lunedì 30 ottobre 2017

Copenhagen is...

Copenhagen, as every city, has some really cool things to offer. Which “cool things” am I talking about? I’m gonna give you a few examples right now.

For example, I’m talking about Food Sharing Copenhagen. As the name suggests, the project aims at sharing food coming from markets or supermarkets which otherwise would go wasted. A few people started with this idea a couple of years ago or so, now there are usually more pick up days and pick up places every week. The word spread out quickly in town, especially among students, thanks also to the motto “sharing is caring”. However, the volunteers are never enough and the work –collecting the food, transporting it, washing and making a selection of it- is a lot!











I’m talking also about The Floating City, little crazy, hippy, anarchic community.  They are committed to save objects that were thrown away but can still be used in many ways (with some creativity and after a good cleaning). In the warehouse near the central station where they are based there’s space for a laboratory of metal sculptures, another space where to fix and create artistic bikes, a “corner of the free things” and a stage for music and scene.














The Candy Factory (Bolsjefabrikken) is a space that was created out of an old candy factory in Norrebro. Every wall is marked with a graffiti while the air around is always filled by some slow beats of the music. I admit I only went for parties there, however there’s also a community kitchen going on once a week and a bike repair corner.





What I think that these 3 places share is their commitment to the re-use of abandoned spaces and resources to share it with the community. You probably won’t find about them in the Lonely Planet guides, but it’s great (and very underground!) what they are doing, so that’s why they should be supported.


mercoledì 3 agosto 2016

Altro Salento

Arrivo in Puglia un pomeriggio di fine luglio, dopo una partenza prima dell’alba e oltre 10 ore di dormiveglia in macchina. Sono con tutta la famiglia, per quella che potrebbe essere l’ultima vacanza tutti insieme (a settembre me ne andrò a vivere all’estero e chissà quando ritornerò…ma di questa storia parlerò più avanti). 

La nostra base è una villetta squadrata nelle campagne circostanti Santa Maria di Leuca, il punto più a sud del tacco d’Italia (dove Mar Ionio e Mar Adriatico confluiscono). Il mare è a una decina di km in linea d’aria, ma non lo scorgo all’orizzonte nemmeno salendo sul tetto. Da quassù l’unica cosa che si vede sono gli ulivi: infinite distese di alberi perimetrate da muretti di sasso. Un pomeriggio, in cerca di un po’ di calma e di solitudine, decido di inoltrarmici a piedi. Una dopo l’altra, imbocco queste strette strade di campagna (in gran parte asfaltate) e ben presto non so più dove mi trovo. Tanto più che a un certo punto sento della musica e comincio a inseguirla. Si tratta inizialmente di percussioni alternate a un mandolino o a qualche strumento della tradizione pugliese. Pare che qualcuno lì vicino stia provando. Poi però il sound si fa più moderno ed elettronico, e sembra arrivare veramente da un punto vicino. Mi chiedo se in mezzo a questi campi di ulivi non ci sia una qualche casetta riconvertita a centro giovanile o discoteca. Sono molto incuriosito, ma nel frattempo il sole inizia a calare e si accresce in me anche un senso di angoscia. Non conosco queste strade e ovviamente non ho portato il cellulare con me… Alla fine arrivo in un punto più aperto, che affaccia sulla pianura sottostante. Capisco che la musica arriva semplicemente dal paese vicino, dove evidentemente ci sarà un concerto all’aperto. Al che torno sui miei passi per un breve tratto e - un po’ grazie all’intuito, un po’ per fortuna- riesco a tornare a casa abbastanza velocemente.


Il Salento, come tanti posti del Sud Italia, è questo: una terra capace di attirarti con le sue bellezze, rapirti nella vastità delle sue distese e puntualmente deluderti (magari presentandoti un cumulo di detriti e spazzatura all’entrata della più bella spiaggia che tu possa immaginare). Le etimologie del nome Salento conducono tutte alla presenza del mare, con ogni probabilità l’elemento ancora oggi più importante per questa terra. Da alcune decine di anni, migliaia e migliaia di turisti arrivano infatti ogni estate da tutta Italia per goderselo. Si affollano così le spiagge e i borghi più noti (Lecce, Gallipoli, Ostuni, Polignano a Mare ecc). Venditori ambulanti e strutture ricettive fanno così la loro fortuna. Sembrano tutti felici e contenti in questo modo, ma in realtà il Salento comprende anche molto altro che, invece, rimane nell’ombra. Lo si trova nelle campagne e nei paesi dell’entroterra. Nelle cucine e nelle tradizioni folkloristiche. Nei circoli mandolinistici e nelle chiese. Ma come si fa a scoprirlo?


