domenica 12 gennaio 2020

"Lunga vita al cevapi - Roadtrip nei balcani". Parte I: Bosnia e Croazia

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I Balcani. Come suggerisce il nome di derivazione turca, terra di montagne. Terra di confini: crocevia fra l'oriente e l'occidente da una parte; groviglio di lingue, monete e religioni diverse dall'altra. Terra di povertà, malvivenza e arretratezza, nell'immaginario comune. Terra triste (di guerre e storie feroci), ma allo stesso tempo terra zingara e follemente libera e felice. Terra snobbata e sconosciuta. Eppure Europa, seriamente dietro l'angolo.

Partiamo a inizio agosto per il nostro IperBalkanTour. Siamo in tre, a bordo di una Suzuki Switft: io, Enrico detto Enne e Francesco detto Vacca. Abbiamo compresso nel nostro "programma di viaggio" mille cose diverse e 4000 km di strada da fare, pur avendo poco più di 10 giorni di tempo. Il nostro programma di viaggio è scritto su un pezzo di cartone che ci portiamo con noi: è una linea colorata, che man mano si riempirà dei nomi delle città e delle persone incontrate; l'itinerario in realtà è in parte pre-determinato dagli ostelli e dagli air bnb che abbiamo prenotato pochi giorni prima (e un po' a caso).

Graffiti di Sarajevo, prima meta di questo viaggio

Da sinistra N, io e Vacca
La prima tappa è la Slovenia, quel cantone italo-austriaco che si trova già all'interno della penisola balcanica pur essendo così diverso: alpino, pulito, ordinato. In realtà io me la vedo soltanto dal finestrino, di passaggio, perché raggiungo i 2 miei compagni di viaggio (Enrico detto Enne e Francesco detto Vacca) direttamente in Croazia, perdendomi il pernottamento a Lubiana e la deviazione nelle montagne slovene alla ricerca del "famoso" ospedale partigiano (nascosto fra i boschi e le rocce per rimanere invisibile ai raid aerei tedeschi della seconda guerra mondiale).

Ci incontriamo in prossimità del traghetto per Cres, un' isola del nord della Croazia, dove facciamo il biglietto e ci imbarchiamo con anche le macchine. Oltre a noi ci sono Elena, Chiara e Alek, che hanno saggiamente deciso di iniziare la loro vacanza croata in compagnia di 3 uomini vissuti come noi. L'attraversata dura circa mezzoretta, meno del tempo che in seguito impieghiamo per raggiungere la casa sperduta che abbiamo prenotato. Quando arriviamo, l'euforia prende il sopravvento perché il posto e la casa sono davvero carini. Andiamo subito a buttarci in mare, resistendo al freddo dell'acqua e alle punte dei sassi sotto ai piedi (dopo 10 giorni di mare del Salento queste cose si notano immediatamente). Però, immergendo la testa e nuotando ad occhi aperti, lo spettacolo è meraviglioso: il blu dei fondali è accecante, mentre la sensazione tonificante e di purezza che dà l'acqua gelida sulla pelle è indescrivibile. Alla sera un forte temporale si abbatte sulla nostra casetta, dove ci ripariamo a giocare a macchiavelli e a rimpinzarci in perfetto clima da rifugio alpino.

Quando ci svegliamo i fulmini e le nuvole scure se ne sono andate, ma è rimasto un simpaticissimo vento croato ad agitare la mattinata. Ci spostiamo con le macchine e arriviamo a Lubenice, paesino arroccato su una scogliera che dà a picco sul mare. In poco più di tre quarti d'ora l'abbiamo già girato  tutto e decidiamo di ripararci dalle folate di vento entrando al “Sheep breeding museum”, unico museo del paese. Ci accoglie una signora mingherlina molto simpatica, che ci invita a iniziare la visita. Vecchie fotografie e brevi paragrafetti in inglese ci introducono a questa arte secolare che è l'allevamento delle pecore. Come oggi avviene quasi dovunque, anche a Cres i pascoli e i pastori stanno scomparendo, e con loro le tradizioni basate sui frutti di questa attività. Cattura particolarmente il nostro interesse un video artigianale che riprende una vecchia signora ben piazzata ad armeggiare con strumenti altrettanto artigianali per ottenere la tipica forma di formaggio di pecora di Cres, formaggio che con nostro grande dispiacere non abbiamo modo di assaggiare. Infatti subito dopo ci dirigiamo a piedi verso il mare.

Lubenice (Croaziainfo.it)

Un sentiero a tratti ben battuto e a tratti molto pietroso attraversa la macchia e discende la scogliera. Impieghiamo un'ora buona per percorrerlo tutto e raggiungere la spiaggia. Quando arriviamo, capiamo che ne è valsa la pena: la spiaggia, anche questa di sassolini, è lì tutta quasi per noi e il mare è ancora migliore del giorno prima. Da un lato della spiaggia ci sono delle rocce verticali (dalle quali ci si può tuffare e andare in esplorazione con la maschera) e, letteralmente fra gli ultimi alberi del bosco e il mare, c'è anche una vecchia casa di pescatori con gli scuri colorati. Con nostra grande sorpresa, una coppia smacchina un po' con un paio i chiavi e ci entra dentro, lasciandovi i propri zaini. A quanto pare air bnb è arrivata fino a lì, a un'ora di scarpate dal paesino senza alimentari di un'isola della Croazia... (Eppure quando notiamo i kayak che spuntano dalla cantina e la griglia con il tavolino in giardino quella che proviamo è pura invidia!!).

Un'altra spiaggia da vedere -a detta della signora del museo- è a un paio d'ore di cammino da lì.  A quanto pare, ogni giorno verso le 17 in una grotta raggiungibile solo a nuoto da lì, si verifica un fenomeno di luci e colori per il quale val la pena portarsi dietro la maschera. Così nel primo pomeriggio riprendiamo il cammino attraverso la macchia per raggiungere il posto entro le 17. Le grotte effettivamente sono belle, ed è un'emozione1 inoltrarsi in apnea negli anfratti completamente bui e ghiacciati per raggiungere la grande “sala” nascosta, illuminata soltanto da pochi raggi di luce che fuoriescono dalle feritoie nella roccia. Però per sfortuna o per altri motivi, il misterioso fenomeno  non si rivela ai nostri occhi.

