impatto, ma è altamente simbolica.  Fra l'altro, da qualche parte lì nell'acqua c'è anche il confine di Stato. Vorremmo tanto nuotarci in mezzo, ma è dicembre e soprattutto non è il Mar Mediterraneo, così ci accontentiamo a entrare soltanto con i piedi.



Questo punto di incontro fra i mari è anche il punto dove le nostre strade si dividono. Il resto del gruppo concederà una chance ad Århus sulla via del ritorno, la mia strada prosegue invece verso il porto di Frederikschan, da cui in due ore di navigazione arriverò a Göteborg. Sto entrando in Svezia, un paese dove l’alcol costa abbastanza ed è venduto soltanto all’interno dei System Bolaget gestiti dallo Stato. Pertanto non mi stupisco notando le casse di birra che gli svedesi davanti a me si stanno portando a casa, presumibilmente dopo un weekend di là dal mare passato a bere.
L'ultima lingua di terra della Danimarca a Skagen
The viking gang, da sinistra: Laura, Flor, Carina, io, Callum

Si scrive Göteborg ma si pronuncia "iotebori"

Al porto di Göteborg mi aspetta mio cugino Adam. E’ un cugino di secondo grado (le nostre nonne svedesi sono sorelle) ma ha la mia stessa età e, anche se non ci siamo mai potuti vedere più di tanto, per me è sempre stato come un cugino vero e proprio. Dormirò da lui per qualche notte, mentre di giorno vorrei farmi un’idea della città. Tuttavia iniziamo dalla vita notturna: si va di birra! Nel pub la gente è tranquilla e vestita tra l’hypster e il trasandato. Mi piace. E il giorno seguente incontro anche il resto della famiglia. E' diverso  incontrarli in Svezia, nel loro quartiere; infatti solitamente sono loro a venire in Italia a trovare noi. Ma stavolta sto zitto, mi faccio guidare e ascolto le storie di questa città

Göteborg non c’era al tempo dei vichinghi. Fu costruita a partire dal 1600 per volere del re del tempo. Dove ora sorge Göteborg c’era allora un acquitrino, nient’altro. E’ quindi una città relativamente giovane. Fu progettata da degli olandesi e fu per lungo tempo anche animata da degli olandesi, dei mercanti, che furono invitati a stabilirsi nella nuova città e ad avviare lì il loro commercio, in cambio di generosi incentivi da parte del re. Con il passare del tempo la città crebbe, specialmente grazie al suo porto. Molta gente arrivava qui per partire e cercare una vita migliore lontano, ma intanto che il settore industriale si sviluppava la gente iniziò a rimanere. Nel secolo scorso nacque e si qui stabilì la Volvo. A partire dagli anni ’60 Göteborg divenne una città particolarmente vivace, caratterizzata soprattutto dal fermento musicale. 

Il porto di Göteborg
La Fiskkyrkan, un simbolo della città che assomiglia a una chiesa ma è un mercato del pesce coperto
Il quartiere dove alloggio si chiama Majörna. E’ stato a lungo un quartiere abitato da pescatori e da operai. Un quartiere povero insomma. La borghesia non voleva viverci perché non è abbastanza vicino al centro, suppongo. Invece oggi è un quartiere molto richiesto, le famiglie vi si stabiliscono per la presenza di spazi verdi e per il fermento culturale che vi abita. Infatti qui si è a metà strada fra il parco di Slottskoget e Järntorget, che con i suoi locali e caffè è forse il principale punto di incontro delle serate Göteborgesi. Non vi stupite perciò se incontrerete facce dai postumi della sera prima per strada o sui tram azzurri intorno a Majörna, e non parlo soltanto del periodo di Way Out West, il festival più grande della Svezia!

Tuttavia mettete in conto che rimarrete delusi se capitate a Göteborg. Perché la città non è neanche lontanamente antica,  grande o elegante come Stoccolma. Ora conoscete la sua storia, quindi sapete cosa aspettarvi. Il consiglio che vi dò è non fermarvi al centro storico, che pure è bello, ma di prendere una corsa del VästTrafik da Saltholmen verso l’arcipelago. Una barca: trasporto pubblico su acqua come a Venezia. Costa pochissimo e c’è un bar all’interno, dove è possibile prendersi un caffè e gustarselo mentre si costeggia il territorio frastagliato di isole intorno alla città. 