Ancora una volta, il modo migliore è conoscere qualcuno del posto che ti porti in giro. Nel mio caso questo qualcuno si chiama Giuseppe, il fidanzato della mia vicina di casa (nonché cugina aquisita) di Bologna. Io e mio fratello siamo loro ospiti per un paio di giorni. Siamo nell’Alto Salento, a non molti km da Ostuni. Lì ci dirigiamo per la serata, non prima però di una giornata di mare presso la spiaggia di S.Pietro in Bevagna (nella costa ionica) e di un piatto fumante di spaghetti al sugo di pomodoro e fagiolini lunghi. Andiamo ad Ostuni per via di un festival di musiche del mondo, pur consapevoli della quantità di turisti con cui dovremo fare i conti. In effetti “la città bianca” –dove avevamo fatto pausa pranzo all’andata- è quasi irriconoscibile. Essendo così affollate, le piazze e le viuzze assumono un aspetto del tutto nuovo! Rimasti fra gli ultimi spettatori di un concerto di musica messicana iniziato all’una e un quarto di notte, decidiamo che possiamo essere soddisfatti della serata e ce ne torniamo a casa. La mattina seguente, decidiamo di rimanere in zona per la giornata e ci facciamo guidare per il paese e i dintorni. Sebbene le zone costiere possano apparire in tutto e per tutto simili a quelle del Basso Salento, basta allontanarsi un poco verso l’entroterra per notare come le infinite distese di uliveti del Basso Salento lascino il posto talvolta a distese aride e semidesertiche (interrotte soltanto da qualche albero, grotte e cave di tufo o da antiche masserie), talvolta a coltivazioni intensive di pomodori o altri ortaggi. Mentre la vecchia panda di Giuseppe imbocca strade sterrate ed evita buche, mi accorgo di quanto sia essenziale il sole caldo e la luce accecante per queste terre del sud.