Il ritorno alle macchine è molto barcollante, ma è premiato da un tramonto arancione che non scorderò mai e da un giro di Karlovačko freddissime nell'unico chiosco del paese. Prendiamo con noi (e shockiamo un po', con la nostra espansività) una ragazza austriaca in cerca di un passaggio.  Quella sera, purtroppo già l'ultima in Croazia, troviamo pure l'energia per uscire e farci un giro a Cres città, il centro principale dell'isola. Guidati dal ritmo incalzante di una musica lontana e di forte impronta balcanica, scendiamo fino alla piazza centrale, che è ricavata fra una zona di porto e la città vecchia.

Scatti dall'isola di Cres, nei pressi di Lubenice

La mattina dopo, a malincuore, ci separiamo. Grazie alla fortuna sfacciata che ci accompagnerà per tutto il viaggio, siamo gli ultimi della lunga fila di macchine a essere imbarcati sul traghetto per l'isola adiacente a Cres (Krk). L'isola di Krk, a prima vista meno brulla delle vicine Cres e Pag, è collegata alla terra ferma grazie a un ponte (a pagamento ma solo in entrata, e che quindi noi sfruttiamo gratuitamente). Tornati così sul continente, iniziamo la nostra discesa verso sud.

Percorriamo buona parte della costa Croata e deviamo verso l'entro terra soltanto all'altezza dei Laghi di Plitvice, dove facciamo tappa. Il salasso del biglietto (quasi 20 € per gli studenti) e il bagno di folla che ci accoglie rovinano lo spettacolo naturale che ci troviamo davanti. Con il muso lungo di chi sente di aver preso una mezza fregatura, ci avviamo per le passerelle di legno e non manchiamo di sfruttare le navette e i battelli che vengono messe a disposizione dei visitatori. In effetti il Parco è veramente immenso e ben curato. I giochi d'acqua e i colori degli alberi varrebbero il costo del biglietto forse (no ma che sto à dì? i parchi non si pagano ecchè c...), ma il giorno (una domenica) e il periodo li abbiamo sicuramente sbagliati. Poco prima della “chiusura dei cancelli” e di ritornare alla macchina, mi riprometto di tornarci a gennaio la prossima volta e di trovare il modo per farla alle guardie. 


Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice (foto: unconventionaltour.net)

Guidando guidando inizia a calare la notte e la camera nell'ostello della gioventù che abbiamo prenotato in una delle prime città bosniache dopo il confine (Jajce), mi sembra non arrivare mai. Attraversiamo zone di montagna e vallate immense e incontaminate. Una in particolare -dove avremmo scioccamente voluto trovare un posto per mangiare- è degna delle praterie americane che si vedono nei film western, di quelle dove vivevano le mandrie di bisonti e gli indiani giravano a cavallo. Chilometri e chilometri dopo, nel primo paese che incontriamo, mangiamo il primo "cevapi" della nostra vita. Fino al confine con la Romania, le insegne delle “cevapierie” ci perseguiteranno, ma noi non avremo più il coraggio di mangiarne altri. E dire che è un piatto buono da mangiare... Eppure il senso pesantezza e di untuosità che questo piatto è in grado di evocare in noi sarà più forte. Fatto sta che, da quel momento, il cevapi diventa per noi il valore economico di riferimento indiscusso. Utilissimo per chi non mastica molto i marchi bosniaci e i dinari serbi.

A mezzanotte arriviamo finalmente a Jajce e ci sistemiamo. Dopo un po' di meritato wifi, siamo tutti e tre nel mondo dei sogni. Io però mi sveglio presto e approfitto per farmi un giro nella città. Le strade sono ancora deserte e arrivo con facilità alla parte vecchia, che è lì tutta per me nella sua decadenza e nel fascino medievale che emana ancora. Nel punto più alto si trova il castello, che però trovo chiuso "per lavori di restauro" (di cui non si vede traccia dall'esterno). Tutto intorno si sviluppa a cono il centro storico. Mi colpisce soprattutto una chiesa cristiana, di cui oggi sopravvive soltanto lo scheletro e il campanile. Non c'è più il tetto e nemmeno porte e finestre, mentre un folto manto di erba e di muschio è cresciuto al posto del pavimento.

Chiesa scoperchiata a Jajce
Intorno alla collina del castello si estendono altre colline (proprio come a Sarajevo), dove si stagliano tantissime case bianche coi tetti rossi e i minareti appuntiti. Tornando all'ostello, sul lungo fiume, vedo che finalmente la città si sta svegliando: davanti ai pochi chioschi di souvenir compare la merce in esposizione, le strade iniziano a riempirsi di macchine e i primi vecchietti si sono seduti ai tavoli dei bar. Anche i miei compagni si sono svegliati, e così impacchettiamo tutto e scendiamo per la “colazione”. Fra virgolette perché, mentre noi mandiamo giù a fatica i biscotti e la frutta che ci sono rimasti, un altro gruppo di ragazzi prepara la sua di colazione: in piedi intorno al fornello, aspettano visibilmente affamati che una sorta di brodino di carne sia pronto.

Alle 11 del quinto giorno facciamo il nostro ingresso trionfante a Sarajevo. Senza rendercene conto percorriamo tutta la Sniper alley (il viale dei cecchini), simbolo dell'assedio della città, durato dal '92 fino alla fine del '95. Oggi è un viale talmente tanto trafficato, che si ha altro a cui pensare. Per fare una brutta battuta: oggi si rischia la pelle in altro modo, sulla Sniper alley. Con fatica raggiungiamo un parcheggio coperto che crediamo essere vicino al nostro ostello. In realtà si rivela essere vicino alla reception dell'ostello, mentre le camere che ci rifilano si trovano a più di 20 minuti a piedi da lì, in cima a una salita ripidissima. Quando arriviamo, la scena che ci si presenta davanti è una di quelle dei film di Kusturica. Due baracche ospitano le camere e due cucini dell'anteguerra (con la bombola del gas bella in vista e una vecchia stufa a scaldare l'ambiente), mentre alcuni tavoli da sagra costituiscono lo sala da pranzo all'aperto e in compagnia di un bel gruppetto di galline e di vecchi che guardano storto. 