The Sailors Tower, situata nei pressi del Maritime Museum a Majorna
Da qualche parte nell'arcipelago di Göteborg...
Il tragico epilogo

A questo giro non mi fermo oltre a Göteborg. Ho infatti un treno per Uppsala, dove sto andando a cercare una casa in affitto per l’anno prossimo. Già, ho deciso di trasferirmi a Uppsala per finire l'università lì. Uppsala vicino all’altra costa della Svezia (60 km da Stoccolma) ed è una città studentesca, un po’ come è Lund per la regione intorno a Malmö. C’è un treno bellissimo, risalente a 70 anni fa e restaurato (il Blå Taget) che viaggia regolarmente fra Göteborg e Stoccolma a prezzi normali. Ma all’epoca non lo sapevo e così salgo a bordo di un normale SJ. Non ho fatto il biglietto perché tanto ho l’interrail ancora valido da un altro viaggio. Partiamo. 

Subito arriva il controllore, che chiede di vedere il mio biglietto. Non ero preparato.
"Just a moment" gli dico, mentre inizio a cercare. Ma non  lo trovo. Dopo un paio di minuti un po' imbarazzanti: 
I’ll come back in 5 minutes, ok?” mi dice lui, gentile.
“Ok” gli dico, ma dentro di me ho già capito. Ho sicuramente lasciato l’interrail in camera mia a Copenhagen. 

Quando il controllore ritorna gli spiego la situazione, lui mi dice che o faccio un biglietto a bordo o dovrò scendere alla prossima fermata. Così provo a comprarne uno tramite la mia prepagata, contanti svedesi non ne ho. Ma il non va a buon fine.



Scendo alla fermata successiva che è Alingsås. Non ne avevo idea, ma è qui che è cresciuta mia nonna. Sono intenzionato a continuare il viaggio, quindi faccio un biglietto da una macchinetta, che fortunatamente accetta la mia carta. Sul biglietto c'è scritto da Göteborg a Stoccolma, ma non mi faccio troppe domande presupponendo che anche il prossimo treno passi di qua. E invece aspetto per più di un’ora, leggendo su una panchina. Ora pensare che la mia giovane nonna potrebbe essersi seduta ad aspettare proprio lì dov'ero mi fa venire la pelle d'oca, ma lì per lì provavo ben altre emozioni. Purtroppo infatti non ferma più nessun treno per oltre un'ora. Una persona mi spiega infatti che ho acquistato un treno diretto, che non ferma ad Alingsås. Mannaggia a me! 

Ritorno a Göteborg. Provo a farmi cambiare il treno che ho perso, ma non me lo cambiano. A quel punto non sono più nell’umore di continuare il viaggio. Non voglio spendere altri soldi per dei biglietti che sarebbero gratis se solo non mi fossi dimenticato l’interrail a casa. Così decido di finire qui il mio viaggio e di tornare a Copenhagen. 

Allora non potevo saperlo, ma tutta la sfiga di quel giorno potrebbe essere stata provvidenziale. Infatti 6 mesi più avanti finirò per trovare online l’annuncio di Villa Varsätra, una bellissima casa a Uppsala che diventerà la piccola “comune" dove ho vissuto  per oltre un anno insieme ai miei amici dell'università. Chissà, forse se quel giorno le cose non fossero andate così sarebbe stato tutto molto diverso!

Io e Ingrid, la sorella di mia nonna, ad Alingsås
Il Blå Taget

domenica 10 maggio 2020

Senza Confini Tour

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Siamo sulle Alpi Carniche. Per coincidenza scegliamo un sentiero chiamato “Senza Confini Tour”. E’ un sentiero ad anello che unisce l’Italia all’Austria. Inizia dalla frontiera del Passo Pramollo e ci ritorna dopo aver a lungo costeggiato e poi scavallato il confine. Oggi c'è il corona virus ma nessuno sorveglia il sentiero, è già tanto che ci sia qualcuno alla stazione di polizia della frontiera. Siccome Yasmin, la mia ragazza, abita nella regione austriaca aldilà di queste montagne (la Carinzia) e io mi sono trasferito a Tolmezzo in Friuli…ora non ci dividono molti chilometri. Dopo varie settimane di quarantena, abbiamo deciso che è ora di farci una bella camminata e di trovarci al confine per un saluto (con le mascherine ma almeno non virtuale). O per lo meno questo era il piano…