Il paese di Giuseppe ha in realtà 20 mila abitanti e si chiama San Vito dei Normanni. Come tutti i paesi salentini che ho visto finora, il centro storico è contenuto ma è molto carino. Un antico castello orientaleggiante e un po’ decadente si affaccia sulla piazza principale, come anche il circolo mandolinistico, una chiesa e un bar coi tavoli all’aperto. Le chiese, sfarzosamente barocche e un po’ fatiscenti, definiscono la parte storica di S.Vito. Forse in questo periodo, forse a quest’orario o forse tutto l’anno, per le strade non si incontra quasi nessuno. Gli unici posti affollati (di soli uomini però) sono i bar. Ce n’è uno in particolare che è molto caratteristico: si trova al piano terra dell’edificio che ospitava il cinema storico del paese, ora non più in funzione perché non a passo coi tempi della tecnologia. L’insegna del vecchio cinema però sovrasta la piazza, che è in realtà un parcheggio ai margini del centro storico. Tutto intorno ai tavolini, dove si tengono fitte conversazioni nella penombra degli ombrelloni, sono ferme tantissime auto e pure un trattore. Quando passiamo noi, ho l’impressione che tutti ci fissino e guardino che cosa facciamo. Dopodiché, oltrepassato il bar e usciti dal centro, è il nulla più totale. Le strade perpendicolari e gli edifici tutti uguali (cubici e a due piani) che stanno ai lati, rendono questi luoghi tristemente prevedibili e desolanti. (Ricordo, a proposito, il senso di gratitudine che può dare anche solo la presenza di una piccola cappella con la Madonna: un goccio di tradizione nel mare di cemento della periferia). Di edicole o attività commerciali di qualsiasi tipo neanche l’ombra. Solo abitazioni, tutte provviste delle tipiche “rezze”, tapparelle in legno utili a mantenere il fresco nelle case e, come mi viene riferito, “a osservare fuori senza essere visti”. Nel pomeriggio usciamo dal paese, verso le campagne. A bordo della panda, mentre Anna ripercorre per noi le affascinanti storie dei suoi antenati, raggiungiamo il famoso campo di ulivi secolari appena fuori. Di lì ci inoltriamo ancora di più per le campagne, iniziando a percorrere strade bianche. Siamo alla ricerca di posti abbandonati. Raggiungiamo una vecchia grotta, nei pressi dei quali è stato costruito un grande muro a recintare quella che è una delle poche masserie ancora "in uso". Lo testimoniano le galline e alcuni panni stesi al sole. Ma è la desolazione più totale, e non ci dispiace molto che l'ingresso sia sbarrato. Nella nostra ricerca raggiungiamo diverse case cubiche costruite alcuni decenni fa dallo Stato e oggi frequentate in gran parte soltanto da gruppi di cani randagi, che ci accolgono con l'affetto di chi vuole giocare (e magari anche qualcosa da mangiare). Ci fermiamo a raccogliere i chili di fichi che pesano sui rami degli alberi. Mamma che dolci... Infine proseguiamo verso la masseria più bella, abbandonata da chissà quanto. E' pieno pomeriggio e non c'è una nuvola in cielo. Mentre camminiamo verso la corte diroccata, sento tutto il calore del sole sotto alle mie infradito. Oltrepassato l'arco di ingresso, mentre attraverso il semi-buio di uno dei grandi saloni, ho l'impressione di trovarmi nel libro di Ammaniti "io non ho paura". La masseria è abitata da piccioni e non ha vetri alle finestre. Ci sono scritte nere sui muri e un po' di sporcizia per terra, ma questi sono gli unici segni dell'arrivo della modernità. Una antica sacralità impregna ancora le stanze dei latifondisti di un tempo, le cui lastre dei pavimenti sono state tutte rubate. Raggiunta la riserva di Torre Guaceto, ci tuffiamo nell’Adriatico. La spiaggia è affollatissima, ma il mare è qualcosa di incredibile.  Le ultime ore insieme le passiamo rifocillandoci all'ombra di un chioschetto nei pressi di una stazione. Dopodiché il trenino per Lecce, dove ci aspettano i miei, arriva puntuale. La solita voce dell’altoparlante di Trenitalia è confortante e anche i 50 minuti di tragitto che ci separano dalla città scorrono in fretta, senza che il controllore abbia il tempo (o la voglia) di controllarci il biglietto. E' il tramonto, e sono felice di condividere questo piccolo tratto con mio fratello.


Lecce è stupenda. Luci calde, roventi pavimenti ciottolati e tanta storia accumulata in ogni angolo ci accolgono con un abbraccio mediterraneo e seducente. E’ sera ed è bellissimo camminare per le sue vie, nemmeno troppo affollate a dire il vero. Tutta la zona fra il duomo e la piazza con l’anfiteatro romano (riportato alla luce meno di un secolo fa) è degna del soprannome che è stato dato alla città: la Firenze del Sud. A pochi km dal mare, di respiro cittadino e non solo città turistica, Lecce è uno di quei posti dove vorresti tornare  ed esplorare più a fondo. Ci fermiamo a ri-mangiare, dopodiché continuiamo ancora un po' questa insolita e felice passeggiata di famiglia.