Lo spazio comune del nostro ostello a Sarajevo

Quartiere dei fabbri e dei ramini a Sarajevo
Nonostante questo spettacolo cerchiamo di prenderla sul ridere e, cucinando una "pasta con tonno" senza olio e senza padella, ci immedesimiamo molto con il personaggio trash di BelloFigo, pensando che dovremmo esserci noi nel video mica lui. Se non altro ci caliamo subito nello stile della città, che si rivela molto trash, sporchina, un po' antica un po' moderna, intellettuale, un po' pazza e un po' triste, ma interessante in ogni suo angolo. Diversa da ogni altra città vista finora. Non è un caso che Sarajevo venga definita la “Gerusalemme d'Europa” o la “Porta d'oriente”: qua l'occidente convive caoticamente con i bazar, le moschee e tutto ciò che la dominazione turca ha lasciato in eredità. Ognistradina sprizza di vita e ti travolge nel suo vortice di strani rumori e grossi mezzi sfreccianti a pochi centimetri dai marciapiedi strettissimi e sconnessi. Fa uno strano effetto Sarajevo, con le case decadenti e colorate del centro e l'aria bizzarra delle persone che la popolano. A me mi conquista subito. 

Decidiamo di dedicare il pomeriggio al centro storico. Ci spostiamo a piedi, passando per i principali punti d'interesse (alcuni molto turistici). Uno dei più interessanti è secondo me il cimitero mussulmano, composto da lapidi bianchissime e sottili su cui si trovano in rilievo i nomi arabi dei defunti. Da lassù si ha anche una bellissima vista sui sobborghi della città. Entriamo folgorati nella Casa Svrzo, una volta appartenente a una famiglia della nobiltà ottomana e oggi aperta al pubblico come casa-museo. Attraversiamo il bazar e ci rimpinziamo di dolci e bevande calde a lato della moschea più antica della città (spendendo forse 2 euro in tutto).

Dopodiché una bellissima ma molto "nebulosa" serata al Kino Bosna, locale vintage ricavato da un cinema dismesso ma ben conservato, dove una volta a settimana si esibiscono musicisti di Sevdah: la tradizionale musica romantica e malinconica della Bosnia. In realtà noi non siamo molto malinconici quella sera e approfittiamo dell'incontro con altri giovani viaggiatori (e dei buoni prezzi della birra) per sbronzarci un po'. Il ritorno all'ostello è una mini odissea indimenticabile: a una trasgressiva pisciatina di gruppo da un ponticello e a un'allucinato trip sui salici piangenti, segue un'inaspettata tappa storica nel normalissimo sito in cui fu ucciso Francesco Ferdinando nel '14 e una disperata realizzazione che i nostri bancomat non funzionano più che la salita verso il letto non finisce mai.

Cortile della moschea di Sarajevo
Un cimitero di Sarajevo
La mattina seguente abbiamo la lucidità di comprendere che siamo a Sarajevo e non possiamo starcene a letto, abbiamo ancora tutti i luoghi della guerra da vedere. Ritiriamo la macchina dal parcheggio e torniamo al viale dei cecchini, Ulica Zmaja in bosniaco. Lentamente, palazzo dopo palazzo, il viale viene risanato e sta tornando alla normalità. Negli anni '90 però questa era un punto clue. O per lo meno è diventato un simbolo dell'assedio serbo, visto che era soprattutto lì, nella zona fra il museo nazionale e l'hotel Holiday, che cadevano civili sotto i colpi dei cecchini appostati. Quelli che cadevano non potevano farne a meno di spostarsi, per andare a fare un po' di spesa o per rifiuto di quella situazione di prigionia.

Parallelo al viale dei cecchini si stende un altro viale, si chiama Viale Vilsonovo, e per la città è sempre stato un simbolo opposto: con i suoi tigli e la romanticità del lungo fiume, è stato il punto di incontro degli innamorati e delle famiglie. Per tanti anni ha simboleggiato la quotidianità e la tranquillità della vita, ma a un certo punto -per 5 lunghi anni- non è stato più accessibile. Tutto questo lo impariamo un po' da una guida molto speciale ("Scoprire i Balcani. Storie, luoghi e itinerari dell'Europa di mezzo" - CIERRE Edizioni), un po' dal singolare Museo della Storia di Sarajevo.

Il museo, nella sua disorganizzazione e nel palazzo stesso dal quale è ricavato, contiene l'essenza del '900 della Bosnia e di Sarajevo, che viene ripercorso soprattutto tramite fotografie e oggetti vari. Da lì ci spostiamo al Tunnel Museum, che invece è fuori Sarajevo e serviva a collegare l'aeroporto (dove arrivano gli aiuti umanitari) al centro-città. Una ricostruzione di un tratto del tunnel originale e altre testimonianze di quegli anni ci fanno calare di persona in quello che doveva essere il conflitto balcanico a Sarajevo.

Tornati in macchina discutiamo delle dinamiche che hanno portato alla guerra e di come questa si sia sviluppata, ma più ne parliamo più ci sembrano intricate le vicende di quegli anni. E ci lasciamo alle spalle Sarajevo. Sebbene la città e gli incontri che facciamo ci spingerebbero a restare di più, abbiamo la pazza idea di raggiungere Belgrado in giornata. Così, ancora una volta, eccoci montare in macchina, impostare il vecchio navigatore di Enne (il quale non solo va riavviato dopo ogni spegnimento del motore, ma a quanto pare non è mai stato aggiornato e si perde facilmente) e lasciarci trasportare dal rombo della Suzuki. Abbiamo ancora tanta strada davanti a noi e l'avventura è appena iniziata!

