sabato 2 febbraio 2019

Prima di un viaggio in Uganda

Può capitare nella vita di dover scegliere fra un mese di routine e un mese di permanenza in qualche luogo sperduto del mondo, ad esempio l'Uganda. Non è una scelta facile. Richiede un costoso biglietto aereo, vaccinazioni, visto e passaporto, molto coraggio e un po' di pazzia.  Coraggio e pazzia perchè il tortuoso percorso per arrivare in Uganda ti richiede determinazione, sebbene tu non si sappia cosa aspettarti. Devi volere ardentemente qualcosa che non conosci e che riesci a malapena a immaginare. Perciò devi essere un po' pazzo, o una mezza anguilla se vogliamo metterla diversamente...  

L'idea inizia a farsi largo nella mia testa dopo aver ricevuto la notizia che la mia ragazza andrà in Uganda per scrivere la sua tesi. Viene da lei, quando spontaneamente mi chiede se ho intenzione o meno di andarla a trovare mentre sarà lì. Io cado dalle nuvole, non mi sono mai posto la domanda… In tutta onestà, ancora non so dove sia l'Uganda (esattamente)...Nella mia testa è qualcosa di irraggiungibile, come se fosse fuori-mappa. Geograficamente, temporalmente ed economicamente. Eppure da quel momento l'idea, o meglio, la curiosità inizia ad attecchire. 

Il presidente Museveni
Nelle settimane seguenti comincio a crearmi una vaga cultura personale riguardo all'Uganda e al Centrafica. Scopro che molti fatti curiosi si concentrano intorno a quest'area. Per esempio, che la rete elettrica copre meno del 5% delle famiglie ugandesi e che il biogas (il mio tema di tesi) è un argomento che scotta anche là. Non tanto come soluzione "green", ma come soluzione "cheap". Scopro che l'Uganda ha il tasso di natalità più alto del mondo. Scopro che c'è un dittatore (Mouseveni) da oltre trent'anni e che si sono combattute delle guerre solo pochi anni fa, con dinamiche simili alla più famosa guerra in Ruanda. 

Quando accompagno Yasmin in aeroporto non so ancora se la rivedrò prima del suo ritorno, né quando sarà il suo ritorno. Lei è un misto di eccitazione e di disperata tristezza. Mi dirà più avanti che solo lì, alla fila per il controllo sicurezza, si è resa conto che stava veramente partendo per l'Uganda. Io invece me ne torno a casa, ma non sono pronto a ricominciare la solita routine senza di lei. Sarebbe troppo strano e troppo doloroso, mi dico. Decido di fare una pazzia…voglio fare autostop dalla Svezia all’Italia. “L’avventura mi terrà occupato” mi dico. Così la mattina dopo, sotto una bufera di neve, mi trovo a bordo dell’autostrada un po’ tremante e col pollice alzato. Tuttavia questa è un’avventura che racconterò più avanti.

Nei giorni e nelle settimane successive, le sue notizie dall’Uganda mi arrivano a bocconi. Da una parte c'è la marea di cose da sbrigare per la sua tesi, dall'altra c'è l'inesistenza del wifi e la mancanza di elettricità. Ma soprattutto, c’è un continente e mezzo a dividerci. Dalla biblioteca dell’università non riesco a immaginarmi come sia stare lì in Uganda. Non comprendo la gravità che possono avere gli effetti collaterali di un farmaco anti-malaria come il Lariam, soprattutto su una ragazza bianca sola fra le strade di Kampala. Non realizzo cosa voglia dire spostarsi alla mattina coi mezzi di fortuna locali per raggiungere il villaggio della foresta dove svolgere le interviste. Non ne ho idea e così continuo a mandare notizie dalla “normalissima Europa”.  Ogni sera ricevo un piccolo update su whatsapp, contornato da molte smileys, ma mi sembra così poco…Non ci sono mezzi, né tempi, sufficienti per poterci chiamare.  

Intanto il mistero e la tentazione di vedere l’Uganda con i miei occhi non mi lasciano, anzi si accrescono. Infine la mattina del 23 marzo -dopo una notte di esitazioni, ripensamenti e di rigiramenti nel letto- io prenoto. Un biglietto da 600€ comprato su un sito dal nome e dall'aspetto per nulla rassicurante. Ma quello è il mio biglietto! Non si fa più dietro-front!!!