Gli ultimi giorni sono un ritorno alla “normalità” della vacanza, con la routine e ritmi lenti della famiglia al mare. Giochi di società e sport da spiaggia di ogni tipo animano le giornate, così come la caccia ai pokemon animano le uscite serali nei paesi vicini. La serata che però voglio riordare è quella passata a Specchia, paesino di 5mila abitanti non lontano da Presicce e ,di conseguenza, da Leuca. Arriviamo dopocena, non troppo fiduciosi nei confronti di un manifesto attestante "concerto di pizzica in piazza" per quella sera. E invece ci basta aprire lo sportello della macchina per capire che il concerto c’è, eccome se c’è!! La piazza, con il palco e tutta la gente attorno a ballare, è uno spettacolo. Lo sarebbe già di suo, grazie alla chiesa e ai palazzi eleganti che la adornano tutta, ma con questa atmosfera è veramente un posto magico. Un gruppo di musicisti cantano in dialetto e suonano per il pubblico. C’è un fisarmonicista, un chitarrista, un tamburelliere e due cantanti (uno uomo e una donna). Per tutta sera alternano pezzi della tradizione pugliese a tarantelle e valzer riadattati in chiave salentina. I miei, mia mamma in particolare, ballano come matti. A un certo punto però, i ballerini si fanno da parte e ricavano lo spazio per la “tarantolata”. Una ragazza viene portata in braccio e deposta sul lenzuolo bianco che è stato steso al centro della piazza. Sotto i colpi percossi dal tambrelliere, la ragazza inizia a riprendere i sensi e a risvegliare le membra del suo corpo. Per un tempo indefinito gli sguardi di tutti sono ammaliati dalla creatura bruna avvolta nel lenzuolo bianco. Il ritmo del tamburo scandisce il suo nome ad alta voce: si chiama "Puglia" e ci ha tutti stregati!


lunedì 4 luglio 2016

Sulla Via degli dei

IL VIDEO!

16-19 giugno 2016: 4 giorni di cammino per percorrere i 100 km che separano Bologna da Firenze e che costituisccono la famosa "Via degli Dei". (In realtà -sarà forse il periodo- di altri camminatori lungo la via ne incontriamo ben pochi!). Video ideato e realizzato dal mio amico Leo, godetevelo tutto!
 


                



IL RACCONTO

Ore 06.30, giovedì. Nonostante l'ora presto il sole è già alto e la nostra avventura sta per iniziare. La macchina -già piccola di suo- è stipata dai nostri zainoni. Io li guardo dubbioso, so che dovremo portaceli in spalla e che non sarà facile. Arrivati in stazione facciamo un'ultima selezione delle cose di cui possiamo fare a meno, ma non riusciamo a cavare fuori quasi nulla..."vabè, partiremo così!" A dispetto dell'itinerario tradizionale -che vedrebbe la partenza da Piazza Maggiore a Bologna e l'arrivo a Firenze in 5 giorni- noi decidiamo di partire da Sasso Marconi, in modo da tagliare qualche ora di cammino e provare a raggiungere Firenze con un giorno d'anticipo (entro domenica sera).

Arriviamo a Sasso in un batter d'occhio e, per prima cosa, ci avviamo verso il centro per prendere un "caffè di incoraggiamento" (Jonathan è seriamente spaventato dall'idea di rimanere senza caffè nei giorni a seguire, ed ha pure minacciato di portarsi un fornellino da campeggio con tanto di bombola del gas). Incontriamo un abitante chiaccherone, appassionato di caccia e di ricerca dei funghi, che ci dà qualche dritta sul percorso migliore da intraprendere per il primo tratto. (In realtà, senza farlo apposta, seguiremo l'alternativa meno bella (e meno ripida) di quella consigliataci.)

Dopo un primio tratto su strada asfaltata, inizia la salita fra i boschi del Contraforte Pliocenico. Si fa il grosso del dislivello in pochi chilometri -seguendo un sentiero che viene utilizzato anche dalle mountain bike- e si arriva a questo spiazzo molto bello (con tanto di spazio griglia). Lì la tentazione di considerarsi già abbastanza soddisfatti, stendersi sull'erba per un po' e poi magari far dietro front è facile che arrivi. In fondo il San Luca è ancora così nitido e a portata di mano...
Però desistiamo da questi pensieri e tiriamo dritto. Due signori ci danno indicazioni e ci incoraggiano, dicendo che "tre giovani come noi possono arrivare ben oltre Monzuno e raggiungere anche Madonna dei Fornelli in giornata" (erano le 11 passate). Dopo sei ore, trascorse a cercare di lasciarci indietro (invano) la collina su cui sorge la chiesa di S.Luca, siamo ancora ben distanti da Monzuno. Il monte Adone -diventato ben presto Monte Metadone (in seguito anche alla dislessia travolgente post traumatica e post affaticamento che ha caratterizzato i quattro giorni)- e gli zainoni sulle spalle, ci hanno veramente sfinito. Siamo costretti a fermarci abbastanza spesso per riprenderci un po' dal peso e dal caldo. Il tratto che segue la salita al Monte Metadone (un sentiero sassoso che poi cede il passo a una strada non trafficata ma davvero rovente) sembra non finire mai. Così dopo qualche altra ora, quando vediamo Monzuno nemmeno troppo in lontananza ma notiamo un autobus e una rispettiva fermata nelle immediate vicinanze, ovviamente non disdegnamo uno strappo (che ci viene gentilmente offerto dall'autista).