Il Tunnel Museum
La ricostruzione della città




martedì 17 settembre 2019

Uganda - Parte III - "Una Finlandia equatoriale"

La zona a sud dell'Uganda è ricoperta di boschi ed è contornata da grandi e piccoli laghi. Non me l'aspettavo, nel mio immaginario non c'era questo lato rigoglioso e acquifero dell'Africa. Mi aspettavo piuttosto delle savane e delle gran distese aride, e invece mi sono trovato davanti una specie di "Finlandia equatoriale".

E' intorno al Queen Elizabeth National Park che inizia questa regione. Siamo infatti nella faglia Albertina della Rift Valley, culla dell'umanità e generatrice di impressionanti vulcani e catene montuose. Già solo a una trentina di chilometri a sud di Fort Portal si trovano una miriade di piccoli laghi di origine craterica: i Crater Lakes legati al vulcano Katwe. Io e Yasmin ci arriviamo a bordo di un auto scassata, guidata dall’ennesimo tassista abusivo. La morfologia del territorio non rende semplici gli spostamenti su strada, dove sono le moto a farla da padrone. Alcuni insediamenti si trovano infatti arroccati sui lembi di terra compresi fra i laghi di montagna, mentre le strade sono sterrate e in certi punti fangose.

I Crater Lakes sono molti (una trentina), ma noi ci dirigiamo verso il Lake Nkuruba, che a detta di alcuni è il più bello. Si trova all'interno di una riserva naturale, che lo circonda tutto intorno. Su nostra richiesta, ci viene concesso di piantare la tenda a pochi passi dall'acqua, dove alcuni giovani occidentali stanno facendo il bagno. Man mano che scende la sera, mentre io combatto per cuocere un po' di riso su un falò, mi sento sempre più "risucchiato" dalla giungla. I suoni che ci circondano sono qualcosa di incredibile... E la sensazione che provo, non appena passata la frustrazione per la mia incapacità scoutistica, è di pura ammirazione per questo habitat primordiale. E' la stessa che provo la mattina dopo una volta in acqua, mentre la foresta si sta svegliando e le scimmie bianche e nere iniziano a lanciarsi da un albero all'altro.


Io in attesa presso una delle poche pompe di benzina della zona, nel mezzo di un mercato in alta quota

Un lago craterico e, sotto, il lago Nkuruba con un abitante

E' invece pomeriggio quando raggiungiamo le porte d'ingresso del Queen Elizabeth National Park, una delle aree protette più famose del paese. Ci accampiamo appena fuori, presso un campeggio situato a riva del grande Kazinga Channel. Ci viene detto che il corso d'acqua è abitato da ippopotami e coccodrilli, ma che non dobbiamo preoccuparci "perché non si avventurano mai fino a quassù". Ecco, di lì a poche ore saremo svegliati proprio da una rumorosa famiglia di ippopotami, fortunatamente senza realizzare di cosa si trattasse.

E' durante la stessa notte, apprendiamo, che 13 leoni vengono avvelenati a morte da alcuni allevatori esasperati dagli attacchi al loro bestiame. Ce lo dice un giovane biologo inglese, da settimane sulle tracce dei leoni presenti nel Parco. Improvvisamente prende il sopravvento in me una sensazione opposta a quella provata il giorno prima sulle rive del lago Nkuruba: una forte rabbia e una schifosa vergogna per chi ha compiuto questo atto sacrilego, nei confronti della creatura forse più rappresentativa di questo luogo primordiale. 

Ma purtroppo non possiamo farci niente, per cui ci tiriamo su e ci prepariamo a iniziare un altro giorno a spasso per questa Finlandia equatoriale. Ad attenderci c’è una buffa guida, navigata e bella in carne. Da lei imparo che le ananas vanno tagliate per il lungo, come si fa per le angurie, dato che la parte più zuccherina si trova al centro del frutto. Ovviamente la prima fetta, tagliata in modo errato e pertanto alquanto insapore, l’avevo offerta a lei…ricevendo in cambio un secco rifiuto e un’offesa per la mia sfrontatezza (prima) e per la mia imbranatezza (poi). 

Il Parco è immenso, rispetto al Parco delle Murchison Falls c’è una densità di animali un po’ minore e meno imbarazzante. Vediamo comunque un po’ di tutto e poi ci dirigiamo a mangiare presso un locale affacciato sulla spiaggia dove giornalmente avviene un raduno di mammiferi d'ogni tipo che neanche il Jova Beach Party. Sulla via d’uscita dal Parco carichiamo il figlio della guida, un ragazzone febbricitante per via della malaria. Ci spiegano che c’è poco da fare al riguardo del problema malaria: ormai sono abituati a conviverci e nessuno -eccetto gli occidentali- fa uso delle profilassi per la malattia, è poco pratico e costoso. Sarà anche per questo che vediamo tante persone appisolate in giro per l’Uganda.

Scatti dalle Murchison Falls e dal Queen Elizabeth National Park



A ovest, nelle foreste di confine con Congo e Rwanda inizia l'habitat dei gorilla beringei (specie a rischio estinzione fino al 2018). Noi la costeggiamo a bordo di un matatu e raggiungiamo Mbarare di sera, dove mangiamo una buona pizza (la prima in Uganda) e alloggiamo vicino alla stazione degli autobus. Poi la mattina seguente ripartiamo procedendo in direzione del Rwanda, fino a raggiungere Kabale. Kabale è piccolina, fondamentalmente una strada con case e negozi ai lati. Ci accorgiamo che ci sono parecchi turisti occidentali in giro. Mentre un senza-tetto dorme a un lato della strada principale, sul cemento: lo sorprendo lasciandogli un pezzo di pane per colazione.