La mia giornata inizia in modo un po’ strano. Una volta preparato tutto quello che mi serve, esco di casa con la mascherina alla bocca. Mettendo in moto la macchina mi sento già un po' a disagio, e non vi dico quando passo di fianco alla polizia stradale del casello dell’autostrada.  Perché la cosa terribile di questo periodo di libertà limitata è che non sei mai sicuro al 100% che quello che stai facendo sia consentito. Per cui, sostanzialmente, prendere la macchina per andare a fare attività motoria 30 o 40 chilometri da casa mi agita un po’. Ma tengo duro e alla fine raggiungo Pontebbe, piccolo paese di montagna e penultima uscita dell’autostrada Udine-Tarvisio. 

Da Pontebbe parte la salita del Passo Pramollo, che non faccio fatica a trovare. L’unico problema è che mi trovo davanti questo cartello. 

Stramaledettissimi lavori. E su internet non c’è scritto niente!!!” 
“Ah no, aspetta un attimo… oggi è sabato. Che culo, posso passare

Iniziano i tornanti. E le gallerie. Macchine incontrate: una. Quando sono in cima comunico con Yasmin che è dall’altra parte della frontiera e ci mettiamo in marcia, ognuno dal proprio lato. 

Immediatamente vengo rapito dai paesaggi. “Proprio vera montagna” come commenta mia mamma in diretta whatsapp.  “Assembramenti di marmotte!” un amico ironizza. Fatto sta che, nell’incanto e nel guardare il telefono, mi sfugge la prima delle due malghe, unici riferimenti che ho sulla mappa. Dovete sapere che questa mappa me la sono “costruita” io, caricando l’itinerario del sentiero in formato gpx su un sito che permette di creare la tua mappa personalizzata. Ma ho scelto una scala un po' bassa e non ho messo la barra di riferimento per le distanze, per cui quando raggiungo la seconda malga sono convinto che debba trattarsi della prima perché mi sembra di aver camminato troppo poco per essere già lì. Così non volto a sinistra ma tiro dritto, sperando di trovare un’indicazione per la seconda malga. Che ovviamente non arriva.

Qui e sotto, il versante italiano delle Alpi Carniche. In primo piano il Monte Bruca con la sua particolare morfologia e sullo sfondo lo Jôf di Montasio (2753m)
Nel frattempo il sentiero inizia a salire e la vegetazione cambia. Ho già raggiunto la quota dove crescono soltanto arbusti e cespugli? O il motivo è l'aridità incredibile di questa pietraia dove sono finito? Scorgo dei pinnacoli di roccia sulla destra e sotto il sole cocente di mezzogiorno mi pare di essere in un film western. Ma in cima vedo anche uno scollinamento che dev'essere per forza il confine con l'Austria mi dico. Così respiro profondamente e spingo sui polpacci. Ma con mia delusione, quando arrivo in cima, dall’altra parte vedo un verde altopiano con dietro un’altra montagna. Questo mi confonde e mi fa dubitare un po’ sulla mia posizione…Caccio un urlo e mi pare di sentire la voce di Yasmin in lontananza. Mi suona il telefono, dev’essere lei! Invece no, è la Vodafone che vuole farmi una nuova offerta telefonica. Grido ancora ma stavolta non ottengo risposta. Cosa posso fare? Chiamarla e dirle che forse mi sono perso? No dai, andrò avanti ancora un po' e la incontrerò. 


Qui e sotto, una parte del percorso 504 in prossimità di Sella Barizze a cavallo fra il Monte Corona e il Monte Cerchio
L'altopiano erboso che precede la Malga Cerchio
Quando inizio ad avvicinarmi anche alla cima dell’altra montagna, senza avere ancora incrociato Yasmin o per lo meno ricevuto un urlo di risposta, mi vengono dubbi più seri circa la mia reale posizione. I dubbi vengono confermati da un gruppo di alpinisti di passaggio, cui chiedo informazioni. E beh, il succo è che ho camminato per due ore nella direzione sbagliata. Lo comunico a Yasmin, che ha già raggiunto il luogo dell’appuntamento da un pezzo ma che fortunatamente è una ragazza con una grande pazienza e mi aspetterà. 