La cosa positiva dei voli per l'Uganda è che non sono soggetti a oscillazioni di domanda -dato che una domanda non c'è- e quindi i prezzi restano più o meno uguali fino all'ultimo (per quel che ho potuto vedere). Il problema è che mi restano poco più di due settimane di tempo prima del volo. Pochissimo. Ho da sbrigare alcune faccende pratiche, in primis delle costosissime vaccinazioni. Per l’Uganda è obbligatorio avere la vaccinazione per febbre gialla, epatite A, epatite B, mentre vaccinazioni per rabbia, colera e pillole anti-malaria sono molto consigliate. Io non guardo a spese su questo, ed -eccetto rabbia- le faccio tutte. Il mio corpo ne risente un po’ durante pasqua e pasquetta, costringendomi a letto per un paio di giorni, ma nulla di più. Così come per i vaccini, riesco a ottenere anche il visto in modo abbastanza spedito, non appena sborso i quattrini (circa 50€). Tutte queste spese mi scoraggiano un po’, ancora una volta mi sale il dubbio di star facendo una cazzata. Ma ormai non si torna indietro e in più il momento è quasi arrivato...

Come mi capita prima di ogni viaggio, alla vigilia della partenza non dormo. Ho un volo alla mattina presto da Stoccolma e devo finire di fare lo zaino. Pochi vestiti, attrezzatura da campeggio, un paio di stivali di gomma, una guida, medicine, 2 spray anti-zanzare e parecchi contanti. Non ho molto altro con me. La giacca decido di non portarla, mi prendo giusto un k-way. 

All’alba del 10 Aprile 2018, quando esco di casa per raggiungere la fermata dell’autobus, mi maledico per non aver preso una giacca. Ma stringo i denti e saltello un po’. Poi finalmente sono sull’aereo che mi porterà in Uganda. Appartiene alla compagnia olandese KLM, ed è immenso. Intorno a me vedo sia persone di colore (probabilmente ugandesi) sia occidentali. C’è un gruppone di studente americani che prenderanno parte a qualche progetto di volontariato. C’è una signora italiana diretta verso il Ruanda, dove lavora nell’ambito della cooperazione. C’è una coppia di anziani inglesi che sembrano in tutto e per tutto dei missionari un po’ bigotti.

Alla sera, quando finalmente atterriamo all’aeroporto di Entebbe e ci lasciano uscire dall’aereo, percepisco subito una sensazione di “appiciccaticcio” e di aria calda. C’è anche un odore particolare nell’aria, che non ho mai sentito. Come leggendomi nella mente, un ragazzo con cui ho attaccato bottone esclama guardandomi: “Ecco l’odore di Africa! Non lo trovi da nessun’altra parte” o qualcosa del genere. 

Dopo mezzora di fila per il controllo documenti, entro ufficialmente in Uganda. Sul mio passaporto c’è scritto che ho 22 giorni di tempo nel paese. E’ ora di trovare l’uscita e di riabbracciare Yasmin, mi manca solo la valigia. Ah giusto la valigia…
…mi informano che “Purtroppo la sua valigia non è pervenuta”. Più avanti scoprirò che è rimasta ad Amsterdam, ma è questo è già l’inizio della prossima storia.

Aeroporto di Entebbe


martedì 8 gennaio 2019

Marocco


E' iniziato per gioco, come una battuta fra amici in una serata di inverno. Poi in qualche modo l'idea è rimasta lì, nelle nostre teste, e si è concretizzata qualche mese dopo quando abbiamo prenotato il volo. Bologna-Siviglia, in modo da poi arrivare in Marocco in nave "come i veri marocchini". Infatti la nostra idea è stata da subito di vedere il Marocco (da Nord a Sud) utilizzando i mezzi pubblici locali e adattandoci il più possibile allo stile di vita marocchino. Non è che avessimo molto di più in programma, né qualche cosa di prenotato eccetto l'ostello per la prima notte; eppure alla fine tutto è andato bene. Eccovi la storia!