Poi ci attiviamo per raggiungere la nostra destinazione: il Lake Bunyoni. Abbiamo letto di un campeggio su una delle isole al centro del lago e vorremmo accamparci lì con la tenda per i prossimi giorni. Non è cosa facilissima raggiungere il lago, poiché c'è una vera e propria montagna a dividerlo dal paese. Ancora una volta ci affidiamo ai boda-boda, ovvero ai motociclisti che si improvvisano tassisti. Coi nostri zainoni e con il peso di una persona in più, i poveri motorini a 2 tempi se la vedono brutta su per le salite...ma ce la fanno! Ci scaricano in riva al lago, dove aspettano pronti i tassisti abusivi d'acqua, con le loro piccole imbarcazioni colorate di blu e di giallo.

Quando gli diciamo "Grazie ma non ci serve un passaggio, vorremmo raggiungere l'isola in canoa", i traghettatori ridono e ce lo sconsigliano fortemente. Alla fine ci accompagna uno di loro, con la barca a motore. (Effettivamente l'isola era molto lontana e fortunatamente non ci siamo intestarditi). Il campeggio si estende all'intera isola, che non è molto grande. Si respira un'atmosfera stranamente occidentale: le varie aree del campeggio sono debitamente segnalate con dei cartelli, ogni cosa è costruita con cura, prevalentemente usando il legno (dall'edificio centrale con cucina, reception e veranda vista lago, alle compost-toilet in giro per l'isola e ai bungalow costruiti sopra e sotto agli alberi) e in generale tutto è molto tranquillo e pulito. Il mistero dietro a questa atipica isola d'Uganda è presto svelato: è un architetto americano che ha investito in questo progetto.

Tuttavia, ci accorgiamo nei giorni seguenti che in generale tutta l'area intorno al Lake Bunyoni -caratterizzata da coste frastagliate e meticolosi terrazzamenti, degni delle piantagioni di thé asiatiche- tende a distinguersi dall'Uganda vista fino ad ora. Dev'essere l'influenza del vicino Rwanda, ad oggi uno dei paesi più democratici e più sviluppati del continente (a quanto ci dicono le persone che incontriamo). Il lago stesso è un eccezione, essendo l'unico o tra i pochi laghi balneabili (è profondissimo, "biharzia free" e privo di ippopotami e coccodrilli). In giro per le isole e lungo le coste del lago si trovano dei Resort di lusso, che evitiamo come la peste. 


Il Lake Bunyoni con il sole [fonte: https://www.bunyonyi.org] e, sotto, prima della pioggia

Nel pomeriggio abbiamo la sciagurata idea di noleggiare una “tree dugout canoe”, fondamentalmente un tronco scavato all’interno. Pesantissima. Aggiungiamoci che né io né Yasmin siamo dei grandi esperti di canottaggio, ma che abbiamo idee diverse su come pilotarla e che siamo entrambi testardi come dei muli. Il risultato è presto servito: mani sanguinanti, meta assolutamente non raggiunta e un’incazzatura reciproca alle stelle. Paradossalmente, a salvarci è una pioggia torrenziale che ci costringe a ripararci e a tenerci caldo a vicenda dentro a una cabina avvistata vicino alla riva di un’isola. 

Il resto della giornata va decisamente meglio. Ci facciamo un giro sull'isola dove siamo praticamente naufragati e avvistiamo la prima e ultima zebra, e soprattutto il primo struzzo (simbolo nazionale), del nostro viaggio. Poi una volta tornati otteniamo il permesso da parte dello staff di usare la cucina del campeggio per cucinare il nostro cibo, mentre lo cheff e le donne dell’isola sono all’opera con le loro ricette. Il gestore del campeggio ci invita poi a fare uso della biblioteca e a noleggiare un film. Sembra stupido, ma dopo oltre 2 settimane senza tv, potersi guardare “L’ultimo Re di Scozia” è un piacere grandissimo. Purtroppo però siamo ormai alla fine del nostro viaggio. Yasmin e io abbiamo percorso già molta strada, e non siamo neanche troppo stanchi. Ma è ormai tempo di tornare verso la capitale. Lei vuole avere il tempo per salutare alcune delle persone che la hanno accompagnata durante queste settimane di interviste e di ricerca sul campo. 

Così il giorno seguente raggiungiamo nuovamente Mbarare, con un’altra sciagurata idea in mente: prendere un autobus notturno fino a KampalaInutile dire che il mezzo non parte finché anche l’ultimo sedile non viene riempito, se non ti è chiaro il concetto leggi l’episodio Uganda - Parte 3 "Un vecchio bus verso ovest" su questo blog e capirai. Seduto di fianco a noi noto subito un signore un po’ anziano in condizioni abbastanza precarie. Nel corso della notte la sua situazione sembra peggiorare, al punto che mi sento in dovere di fargli prendere qualcuna delle medicine che mi sono rimaste. Lui accetta di buon cuore e poi si addormenta, per poi alzarsi, ringraziare e scendere in qualche parte imprecisata dell’Uganda. Davanti a noi c’è invece il tipico ragazzo che non possiede (o non vuole usare) le cuffiette ma che ha davvero bisogno di ascoltare della musica. Il problema è che possiede una sola canzone, “Buffalo Soldier” di Bob Marley, e che non se ne stanca. D’altronde neanche l’autista ha intenzione di rinunciare alla musica, che viene sparata insieme ai video musicali dallo schermo davanti.

E così, accompagnati dalle sonorità africane di Eddy Kenzo con interferenze jamaicane, e interrotti ogni tanto dai deliri del vecchio morente, ci dirigiamo verso la capitale. Il bus sembra fermarsi in continuazione. E nonostante sia notte, alle fermate c'è comunque gente che vuole vendere qualcosa. Finalmente verso le 5 di mattina arriviamo, sonnolenti, e fuori c’è una pioggia dirompente. Io sono molto confuso perché nessuno si muove, tutti continuano a dormire. Eppure siamo arrivati… Scendo per vedere se siamo effettivamente a Kampala e se c’è qualche mezzo per raggiungere il centro. Lo siamo. Un tizio al riparo di una tettoia mi dice: “Musungu, con la pioggia i boda-boda non lavorano: tutti aspettano che smetta. Altrimenti costa troppo”. Ringrazio e torno sul bus, ma fa caldo e non c’è aossigeno lì dentro. Così convinco Yasmin a prendere un taxi (un uber per la precisione), mentre nessun’altro si muove e io mi sento ancora una volta un’occidentale viziato.