Il problema è che nella mia testa la prima malga corrisponde ancora con la seconda e quindi i tempi si dilateranno ulteriormente rispetto alle mie stime. Nonostante abbia corso, la strada non finisce più e ormai sono esausto. La mia acqua è finita da mò e quindi sto bevendo quella dei ruscelli, che in realtà mi sembra buonissima. Quando in lontananza vedo un affare rosa appeso sulla punta di un piccolo albero rimango un po’ confuso. Perché fra la miopia e il mio stato psicofisico ci ho vedo una grande mammella di mucca invece della camicia di Yasmin, appesa lì per attirare l’attenzione di quel coglione del suo ragazzo. 

Beh, lo stratagemma ha funzionato: la vedo poco lontano sdraiata sull’erba. Mi vede anche lei e mi viene incontro ridendo, mentre io mi sento un po’ come l’Ulisse vecchio e acciaccato di ritorno da Penelope dopo vent’anni. Solo che a me è bastata una mattinata…
La prima malga, che in realtà era la seconda, dietro a un ramo di larice in fiore
Il resto ve lo risparmio. A parte una realizzazione che ho mentre sono lì con lei, e che pudicamente rivelo: vederla ed essere fisicamente nello stesso posto mi fa subito ricordare perché stiamo insieme, ed è una consapevolezza bellissima e rassicurante. Quando siamo a distanza, invece, diventa tutto più piatto e confuso, alle volte quasi angosciante. Insomma, proprio quando mi accorgo di quanta differenza fa avere intorno le proprie persone care…è già ora di andare. Yasmin mi bacia e si riavvia verso il suo lato del confine, mentre io vado verso il mio. 

Poi la discesa. Tutta un’altra cosa rispetto alla salita. Lungo quei larghi tornanti, ora che ho ritrovato la strada (e non solo quella geografica), mi sento un po' padrone del mondo e me la godo. Dalla radio suona un violino da una stazione slovena, mentre il verde dei paesaggi friulani mi rapisce di nuovo. Gli unici a lamentarsi di questa sinfonia di felicità sono i freni della fedele Qubo. 

La parte italiana del Passo di Pramollo presso la frontiera 

La Fiat Qubo a metano, compagna di tanti viaggi
Il paesaggio intorno a Pontebba

lunedì 27 aprile 2020

In Provenza senza meta(no)

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E' un sabato di fine Aprile quando ci troviamo al solito bar-pasticceria di Bazzano per il consueto ritrovo mattiniero prima di ogni partenza. Questa volta siamo in 5. Oltre a me e Yasmin, ci sono anche Lollo, MadMax e (Zio) Dema. Solo pochi mesi prima eravamo insieme a Stoccolma, con altri 10, in occasione della mia laurea. Mentre MadMax, lo ricorderete, è stato parte della attraversata del Marocco raccontata su questo blog. Ma questa è un’altra storia, perché oggi siamo diretti verso… rulli di tamburi…… tumbatatum……tum… tum… tum: Francia del Sud!! C’è Anna, amica d’infanzia e mia vicina di casa che ora frequenta una scuola di circo a pochi chilometri da Cannes. Cosa vuoi mai, che non la si vada a trovare?!?! Quindi eccovi la storia di un weekend-lungo che doveva essere molto tranquillo sulla carta, ma che invece si è trasformato in un'altra piccola avventura. Troverete anche la mappa dell'itinerario, i nomi (in arancione) di gustose ricette provenzali da replicare e (in azzurro) alcuni luoghi da non lasciarsi sfuggire!





A bordo della Opel Zafira a metano di mio padre, ci passiamo il tempo e consumiamo beatamente il combustibile sull'autostrada che attraversa l'Emilia e poi la Liguria. Soltanto all'altezza di Savona ci ricordiamo che sarebbe bene fare il pieno finché siamo ancora in territorio italiano. Facciamo due calcoli e decidiamo di optare per il distributore di Imperia, l'ultimo in Italia. Ma arriviamo quando l'orario di chiusura per pausa pranzo è appena scattato. Sebbene il benzinaio-metanaro sia ancora questo si rifiuta di farci il pieno. L'argomento del "ma questo è l'ultimo distributore prima della Francia" deve averlo sentito già centinaia di volte e il fatto che noi ce ne stiamo andando in vacanza sembra scoglionarlo ancora più di quanto non lo sia già di suo. Prima che Madmax si scaldi troppo, ripartiamo maledicendolo e vendicandoci con una cattivissima valutazione su Google Reviews. Ma siamo ottimisti di trovare un distributore dall'altra parte del confine. "E comunque al limite andremo a benzina, anche se il serbatoio non è grandissimo" ci diciamo. 