Arrivati in paese a Monzuno, un po' preoccupati per qualche problema tecnico alle scarpe (mie e di Jonathan) e per la ricerca di un posto dove dormire, ci capita il miracolo. La voce incredula di Jonathan, allontanatosi momentaneamente da noi per cercare un negozio di scarpe, riecheggia per le strade di Monzuno e arriva fino a noi col suo accento marchigiano: "Madonna mia! Madonna mia!!! Hahahaha Madonna!". Dopo poco eccolo arrivare di corsa, annunciandoci di avere incontrato "amici". Sono amici di suo fratello maggiore in realtà, appena traferitisi lì da Bologna. "CI OSPITANO LORO, TRANQUILLI RAGAZZI!". In effetti eccoli arrivare dopo pochi minuti! Sono una coppia di ragazzi poco più grandi di noi (beh forse un po' più grandi sì, ma non saprei dire quanto). Carichiamo tutto in macchina e accettiamo la proposta di una signora del posto, che ci invita a fermarci alla sagra di non so che...dove servono tigelle, hot dog e crescentine fritte. Ci ingozziamo come matti, pensando che si tratti della cena. In realtà, quando arriviamo a casa, Miguel si mette a cucinare. Mentre si parla e si rattoppano un po' gli stivali, viene preparata una pasta alle patate da fuori di testa. Il profumo ci riapre lo stomaco e mangiamo di gusto anche quella. E dopo cena, è un vero piacere stare seduti all'aria di montagna in compagnia e con la pancia piena. Ci andata davvero bene! Anche perchè in questo modo dormiremo su dei letti veri e non in tenda. Non solo, al nostro risveglio ci aspetta una colazione super e un passaggio in macchina fino all'imbocco del sentiero. Non sappiamo come ringraziare: ora abbiamo il corpo e gli stivali risanati e una giornata di sole davanti. Ci abbracciamo calorosamente e ci incamminiamo di buon passo.


Quel giorno (venerdi) diamo una svolta al nostro cammino, arrivando a Madonna dei Fornelli per l'ora di pranzo (dove però dobbiamo fermarci ben oltre a causa di altri problemi tecnici) e raggiungendo il Passo della Futa per cena. Il tratto di strada è abbastanza impegnativo ma molto bello. Inoltre la maggioranza di esso è sentiero di bosco (ricalcando in parte quella che era
l'antica Via Flaminia, costruita e lastricata dai romani per fini militari e in certi tratti recuperata attraverso uno studio archeologico) e il caldo si fa sentire molto meno del giorno precedente. Svalicato il confine tosco-emiliano e arrivati alla Futa, ci sistemiamo con le tende in un campeggio. Approfittiamo anche per prenderci una pizza e concederci un po' degli Europei che si stanno giocando.