Leonardo (detto il "gov"), Michele (detto "MadMax"), Francesco (detto "Vacca") e me. Con tutti e questi 3 soggetti sono stato amico per molti anni, ma non abbiamo mai viaggiato insieme (eccetto gite di classe o weekend in montagna ecc). Un vero viaggio mai. Ma non ho alcuna preoccupazione a riguardo, anzi sono veramente contento che si stia concretizzando. In effetti bisogna essere dei pazzi per accettare una proposta di road trip in Marocco senza macchina né programma ad Agosto. Fatto sta che, all'alba del giorno della partenza, ci dirigiamo verso l'aeroporto accompagnati dalla mamma di Vacca e poi ci imbarchiamo. Ci siamo, sta per succedere, ma a dividerci dal Marocco c'è la terra intorno a Siviglia (la quale, come scopriamo grazie a un tassista, non è sul mare!!) e il mare stesso. Passiamo il primo giorno a girovagare per le afose vie della città e la sera in un locale dove suonano (e ballano) flamenco. La città e l'atmosfera non sono male, ma allo stesso tempo non c'entrano molto con il Marocco. C'abbiamo proprio un chiodo fisso in testa: vogliamo arrivare in Marocco il prima possibile. Così il giorno dopo prendiamo un bus fino ad Algeciras, dalla quale ci si può imbarcare per Tangeri città. Una volta sul traghetto e fatto il controllo passaporti, parte l'adrenalina per davvero. All'improvviso, senza nemmeno aver messo piede a terra, ci accorgiamo del cambio di cultura intorno a noi. Sul traghetto ci sono soltanto famiglie marocchine e lo spagnolo è già sparito.

Lo sbarco a Tangeri è trionfale. Non soltanto a livello paesaggistico -perché Tangeri è veramente bella- ma anche emotivo. Siamo arrivati, immediatamente avvolti dal caldo del sole di mezzogiorno che batte sul porto quasi deserto e poi gradualmente risucchiati dal chaos della città man mano che saliamo verso il centro. Sì, "saliamo", perché Tangeri è tutta su e giù, costruita fra gli scogli e i promontori che danno sul mare. E questo mi riporta a quello che forse è stato il momento più bello della nostra permanenza a Tangeri, avvenuto nel pomeriggio dello stesso giorno del nostro arrivo o del giorno seguente. Durante un'esplorazione al di fuori del Suk, ovvero zona antica e centrale della città, capitiamo in un posto curioso. Ci troviamo al tramonto su una distesa di rocce più o meno lisce che dà su un pezzo di città sottostante e sul mare. Nella roccia sono state scavate decine di tombe e ci sono degli innamorati seduti e alcune famiglie a fare il picnic. Noi da lì scendiamo di poco seguendo una strada residenziale ed entriamo in un caffè sensazionale, costruito su 7 o 8 piani a cavallo della scogliera. Lì è anche dove assaggiamo il primo té marocchino. All'apparenza sembra più un insalata in tazza che un the, ma al gusto -signori- al gusto è dolcissimo ma è "tanta roba". Per il resto, Tangeri avrebbe tanto da offrire ma è anche molto lasciata andare. Camminando un po' fuori dal centro si percepisce dall'architettura di certi palazzi l'importanza storica e diplomatica della città, ed entrando in certi caffé in stile parigino si respira ancora l'importanza culturale che Tangeri doveva avere a suo tempo. Infatti la città è sempre stata internazionale per via della sua posizione geografica e del suo porto. Al cinema troviamo una programmazione molto interessante e approfittiamo per guardarci un buffo film egiziano ("Alì, la capra e Ibrahim").