Arriviamo a Montecarlo e abbiamo fame. Nella ricerca di un punto carino dove mangiarci i panini che abbiamo preparato, finiamo per scendere sempre di più verso il mare. Fino a trovarci alla griglia di partenza del circuito. Il semaforo è rosso. Mad Max è al volante e si volta verso di noi, ma la domanda è retorica: ovvio che vogliamo farci un giro nel circuito più famoso di formula uno, in Zafira! Così MadMax dà del gas e non si lascia scappare il verde. Improvvisamente siamo dentro a un video gioco e l'adrenalina si è già sparsa dappertutto. Passiamo il Casinò, di fronte a cui c'è una gran calca di gente e soprattutto un numero di auto di lusso che nessuno di noi ha mai visto tutte insieme così. Preghiamo Michi di non fare cazzate, che anche solo un graffio a una di quelle potrebbe comprometterci la vita. Ma va tutto bene. Passiamo anche il tunnel finale e l'area del molo con gli yacht. Ritorniamo alla partenza e MadMax non ce la fa, ne deve fare un altro. Così gli concediamo un secondo giro di gloria.

Poi Dema tira fuori la prima delle sue nascoste perle di conoscenza del territorio. In effetti fra lui e Lollo, che ha già battuto queste terre in camper, per tutto il viaggio quasi non avremo bisogno di consultare una guida. 
"Tetê de Chain, la testa di cane"
"Cacchio dici?"
"La Tetê de Chain, possiamo andare a mangiare sulla Tetê de Chain, che c'è una bella vista".
Così ci fidiamo di Dema e imbocchiamo una tortuosa strada di montagna fino a Tetê de Chain. Invece, fortunatamente, loro non si fidano di me quando propongo di farci "l'ultimo pezzo" a piedi seguendo un sentiero... ci sarebbe partito mezzo pomeriggio e mezzo polmone. E avremmo rischiato di perderci questo:

Tetê de Chain (Montecarlo)

Il primo distributore di metano in Francia è rotto. Non c'è nessun cartello a indicare il guasto, ma dalla pompa non esce assolutamente nulla, indifferentemente dal tipo di carta di credito che inseriamo. Andiamo a benzina. Tanto ormai siamo vicini a Cannes. Anche il mare sarebbe vicino, non si avverte così tanto la sua presenza. Quello che noto è sicuramente il verde, intenso e invadente, che accompagna i lati delle strade larghe. E poi, in lontananza ma a perdita d'occhio, l'impronta piccola ma onnipresente dell'uomo. Che su queste colline sembra aver costruito case e stradine dappertutto. Essendo tutte le case distanziate, si hanno "paesi diffusi" uno dopo l'altro invece di veri e propri centri urbani, separati da campagne.

Incontriamo Anna direttamente alla scuola di circo, che si trova a Grasse (nell'entroterra di Cannes). Lei si sta specializzando in tessuti aerei, ma invece noi ci troviamo davanti un'orchestra marciante di tromboni e di altri strumenti a fiato. Bambini, giovani e adulti suonano e marciano nel cortile della scuola e chi vuole si aggrega in coda. Che benvenuto, non c'era bisogno! Oltre ad Anna, ritrovo anche Serena e mia cugina Greta, che invece sono appena arrivate ma in veste di videomakers. Dopo aver fatto un tour della scuola e aver assistito a una “esclusiva” prova dei numeri degli studenti, ce ne andiamo dandoci appuntamento per qualche ora dopo al centro commerciale del paese. Abbiamo in programma una grigliata notturna alla casa dei circensi e ci servono provviste.  