La mattina dopo, sabato, ci svegliamo presto e un po' acciaccati dall'umidità e dal fresco "d'alta quota" (circa 1000 metri). Ma proprio per questo la doccia calda è una vera goduria rigenerante. Così come è anche la colazione al bar del campeggio, dove approfittiamo per fare un po' di mente locale sul resto della strada mancante. Ci rimettiamo in cammino, facendo però una breve tappa al curioso cimitero dei soldati tedeschi (decine di migliaia) caduti durante la seconda guerra mondiale nell'Italia settentrionale (voluto e getito tuttora dal governo tedesco, ma situato nel cuore della nostra penisola). Manteniamo il passo e raggiungiamo S. Agata nel tardo pomeriggio. Ci fermiamo a contemplare la chiesa e la placida vita di paese (per altro molto carino) per un'oretta, ma poi -ingannati da un vecchio mugnaio mezzo sordo sui tempi di percorrenza- decidiamo di provare a fare il colpaccio e cercare di raggiungere S.Piero a Sieve. A detta del vecchietto ci separava soltanto un'oretta di strada, ma invece (non è ben chiaro per quale motivo) impieghiamo circa tre ore estenuanti per arrivare. Il sole è già calato da un pezzo e i piedi sono al limite della sopportazione quando raggiungiamo roccambolescamente il campeggio "Mugello verde". Senza più forze (nemmeno di spostarci dal punto in cui abbiamo piantato la tenda), consumiamo con piacere la quasi totalità delle provviste e della spesa fatta a S.Agata. Dopodiché il sonno piomba quasi immediatamente su ognuno di noi, e abbiamo giusto il tempo di lavarci i denti al bagno vicino e trascinarci verso i nostri sacchi a pelo.

Domenica, ci accoglie al nostro risveglio un cielo grigio e notizie di pioggia imminente. Reduci anche dalle fatiche del giorno prima, decidiamo di comune accordo che non dobbiamo dimostrare proprio nulla a nessuno (a eccezione della mamma di Leo, che non dovrà leggere questo articolo e dovrà continuare a pensare che abbiamo raggiunto Firenze completamente a piedi in 4 giorni) e che possiamo benissimo farci l'ultimo pezzo in treno. D'altronde -anche nell'itinerario tradizionale- l'ultimo tratto di strada è il più lungo (11.30 h di cammino) ed è percorribile coi mezzi soltanto partendo da S.Piero o da Fiesole, che rischiamo di non riuscire a raggiungere messi come siamo messi. Così smontiamo tutto con calma e ci dirigiamo verso la stazione, dove puntualmente perdiamo il primo treno utile e aspettiamo il successivo (concedendoci una seconda colazione al bar vicino). Così alle 11.30 di mattino, arriviamo "belli riposati" e asciutti in stazione a Firenze (dove ci lasciamo indietro pure 2 zaini su 3). La pioggia arriva ma in modo molto meno drammatico di quanto preannunciato. Comunque sia, il nostro giro per ill centro di Firenze -dopo giorni di soli alberi e montagne- è un tuffo improvviso, ma piacevole, nella civiltà. Che impressione farsi largo tra la folla di turisti (incappucciati sotto i ponchi colorati) per attraversare il Ponte Vecchio! Alle 17 e qualcosa, montiamo di nuovo sul treno e ripercorriamo alcuni dei monti e delle valli che ci siamo fatti a piedi. Osserviamo questi luoghi e questi nomi, ora familiari, da un nuovo punto di vista. Una volta ancora, come quando guardavamo le valli intorno a noi dalla cima dei sentieri d'alta quota e ci stupivamo del cambio di prospettiva, i nostri occhi vedono diversamente i luoghi di questo territorio e percepiamo diversamente le distanze che lo costituiscono. (Ok... in realtà il viaggio di ritorno è stato corredato anche da diversi sonnellini e momenti di "abbiocco", però -almeno per me- è stato anche tutto questo). Infatti penso proprio che, come diceva o scriveva qualcuno di importante, camminare sia qualcosa di profondamente istruttivo. A livello storico-geografico ma anche e soprattutto personale.



Durante il cammino è scattata la diatriba sulla questione: "Ma anche farlo da soli quanto sarebbe bello questo cammino?". Beh io resto dell'idea che sia andato come è andato (benissimo) proprio perchè eravamo noi 3. Una squadra ben assortita: con Leo che fa video e si porta dietro la sua farmacia ambulante, Jonny che dice cazzate e fa valere il suo "praticismo scout" e io che non faccio niente (cammino, e pure lento). E poi certo, il culo fa. Che fa tanto. Però se posso dare un consiglio a chi vuole partire per la Via Degli Dei: non fatelo ad agosto, ma a giugno magari, anche se è fuori stagione (e chi deve intendere intenda =D).