Un paio di giorni dopo siamo di nuovo quasi ad Entebbe, dove il nostro viaggio era cominciato (vedi Uganda – Parte 1. “Entebbe e la mia valigia”). Ci aspetta una notte in aeroporto a Nairobi, in Kenya, e un cambio ad Amsterdam. Poi il freddo Aprile della Svezia, e la vita di tutti i giorni dello studente sotto tesi, ci aspetteranno al varco. Ma prima, a pochi passi dal Lake Victoria, il tassista accosta la macchina e ci propone di scendere. “Un ultimo saluto a questa terra!” dice. Così scendiamo e raggiungiamo la riva del lago. Un gruppo di uomini e di ragazzi del posto è intorno a un fuoco sulla sabbia. Uno di loro, vedendoci lì a guardare lontano, si avvicina a noi. Si rivolge soprattutto a me. E’ palesemente sotto effetto di qualcosa, e così dal nulla mi dice: “You how it is to become a father? Like a resurrection”. 

Con questa immagine in testa lascio l’Uganda. Un paese con una situazione demografica opposta al paese da cui provengo (il 50% della popolazione ha meno di 15 anni). Un paese dove le persone sono povere e non possono godersi le bellezze che la loro terra avrebbe da offrire, perché spesso accessibili soltanto al portafogli occidentale. Un paese accogliente, dove molti sono disperati ma sanno ancora assaporare la vita e ti guarderanno con curiosità. Un paese dove il turismo di massa non è ancora arrivato. Un paese con 40 lingue e un imprecisato numero di religioni e credenze. Un paese che ha visto la guerra civile e che ora vive all’ombra di una dittatura mascherata, ma che non si è affatto spento. Un piccolo paese pieno di cose grandi: le montagne, il Nilo, i laghi, la RIft Valley e la foresta equatoriale. Un paese africano, che già questo basterebbe a giustificare un viaggio se si vuole mettere il naso fuori dal rassicurante orticello di casa e farsi un’idea della parola “diversità”.

Io, Yasmin e le giraffe 

martedì 2 luglio 2019

Uganda - Parte II. "Un vecchio bus verso ovest"

Un vecchio bus senza scritta del capolinea e un sacco di persone al suo interno. Un autista circondato da valigie polverose, incluse le nostre. Poi il rombo del vecchio motore e il macchinoso cambio di marcia. E' cominciato così il nostro viaggio da Karuma a Fort Portal, città secondarie dell'Uganda. Un viaggio come molti altri, eppure in qualche modo speciale.

Un matatus si ferma per il rifornimento di bibite e snacks 
Sin dal principio, le circostanze di questa storia sono state un po' caotiche. Anche se poi si sono raddrizzate un poco. E' iniziato tutto così: per una questione di soldi, veniamo fatti scendere all'improvviso dal nostro mini-van (sì, abbiamo posseduto un mini-van! non nostro ovviamente, ma a noleggio). Il contatto che ci era stato passato da un ranger del Rhino Sanctuary, in grado di fornirci un mini-van e un autista per raggiungere la parte nord-occidentale del paese (quella in cui si trova la maggior parte dei grandi parchi nazionali, dove è obbligatorio possedere un veicolo per accedervi), si è dimostrato essere un bastardo. Infatti ci ordina telefonicamente di scendere in strada immediatamente dopo la prima tappa (le Murchison Falls), non appena noi rifiutiamo i suoi "nuovi termini" riguardanti il costo totale del pacchetto. A noi questa nuova cifra sembra una vera e propria truffa, per cui raccogliamo tutti i nostri possedimenti e iniziamo a metterci in cammino, nel bel mezzo del nulla. 

Fortunatamente, l'autista e il passeggero/guida che abbiamo caricato hanno buon cuore e tornano indietro per accompagnarci almeno alla fermata più vicina. Non appena salutati e rimessi gli zaini in spalla, tempo meno di 8 secondi, eccoci a bordo di un nuovo mezzo: il vecchio bus senza capolinea. Il "conductor" e alcuni passeggeri dell'autobus sono infatti corsi in strada verso di noi appena notatici. Ci prendono gli zaini, ci mettono 2 biglietti in mano e ci scortano verso un paio di posti fatti liberare per noi. Non ci è dato scegliere o parlare, tutto si svolge fulmineamente.

L'autobus è sporchino e ricoperto di polvere ocra-rossastra. All'interno, tutto ha un vecchio aspetto ed è in condizioni precarie, con molti dei sedili consumati o mezzi stracciati. In più, fatico a capacitarmi del carico di valigie e persone al suo interno. Tutto sommato vi ripongo poca fiducia, specialmente guardando alla strada disastrata di fronte a noi. Eppure siamo qua. Con il calore del motore che ci brucia i piedi e i nostri culi che fanno su e giù peggio che in una montagna russa.

Fuori c'è uno spettacolo di animali, veicoli improvvisati e umani intenti nelle attività più disparate (o addormentati nell'ombra). Sono certo che sarebbe anche un magnifico concerto di rumori, ma il rombo del motore copre ogni cosa. Intorno a me ognuno è seduto appiccicato all'altro. Non molti parlano, ma sembra di essere tutti parte di una stessa famiglia.

Strada ugandese attraverso una savana
Un insegnante, alcuni ragazzi di una scuola di turismo locale e noi presso le Murchison Falls
Yasmin e io siamo seduti davanti, proprio dietro all'autista. C'è anche un uomo abbastanza giovane che condivide il sedile con noi. Dapprima non dice niente. Ma dopo un po' lo vedo sorridere in direzione della mega piuma che ho attaccato al mio cappello. Allora con una mossa glielo provo sulla sua testa. La gente intorno a noi ride e noi iniziamo a parlare, mentre Yasmin pian piano si addormenta.