Noi e il té marocchino
Eppure ci dicono che oggi Tangeri viene tagliata fuori dai circuiti turistici tradizionali perché pericolosa. In effetti vediamo molta povertà e molti mendicanti in giro per il centro della città. Non a caso è qui che ci capitano alcune delle principali disavventure del viaggio, sebbene in buona parte cercate da noi stessi. In particolare ci succede che l'ennesimo tipo, di nome Rachid, ci approccia durante una nostra peregrinazione in cerca di un posto dove mangiare. Promessoci di portarci in un posto tipicamente marocchino e poco costoso, acconsentiamo di seguirlo, anche perché non ne possiamo più di cercare un posto dove mangiare, e così iniziamo ad attraversare mezza città al suo seguito. Attraversiamo piazzette, scorciatoie e mercati coperti che probabilmente non avemmo mai trovato da soli. Arrivati al ristorante, che ovviamente si rivela appartenere a qualche suo parente, ci viene proposto un menù completo a circa 10 o 15€, che decidiamo di prendere. Il cibo non è male e alla fine ci viene chiesto il prezzo concordato all'inizio. Il guaio, però, è che nei 2 giorni successivi non ci scaveremo più Rachid di torno. Infatti prima di andarcene, grazie al mago degli affari Francesco, ci accordiamo per andare a passare la notte seguente sulla terrazza di Rachid. Il mito della notte passata "sui tetti", sotto al cielo stellato della notte marocchina, ci ha accompagnato fin dall'inizio e non vogliamo farci perdere l'occasione di risparmiare sui 7 o 8 € euro dell'ostello. Così il giorno dopo ci ritroviamo con Rachid per lasciare gli zaini sul terrazzo, ma finiamo per mangiare lo stesso cibo nello stesso posto del giorno prima, sebbene non vogliamo. Eppure il peggio deve ancora arrivare...Una volta pronti per andare a dormire torniamo alla casa, dove in realtà non abita Rachid ma una coppia di giovani poverissimi. Casa loro è monolocale al secondo o terzo piano con un cucinino e un bagno senza acqua né gabinetto, ma semplicemente un buco collegato a chissà dove. Il terrazzo è degno della casa, sporco e con tanto di mamma e cagnolini allevati in un angolo dello stesso, proprio ai nostri piedi. La notte si rivela abbastanza disastrosa in termini di ore dormite. Non per un motivo soltanto, ma per una serie di eventi in successione. Prima di tutto sono l'agitazione, o forse solo il senso di inquietudine provocati dal luogo, ad accompagnarci prima di prendere sonno. E' in questo stato che, dopo un po', inizio a preoccuparmi per il passaporto e per parte dei miei soldi lasciati nello zaino. Mi metto a frugare fra le mie cose mentre gli altri si sono ormai addormentati. Sebbene non ricordi bene dove li abbia messi, mi pare proprio che siano spariti. Leo, che dorme di fianco a me, si sveglia e poi anche gli altri. Cerco ancora un po' ma, visto che né i soldi né i documenti sembrano saltare fuori, decido di scendere e andare a parlare con i 2 inquilini. Sentitomi scendere si alzano dal letto anche loro e salgono su in terrazza, ripetendo che "non può essere, non può essere, non è possibile" eccetera eccetera. Alla fine, cercato un altro po' con la luce, viene fuori che è ancora tutto nello zaino, in una taschina che mi era sfuggita. Il sollievo conseguente, e le meritate imprecazioni che ricevo, ben presto lasciano spazio a un sonno rilassato. A quell'ora della notte, si sente ancora un certo baccano e una musica come di festa africana, con canti e tamburi. Per quanto mi riguarda la stanchezza ha ancora la meglio sui tamburi, ma non sul Muezzin... Già dalle 4 di mattina, nelle città marocchine, riecheggia il richiamo alla preghiera, che si ripete circa ogni ora e viene amplificato dagli altoparlanti. Non immagini la potenza e l'insistenza di questa voce -che in un certo senso sta cantando ma molto lamentosamente- specialmente se ti trovi a dormire all'aperto non distante da una moschea. A chiudere il quadretto sinfonico, pure i cagnolini di fianco a noi si mettono ad abbaiare e a litigare fra loro. Uno riesce perfino a scappare dalla gabbia e saltare sopra al sacco a pelo di MadMax. Da quella notte, decidiamo che possiamo rinunciare all'idea di "dormire sui tetti del Marocco", o per lo meno iniziamo ad apprezzare maggiormente gli ostelli.
Tangeri e l'oceano

Postazione letto su un tetto di Tangeri
Il proseguimento del viaggio è una discesa nemmeno molto graduale verso i climi e i paesaggi subsahariani. Infatti, già arrivati a Fes, la temperatura si assesta sui 40° e la vegetazione stenta a crescere. Ma prima di dirigerci lì optiamo per due deviazioni. La prima verso l'oceano a sud di Tangeri, per vedere i graffiti e le spiagge di Asilah. Sebbene constatiamo l'esistenza di entrambi, vicissitudini con la popolazione locale e una nebbia da pianura padana complicano le nostre semplici intenzioni. Così che ci ritroviamo sul taxi scassato e abusivo del ritorno a mani abbastanza vuote. Tutti ma non MadMax...