La casa dei circensi praticamente non la vediamo. Arriviamo che è buio e veniamo fatti accomodare direttamente in giardino e poi subito spediti chi a cercar legna in mezzo alla boscaglia, chi a tagliare le verdure e la carne da arrostire. Io mi adopero per accendere un fuoco. Circa un'ora dopo non c'è ancora della vera brace e non c'è nulla di pronto da mangiare. Qualcuno si lamenta che sono le undici di sera, ma per fortuna che c'è tanto da bere e che la gente ha molto da parlare, penso. A un certo punto ci diamo a mucchio e mangiamo, alcune cose mezze crude e altre sbruciacchiate. Nel mentre ci sono alcuni circensi, anche loro di casa, che lanciano coltelli contro una tavola di legno. 
"Lo fanno più o meno ogni sera" dice Anna. "Meditano, lanciano coltelli e bevono". Speriamo solo che non abbiano invertito l'ordine, stasera! Penso io.
Nel frattempo un costaricano ha impezzato dema, che è troppo gentile per dirgli che non gliene frega molto della sua personale missione devoluta all’ecologia e alla pace del mondo. Invece MadMax sfida i francesi al lancio del coltello e conquista il loro rispetto con i risultati, nonostante una tecnica di lancio ancora migliorabile.

La mattina dopo ci dirigiamo tutti e 8 verso Nizza. Anna e le videomaker sono con noi, il sole splende e riscalda l'aria mite e primaverile. Ma i nostri stomaci non si fanno abbindolare così facilmente dal romanticismo e così prendiamo la decisione in diretta telefonica di deviare verso Cagnes-sur-mer (e ridaje con i cani...), "che ha un borgo molto bellino" ci informa il Dema. Una navetta da 15 posti consente di salire alla città vecchia gratuitamente. Una volta sù ci troviamo davanti a uno degli sterotipi più scontati: le bocce. Quelle da gioco ovviamente, che loro chiamano Pétanque. Si gioca a piedi uniti, utilizzando bocce metalliche che sono più piccole delle nostre. La squadra in svantaggio continua a lanciare finché non arriva più vicino al boccino o non finisce le bocce, dopodiché il turno passa all'altra squadra. Noto che a differenza dell'Italia, i giocatori di bocce sono di tutti i colori e di tutte le etànon sono solo pensionati. I campi si trovano un po’ dappertutto e spesso folti gruppi di osservatori seguono i match. Ma una cosa non cambia: resta uno sport per soli uomini

Giocatori di Pétanque a Cagnes-sur-Mer (sotto) e a Cannes (sopra)

Una strada di Cagnes-sur-Mer e, sotto, la vista dalla città vecchia verso le Alpi

Nel pomeriggio arriviamo a NizzaGuidati da Anna, facciamo subito tappa in una pasticceria che vende le Chici Fregì. Sono frittelle lunghe e belle unte, un po’ simili ai churros spagnoli ma a parer mio più buone. Dal sito del formaggio Presidènt potete trovare tutte le informazioni al riguardo. Ci inzuccheriamo per bene e decidiamo di intraprendere la scalata verso il punto panoramico in cima alla Colline du ChâteauDel castello dei Savoia è rimasto ben poco, oggi al suo posto c'è un parco pieno di joggers con una bella cascatina e un cimitero. Quando vogliamo andarcene troviamo chiusi i cancelli da cui eravamo entrati, e scopriamo che c’era un orario di chiusura della collina. Insieme ad altra gente veniamo  quindi reindirizzati verso una scalinata sul versante opposto che scende fino al mare.

Ci ritroviamo così a un’estremità della Promenade des Anglais, il lungomare pedonale e palmoso dove venne compiuto l’attentato terroristico del 2016. Un tir Renault guidato dal 31enne Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, doppia nazionalità francese e tunisina, invase la Promenade durante la festa nazionale del 14 luglio e investì centinaia di persone, uccidendo 86 e ferendo 302 persone. Nonostante questa tragica pagina di storia, Nizza mi appare felice oggi. Il mare è luccicante sotto il sole primaverile. L’altra promenade, Promenade du Paillon, è un orto botanico diffuso e un parco giochi chiuso al traffico, che è il motivo per cui pullula di piante e di bambini che giocano. E’ una città elegante e più grande di quanto mi aspettassi. Vive anche di turismo, come indica il traffico di aerei nel vicino aeroporto. Lasciamo Nizza con la sensazione di aver appena intravisto la punta dell'iceberg, ma il tempo disponibile è quello che è e Marsiglia ci sta già aspettando!