Viene fuori che lui è un agricoltore e ha 4 figli, i quali vanno tutti a scuola (cosa di cui lui è molto orgoglioso). Mi dice che deve lavorare molto per poterceli mandare, e che il suo campo sta a 3 ore di distanza, sebbene Sam provenga in realtà da una zona fertile. "Posso fare più soldi lì. Coltivo mais e fagioli e poi li vendo all'Azienda". Gli chiedo quale azienda, e lui mi spiega che è una multinazionale straniera che ordina e compra prodotti da agricoltori come lui. Provvede anche fornire semi, pesticidi e fertilizzanti.

Il fatto dell multinazionale mi turba un po'. Quando gli dico quel che penso (cioè che potrebbe anche considerare altre opzioni, per non sottomettersi alla multinazionale e praticare un tipo di agricoltura sostenibile), mi sento saccente e idealista. Le mie obiezioni mi paiono così vuote rispetto al suo bisogno di mantenere 4 figli...Eppure lui sembra comprendere le ragioni di quel che dico. Non ribatte granché, ma i suoi occhi sembrano conoscere queste cose. Ad ogni modo non voglio andare oltre con questa discussione, e ricordandomi del mio cappello che è ancora sulla sua testa non posso che sorridergli.

Sam e il mio cappello 
Circa ogni 30 minuti l'autobus si ferma in un villaggio, dove stormi di persone aspettano pronti: vendono cose da bere e da mangiare ai passeggeri attraverso i finestrini. Non appena ci vedono, iniziano a insistere più veemente, urlando con eccitazione: "Musungu! Musungu!" (Bianco! Bianco!). Questa volta compriamo una bibita molto intensa e rinfrescante allo zenzero. E in qualche modo, dopo 50 o 60 km di strade bucate, raggiungiamo Masindi.

Da Masindi, un paesone molto povero, non siamo lontani dalla riserva naturale di Budongo, che è la destinazione di Yasmin per via della sua ricerca sulla gestione delle aree forestali. Sulla strada per la riserva passiamo vicino ai terreni infiniti di una multi-nazionale indiana, forse la stessa di cui parlava Sam. Infine raggiungiamo la casupola di legno all'ingresso della foresta, da cui emerge un guardiano che ci lascia passare. La cosa che noto subito è la quantità impressionante di farfalle, e poi il fresco che c'è nella foresta.

Il centro di ricerca è un insieme di casette bianche al centro della riserva. Sin dal 1990, qui si studiano gli scimpanzé e gli impatti della gestione forestale sulla biodiversità. Il gruppo di ricerca è piccolino e si vede che non sono molto abituati a ricevere ospiti, così rimaniamo il più possibile discreti. E il giorno seguente siamo pronti a proseguire il nostro viaggio, stavolta in direzione di Hoima.

Un babbuino cerca di introdursi nel centro di ricerca
Il matatus ci lascia nel mezzo di una grande piazza con un mercato, limitata in ogni lato da edifici alti con dei bei tetti e un sacco di "matatus" e di "boda-boda" parcheggiati (furgoncini e moto-taxi) al centro. Noi scappiamo via dalla calca di tassisti e venditori ambulanti, che ci parlano tutti insieme. Non appena chiusa la porta dell'ostello, lasciandoci tutto il rumore alle spalle, ci appoggiamo sul letto e per 2 ore non riusciamo ad alzarci dalla stanchezza.

Poi usciamo nuovamente in strada, mentre la notte è calata. Le notti africane sono di un nero scurissimo e rimpiazzano il giorno MOLTO in fretta. Anche in vere e proprie città come Hoima, si direbbe che l'elettricità non sia cosa comune. In alcune strade, dei fuochi all'interno di barili metallici fanno luce al posto dei lampioni. Ci sono persone e c'è della musica nell'aria, ma proviamo comunque una sensazione di disagio e allora aumentiamo istintivamente il passo.

Siamo diretti verso un posto dove mangiare di cui cui ho letto sulla guida. Quando arriviamo, ci accorgiamo di essere gli unici clienti e 2 donne ci accolgono con entusiasmo. Vicino al bancone c'è un tavolino con una grossa pentola contenente una zuppa di arachidi, da cui spuntano delle teste di pesce. Mangiamo di gusto, evitando però le teste, e spendiamo in tutto circa 7 o 8 € (30 000 shilling ugandesi).

Il giorno seguente torniamo nella stessa strada per fare colazione. In Uganda, alla mattina si mangiano più o meno le stesse cose della cena: riso, fagioli, platano o patate bollite e all'occorrenza della carne. Ma va bene, abbiamo di fronte a noi tanta strada e ci serve dell'energia. Dall'area delle Murchison Falls, siamo infatti diretti ancora più a Ovest verso le Rwenzori Mountains, le quali dividono il paese dal Congo.

Da Hoima, i matatus accompagnano fino a là per qualche dollaro. Così saliamo a bordo di uno di questi. Il matatus è ancora mezzo vuoto, l'autista non è pervenuto, così aspettiamo. Dopo 40 minuti siamo ancora fermi, essendoci alcuni posti ancora liberi. E nell'attesa, un tizio dall'aspetto stravagante attacca bottone con me.

Vuole convincermi di chiamarsi "Jerry the killer", di avere 40 fratelli e di essere un soldato. Non un militare dell'esercito, ma un "Revolutionary", un militante di guerriglie. Ha combattuto in Sud-Sudan, "dove le persone erano animali impazziti, non umani". Dice di essere famoso nella zona e che le donne lo adorano molto. Nel frattempo non posso smettere di guardare i suoi occhi rossi, quasi fuori dalle orbita, e il suo modo drammatico di usare il corpo mentre mi parla. In tutta onestà ha abbastanza l'aria di un tossico dipendente, e alcuni passanti scherzano su di lui, ma nel frattempo Jerry inizia a darsi da fare per noi.