Atti osceni ad Asilah
La seconda deviazione è invece verso le montagne dove si trova la città blu di Chefchauen. Capitale turistica del nord e, come appuriamo in breve tempo giudicando dalle offerte che riceviamo, capitale marocchina della coltivazione di hashish. La posizione, i colori e "l'atmosfera" che caratterizzano Chefchauen la rendono appetibile a molti backpackers e viaggiatori, che affollano anche il nostro ostello. In particolare Vacca stringe amicizia con un argentino 50enne plus. Dettoci di essere un famoso scrittore proviamo a cercarlo su google, ma l'unico risultato relativo al suo nome è un truffatore scappato per non pagare le tasse. Incontriamo di sfuggita anche qualche altro soggetto interessante ma ci manca il tempo per approfondire queste conoscenze. Abbiamo una lunga strada davanti a noi e quindi ci fermiamo soltanto una notte. Prima di arrivare a Marrakesh, vogliamo fare sosta anche a Fes, Meknes e Rabat.

Chefchauen, la città blu, vista dalle montagne circostanti
L'arrivo a Fes, la sera seguente in bus, è uno shock. Dopo le strade devastate per arrivare, un manto liscio annuncia la città. Sollevando lo sguardo non si riconosce più il Marocco, ma sembra di stare in qualche nuovo quartiere di Milano. Alla sera le strade sono vuote e larghissime, qualcosa di inaspettato e spettrale. Ma poi tutto torna. Questa non è la vera Fes, bensì "Nuova Fes". Sede degli uffici e dei benestanti. Per arrivare a Fes vecchia occorre prendere un taxi e farsi accompagnare a una delle porte d'ingresso della città. Così facciamo e ci avventuriamo nella medina alla ricerca del nostro ostello. La ricerca si rivela difficile dato che Google Maps si ritrova solo una volta su 10 fra i meandri di Fes, mentre per le restanti 9 il puntino blu della nostra posizione vaga nel vuoto o fra strade che non esistono. Arriviamo a destinazione seguendo un gruppetto di bimbi di strada, che in cambio vogliono qualche dirham. Di Fes dicono che sia la città più rappresentativa ma anche più pericolosa del Marocco. Girando prima di giorno, fra le zone povere intorno alle concerie e verso il "castello" sulla collina di fronte alla città, e poi alla sera, mi rendo conto che c'è del vero in quell'affermazione. Eppure è solo una sensazione, perché in realtà non ci capita nulla di pericoloso o di spiacevole. L'unica cosa è che ci viene negato l'ingresso a ogni moschea e perfino alle strade adiacenti alle moschee dove ci rechiamo. "Gli occidentali non sono benvenuti in moschea e non sono ammessi in questa parte della città durante le ore di preghiera" ci viene ripetuto. Fino all'ultimo non capiamo se è una vera e propria regola, ma ci adeguiamo ad essa. Comunque ci sono altre cose da fare, principalmente camminare. Un pomeriggio incontriamo due tedesche, con cui condividiamo la nostra unica birra marocchina (l'alcohol è vietato dal codice mussulmano e quasi introvabile in Marocco). Ce la beviamo nel terrazzo con piscina di un hotel affacciato dalla parte sbagliata per il tramonto, ma la gratificazione è grande lo stesso.

Una delle porte della medina di Fes
Conceria a Fes. Filtro: lente d'occhiale da sole di Vacca
Meknes e Rabat non ci lasciano entusiasti. Entrambe centri politici, l'una oggi e l'altra in passato, ma poco vive e non così interessanti da vedere. Eccetto alcune eccezioni: la città romana, la "Pompei" del Marocco, a pochi chilometri da Meknes; la città alta di Rabat, affacciata sul porto dove si trovavano le locande frequentate dai pirati e malfattori di Salè; le rovine di Chellah, luogo sacro ora abitato soltanto da cicogne e giardinieri. Ci muoviamo in fretta, approfittando dell'unica tratta ferroviaria del paese Rabat-Casablanca-Marrakesh.

Chellah (Rabat)
Meknès antica

Sceso dal treno, in taxi verso un hotel, Marrakesh e il suo traffico mi spaventano. E' quasi notte, ma la città non dorme e tutti sembrano essere per strada diretti da qualche parte. Mi guardo intorno mentre l'autista improvvisa una sosta presso una solitaria pompa della benzina nel mezzo dell'arteria stradale verso il centro. Moto, pedoni, animali, carretti... Potrebbe essere India, ma invece è Marocco.
La medina è chiusa al traffico, le strade sono troppo strette, ma le moto girano lo stesso. Una piazza gigantesca chiamata Jamaa-El-Fnaa è il punto di incontro della città. Storicamente piazza del mercato, oggi piazza del turismo e pertanto affollata di bancarelle, taxi parcheggiati, musicisti berberi e addomesticatori di serpenti. Ci si può trovare di tutto in piazza Jamaa-El-Fnaa. Di tutto tranne che un po' di tranquillità. Per trovare quella bisogna cercare altrove. Una zona tranquilla, seppur centrale, è quella intorno al Palazzo Bahia. Un'altra è nei pressi della vecchia moschea di Ibn Yusuf.  Altrimenti, fuori dalla città in direzione delle montagne.