Sopra e sotto, la Promenade du Paillon (Nizza)

La vista dalla Collina del Castello sopra la città di Nizza
Le skills di Anna
Anche l’altro distributore di metano che raggiungiamo si rivela essere a secco o comunque non funzionante. Fa niente, raggiungiamo Marsiglia a benzina. L’arrivo in centro città, attraverso alcuni quartieri su e giù e colorati in periferia, mi fa pensare all’Italia. Proprio in quel momento, alla radio, si sente il seguente annuncio: “Poltronesofà. Les artisans de la qualitè!”. Insomma, tutto molto famigliare…

Siamo ospiti di Abdelfateh, un guest di airbnb a cui preme MOLTO spiegare le funzionalità della tv a nostra disposizione. L'appartamento che ci affitta è decisamente economico e si affaccia sulla piazza del teatro della città, a due passi dal porto. Probabilmente il prezzo è basso perché il resto dell’edificio è in pieno cantiere, ma basta scrollarsi un attimo le spalle dai calcinacci, quando si esce, ed il gioco è fatto. Ai due lati del porto ci sono due fortezze e due chiese, per stare sicuri. Noi le facciamo tutte, impassibili (più o meno) di fronte alle scarpinate che ci si presentano davanti. Degna di nota, a mio avviso, è soprattutto la  basilica di Notre Dame de La Garde.

Dall'alto si vede Chateau d’If, la prigione del Conte di Montecristo immaginato da Alexandre Dumas. E poco più a est dal centro dovrebbero esserci i conclamati “calanques” di Marsiglia, che non vediamo in quanto coperti da palazzoni. Ben diversi dai calanchi italiani, in quanto rocciosi, les Calanques potrebbero essere confusi per delle scogliere a picco sul mare. Ma queste sono particolarmente sceniche e attirano circa 2 milioni di visitatori all’anno. Non oggi però, perché dicono che il mare è agitato e nessuna imbarcazione porta i turisti via in mare. A me sembra piattissimo, ma vabè, vorrà dire che ci accontenteremo dei nostri cari calanchi dell’Emilia Romagna. 

Finiamo nel Panier, quartiere storico, su e giù e vicino al mare. Forse il più bello di Marsiglia. Strade strette, con una fila di tavolini davanti ai bar, e muri colorati, un po’ scrostati e alle volte imbrattati di scritte come ci si aspetta dalle città mediterranee. Camminiamo in lungo e in largo in cerca di sapone di Marsiglia per Lollo (da portare a casa insieme a tutte le altre tipicherie, specialmente culinarie, che lui ama provare). Grazie a Lollo proviamo infatti le tipiche Navettes, biscotti con la forma di nave. Oltre al tipico aroma di fiori d’arancio se ne trovano di molti altri gusti. Io le assaggio al limone e mi piacciono, ma non sono sicuro che valgano il prezzo a cui le vendono. Ma forse, come succede, noi paghiamo anche il prezzo del nome (siamo infatti nella pasticceria che asserisce di avere la ricetta “originale” delle Navettes). 

La passione di Lollo per la ricerca delle tipicità cittadine ci costa però una cena quasi mancata. La sua personale lista di ristoranti cui “prestare una visita” (in gran parte scoperti attraverso il programma Camionisti in Trattoria ma non solo) alla fine si esaurisce. Sono tutti pieni, chiusi o troppo costosi. Di certo sono lontani fra loro. Infatti sono circa le 22 e abbiamo ormai macinato un bel po’ di chilometri, sembra quindi che la famosa Bouillabaisse provenzale (sostanzialmente una zuppa di pesce, ma non chiamatela così davanti a un marsigliese) debba aspettare. Nella piazza dove siamo finiti c’è però una creperie aperta. "Ma è roba bretone!" direte, lo so... ma vi dirò che la fame e la stanchezza fanno fare cose inaudite!