Strada nei dintorni della moschea di Ibn Yusuf
Palace de la Bahia (Marrakesh)
I Monti Atlas, con le vette più alte del Nord Africa, non sono lontani. Separano Marrakesh dalla regione desertica a confine con l'Algeria e sono abitate dai berberi, originari abitanti del Marocco prima della sua islamizzazione. Villaggi di argilla mimetizzati a cavallo delle ripide scarpate e dei terrazzamenti coltivati. Fitti boschi mediterranei alternati a enormi valli pietrose. E  alla fine del paese, in prossimità di Ouarzazate e del confine algerino, la sabbia. Prima sospesa per aria, portata dal vento, e poi man mano depositata su ogni superficie, sulle ultime case e sugli ultimi cactus prima del deserto. Anche se a dire il vero la maggioranza dei deserti del Marocco non è sabbiosa, ma "pietrosa". Deserti diversi da come ce li immaginiamo. Accomunati soltanto dal sole e dalla mancanza d'acqua, ma più simili a Canyon e valli di polvere rossiccia. Ma noi optiamo per la sabbia. Un furgoncino da 9 persone guidato da Mohamed, smilzo sessantenne di poche parole seppur allegro, ci porta ai confini del paese in circa due giorni di viaggio. Il cielo stellato sopra il tetto dell'albergo di montagna dove ci fermiamo resta forse il ricordo più emozionate. Un cielo notturno di tale nitidezza non l'ho mai visto prima, e non sarà lo stesso nemmeno la sera dopo dall'oasi nel deserto. Non so se sia la sabbia portata dal vento, le nuvole sopra di noi o soltanto la presenza degli altri turisti convogliati all'oasi, ma quando ci stendiamo a guardare in su...la magia è finita. Le stelle non brillano e il sole dell'alba è pallido e incolore. Prima di poterci accorgere di essere nel deserto del Sahara, ci dicono che è ora di uscirne, o poi farà troppo caldo. Così risaliamo in groppa ai dromedari e ci ri-incamminiamo, nuovamente diretti verso Marrakesh.

Oasi ricavata grazie alla raccolta di acqua piovana 
Dromedari in attesa presso l'ultima città prima del deserto (Merzouga)
In città fa parecchio caldo. Un pomeriggio mi sento la febbre e il mal di testa, e vorrei trovare un angolo di verde dove stendermi un po', ma non è possibile. Invece capitiamo in quella che sembra essere la zona più povera di Marrakesh, intorno a Bab Debbagh. Percorriamo la via dove sono rimaste le ultime concerie della città. Una lunga strada sporca e puzzolente. Tutti stanno in strada o "in negozio", vendendo ogni genere di cose per pochi cent. Come i ghiaccioli scaduti che accettiamo di comprare. Alcuni hanno brutte facce e aspettano agli angoli come spacciatori. Ma poco più avanti scorgo un murales colorato che dà tutto un altro tono alla via. Risalendo verso il centro la via prende le sembianze della medina e si confonde con le altre strade. 

Murales a Marrakesh
Di ritorno dal deserto siamo divisi dal dubbio: possiamo vedere un po' più montagne, tentando la scalata del monte Toubkal, o fare un ultimo saluto all'oceano. Optiamo per l'oceano e ci dirigiamo verso Essaouira. Ci arriviamo con un taxi scassato, che ci scarica all'ingresso della porta principale della città. Il cambiamento di atmosfera e di temperatura è immediato. Non lo vediamo, ma non c'è dubbio che siamo sul mare. Entriamo nella medina, che è piccolina ma molto bella. Lasciamo gli zaini e torniamo subito indietro, perché abbiamo notato un posto dove mangiare dentro il mercato del pesce. Funziona così: prima fai un giro per le bancarelle e ti scegli il pesce che vuoi mangiare, poi quelli del ristorante te lo puliscono e te lo grigliano praticamente in faccia. Il tavolo dove ci fanno accomodare infatti è affacciato tramite una finestra-ingresso sulle griglie. Un fumo e un profumo pazzesco. 
Altra zona interessante della città è il porto, dove inizia un altro mercato e dove si respira di nuovo aria intrisa di pesce. Oltre al pesce, si respirano anni e anni di storia. E' ben conservata Essaouira, con i suoi torrioni, muraglioni e carruggi scuri. L'unico problema è il vento. Il nostro programma di imparare a surfare non può concretizzarsi, non ce le danno le tavole. Nessuno si azzarda a nuotare con quelle onde. Optiamo per una camminata sulla spiaggia, che si rivela un'impresa disperata. Mai fatto così tanta fatica a camminare.