Una delle fortezze a protezione del porto di Marsiglia e, dietro, il Palazzo del Faro
Notre Dame de la Garde (Marsiglia), e sotto, la vista dalla cima della collina


Confezioni di sapone di Marsiglia
Gorges du Verdon, il Grand Canyon francese. Siamo diretti lì, ma decidiamo di fare un’altra fermata prima. Pochi chilometri a nord di Marsiglia c’è la piccola città di Aix en Provence, dove nacque l'impressionista Paul Cezanne. Per curiosità ci fermiamo. E’ il giorno del mercato. Lollo non ha ancora trovato il suo sapone di Marsiglia e vorrebbe trovare almeno quello di Aix en Provence. Vi dirò che non trova solo quello ma anche diversi vini, formaggi e altri dolci durante la sua trasformazione in Taz, il diavolo della Tasmania. Così dopo un po' di shopping per il centro di Aix, ci rimettiamo in marcia e raggiungiamo il Canyon. Incontriamo pochissimi altri turisti, per lo più in macchina come noi. Lo spettacolo del Canyon non è niente male, ma ci arriviamo che è ancora pieno giorno e caldissimo. Mi verrebbe voglia di noleggiare una tenda e una bici o un kayak ma a questo giro non è possibile, dobbiamo ritornare verso la costa prima che arrivi la notte.

Così, ancora senza metano nel serbatoio, si chiude l'anello del nostro roadtrip. Facciamo una passeggiata a Cannes, dove Lollo ci introduce a un’altra tipicheria della Provenza: il Pan Bagnat. Trattasi di un sandwich squisito, normalmente rotondo e morbido, che viene in parte inzuppato in olio e aceto e farcito con pomodori, tonno, uova bollite, olive e cipolla. La città è molto affollata, infatti fra una settimana ci sarà il festival e Cannes diventerà il centro del mondo per alcuni giorni. Si capisce quindi che deve farsi bella. Ma noi siamo poco interessati, preferiamo farci l'ultimo giorno nella natura. Così dopo una notte in una villa che non potremo mai permetterci se non su AirBnb, siamo completamente ricaricati e accettiamo un’ultima proposta dello Zio. Percorriamo il Sentier du Litoral, che segue la costa della penisola di Cap D’Antibes, a sud di Antibes. Sono circa cinque chilometri e ce li godiamo tutti, sotto il sole primaverile della costa azzurra. Ci godiamo un po’ meno l’unico bagno in mare che facciamo, essendo l’acqua ancora gelata e abitata da parecchie medusine che ci girano intorno.

Una piazza di Aix-en-Provence
Sopra e sotto, Les Gorges du Verdon


Ora di tornare a casa. Valige in macchina e carico di baguette effettuato. Eppure ci manca qualcosa, ma cosa?! La benzina. Ce ne accorgiamo in autostrada, poco dopo aver passato Montecarlo e quindi già molto vicini all'Italia. Yasmin è al volante e il suo viso è più pallido e serio del solito quando ci annuncia che siamo in riserva. Sapevamo che il serbatoio per la benzina della Zafira è piccolo, ma non credevamo fosse COSI’ piccolo. Quando la macchina inizia a procedere a scatti fino poi a spegnersi, il viso di tutti noi è pallido e i nostri cuori sono sotto sopra. 
Cosa fare? Uscire dalla macchina e mettersi in salvo nel caso qualcuno ci venga addosso? Provare a raggiungere un distributore a piedi e tornare con una tanica di benzina? 
Ci affidiamo a Lollo, che suggerisce di provare a mettere in moto di nuovo e vedere se il motore riparte. Yasmin gira la chiave e la macchina torna in moto, la lancetta del carburante indica che il serbatoio non è completamente vuoto ma che siamo abbastanza vicini allo zero. Ripartiamo e ingraniamo la seconda, procedendo ai 10 orari sotto l’incitamento di tutti noi. Passiamo il cavalcavia e una galleria, facciamo una curva dopo l'altra e poi lo vediamo. Un distributore in fondo alla strada ci appare come un miracolo. Ovviamente non vende metano, ma almeno ci sarà benzina. Continuiamo così e raggiungiamo la pompa. Pagheremmo anche qualche centinaio d’ero e invece il prezzo della nostra felicità mi sembra così basso in quel momento: 1,3€ al litro. Così facciamo il pieno fino all’ultima goccia e ripartiamo in direzione Italia, la terra dei metani. 


Passata anche quest’ultima avventura, sappiamo che per un po’ faremo sonni tranquilli. Siamo contenti di questo viaggio, felici per i momenti passati tutti insieme e grati di avere posti come questi dietro l'angolo. In fin dei conti, a volte, per trovare la felicità basta mettersi in strada e avere un po' di metano (o per lo meno di benzina)!

Un tratto del Sentier du Litoral



Fotografie di: Lollo e Zio Dema