Porto di Essaouira (sopra e sotto)

Dopo la seconda notte torniamo a Marrakesh. Rimaniamo in città un paio di giorni, fino a che non è ora di tornare. L'aeroporto Menara di Marrakesh è un blocco di cemento di quelli che ti aspetti di trovare a Dubai. L'entrata moderna e gli interni lussuosi stonano con l'immagine decadente che ci siamo costruiti nelle 3 settimane trascorse. Ci prendono le impronte digitali e ci timbrano il visto d'uscita. Davanti a noi resta solo un'ultima notte a Madrid, prima del volo per Bologna nel primo pomeriggio. Decidiamo di non prenotare un letto, ma di passare la notte in giro. Iniziamo da El Tigro, dove ordinare un cocktail o una birra include un vassoio di tapas e stuzzichini. I vasi di Mojito che ci portano quella sera sono una manna dal cielo dopo le 3 settimane mussulmane (e quindi semi-astemie) che abbiamo passato. Il guerriero Mad Max ha una febbre da cavallo ma non si rassegna a cercarsi un ostello dove risanare e ci segue con passo trasandato. D'altronde è l'ultima sera dell'intero viaggio, come potrebbe? Passiamo da Plaza Mayor e da Puerta del Sol, ma non c'è molta gente in giro. Finiamo in un altro locale a bere, ma a un certo punto ci dicono che sono in chiusura. E' così che iniziamo a cercare un prato dove sdraiarci. E' calata la notte e fa freddo. Troviamo un posticino nella zona del palazzo reale ma io non riesco a dormire per più di una o due ore. Mi sveglio alle prime luci del mattino e approfitto per fare un ultimo giro. La città si sta svegliando, con i joggers mattinieri e i lavoratori che fanno pausa caffè prima di entrare in metro. Provo una sensazione rassicurante a essere di nuovo in Europa. Poi ordino dei churros che mi lasciano un po' deluso, e mi incammino per raggiungere nuovamente gli altri. Arrivo in tempo per godermi la scena degli spruzzini di irrigazione che innaffiano i miei compagni di viaggio, strappandoli da chissà quali sogni. In qualche ora siamo seduti sull'aereo di ritorno. Seguo i profili della costa e le creste delle montagne, finché non perdo l'orientamento. Ogni pianura mi sembra già Bologna, ma ci vuole molto di più ad arrivare. E' la magia del nostro pianeta e della geografia.

Ultima notte a Madrid

lunedì 30 ottobre 2017

Copenhagen is...

Copenhagen, as every city, has some really cool things to offer. Which “cool things” am I talking about? I’m gonna give you a few examples right now.

For example, I’m talking about Food Sharing Copenhagen. As the name suggests, the project aims at sharing food coming from markets or supermarkets which otherwise would go wasted. A few people started with this idea a couple of years ago or so, now there are usually more pick up days and pick up places every week. The word spread out quickly in town, especially among students, thanks also to the motto “sharing is caring”. However, the volunteers are never enough and the work –collecting the food, transporting it, washing and making a selection of it- is a lot!











I’m talking also about The Floating City, little crazy, hippy, anarchic community.  They are committed to save objects that were thrown away but can still be used in many ways (with some creativity and after a good cleaning). In the warehouse near the central station where they are based there’s space for a laboratory of metal sculptures, another space where to fix and create artistic bikes, a “corner of the free things” and a stage for music and scene.














The Candy Factory (Bolsjefabrikken) is a space that was created out of an old candy factory in Norrebro. Every wall is marked with a graffiti while the air around is always filled by some slow beats of the music. I admit I only went for parties there, however there’s also a community kitchen going on once a week and a bike repair corner.





What I think that these 3 places share is their commitment to the re-use of abandoned spaces and resources to share it with the community. You probably won’t find about them in the Lonely Planet guides, but it’s great (and very underground!) what they are doing, so that’s why they should be supported.