Jerry the killer
Visto infatti che dopo che altri 20 minuti  di attesa le nostre anime di occidentali iniziavano a essere impazienti, Jerry ci introduce ad alcuni tassisti privati e inizia a contrattare sul prezzo per noi.  Dal momento in cui abbiamo considerato l'idea di andare in taxi, l'interesse generale sembra spostarsi su di noi e una folla di gente (anche non tassisti) inizia a circondarci. Sembra quasi che la decisione riguardo a chi debba aggiudicarsi questa somma di denaro appartenga alla comunità, dato che all'improvviso ognuno suggerisce persone diverse e lancia le proprie ragioni. Alla fine seguiamo quello che sembra essere il volere della gente e ci facciamo accompagnare da un ragazzone verso la sua macchina.

Ci vergogniamo un po' di aver confermato il cliché dell'occidentale "ricco" e viziato, che può permettersi di prendere un taxi anche per fare una distanza lunga. Ma già dopo un po' di strada, non ci pentiamo più. Siamo anzi molto grati di essere a bordo di un auto spaziosa e con gli ammortizzatori che funzionano.

Così arriviamo a Fort Portal, l'ultima città prima delle montagne. Insieme a Kasese, la città è un punto di partenza per molti dei sentieri migliori nel paese. Le Rwenzori Mountains sono infatti una catena montuosa importante, dove la cima più alta (The Mount Stanley) raggiunge i 5109 metri. L'area montuosa è protetta da un Parco Nazionale, all'interno del quale è purtroppo molto costoso rimanere (40€ dollari al giorno). Per questo motivo siamo costretti a rinunciare all'idea di fare un trekking vero e proprio, ma optiamo per un giro più tranquillo sulle pendici delle montagne non lontano dalla città.

Già lì, in una zona fondamentalmente di alta collina, lo scenario è totalmente diverso da quanto visto prima. Ad accoglierci c'è una foschia autunnale, posata sopra il verde tropicale di lunghissime piantagioni di caffè. Salendo man mano di quota, insieme a una guida che fa parte di un'associazione che promuove il turismo responsabile, passiamo vicino alle ultime case del paese e vediamo brillare i tetti in lamiera delle case di sotto. Le pendici scoscese intorno a noi sono tutte coltivate, principalmente a patate e fagioli. Seppur rade, vediamo case sparse un po' dappertutto e vediamo anche la scuola sul fondovalle.

Panorama in direzione di Fort Portal


Il ragazzo che ci fa da guida ci racconta quanto creda nell'importanza della scuola, non soltanto per le nuove generazioni ma per tutta la comunità. Lui stesso insegna volontariamente nella scuola per trasferire le conoscenze di base agli adulti del suo paese. Tuttavia ci fa capire abbastanza chiaramente che le risorse a disposizione della scuola non sono sufficienti. Anche i proventi della sua associazione, che vengono devoluti al funzionamento della scuola, sono pochi. Infatti il turismo sulle Rwenzori Mountains, che avrebbe in realtà un grande potenziale, non si è mai risollevato veramente dopo le guerre civili in Congo ed Uganda. Questa zona viene percepita come pericolosa ed è tagliata fuori dai principali circuiti turistici.

Noi continuiamo il nostro cammino e infine raggiungiamo le porte del Parco Nazionale. Probabilmente nessuno ci vedrebbe entrare, ma è meglio fermarci lì e scongiurare ogni problema. Inoltre siamo già molto contenti perché, proprio lì a due passi dal confine, abbiamo incontrato il  nostro primo camaleonte. Un animale preistorico e pacato, più grosso di quanto immaginassi. E soprattutto non multi-color o megasuper-transformer...Durante il nostro incanto davanti a lui (o lei), durato almeno 5 minuti, il camaleonte è rimasto lo stesso, così come lo vedete in foto. Eppure ci è voluto un locale per scovarlo, perché gli occhi appannati di due occidentali non l'avevano notato!

Il Jackson's chameleon dell'Africa orientale, esemplare di maschio
L'inizio del Rwenzory National Park


Un qualche extra:

  
Show improvvisato per noi, vicino all'albero sacro di Nakaima a Mubende (https://www.ugandasafaristours.com/blog/nakayima-tree-tree-mystery.html)

 
Strada di campagna vicino al Lake Wamala vista da un boda-boda


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giovedì 7 marzo 2019

Uganda - Parte I. "Entebbe e la mia valigia"

Un grande mercato. Questa la prima impressione che ho dell'aeroporto di Entebbe. E' sera tardi, ma in molti brulicano nel grande atrio con al centro la cinghia per il ritiro valigie. Ai lati vedo negozi che sembrano di un'altra epoca. Aspetto la mia valigia, ma non arriva. Man mano le vedo diminuire una dopo una, finché non rimangono le ultime due a girare a vuoto. Ma la mia non c'è. Mi dicono di non preoccuparmi e di lasciare un indirizzo e un numero di telefono. Faccio così, ma sono preoccupato che la valigia se la sia presa qualcuno mentre io ero trattenuto per il controllo documenti. In ogni caso non ho molta scelta ormai, il mercato si è svuotato e Yasmin mi sta aspettando da più di un'ora.

La vedo attraverso il vetro...si è fatta le treccine ("braides") come usa lì. Ci abbracciamo dopo più di un mese e mezzo e le spiego cosa è successo, ma il tassista e Bridget (amica e collaboratrice di Yasmin) hanno giustamente voglia di darsi una mossa dopo tutta questa attesa. Così partiamo.
Dal taxi per Kampala (la capitale), noto subito una cosa: il nero intensissimo della notte. Non ci sono lampioni, e le uniche luci provengono dalle abitazioni che incontriamo sulla strada. Man mano noto quanta gente in realtà ci sia in giro, nel buio più pesto. Provo un sentimento strano...all'improvviso ho le sue mani fra le mie e mi trovo in Africa.

Con l'avvicinarsi della città si amplificano i rumori e inizia il traffico. Dopo circa un'ora arriviamo all'hotel. La zona è quella dell'università di Kampala, che si chiama Makerere. E' piuttosto su e giù come quartiere e ci sono molte stradine buie in terra battuta. Quasi ad ogni incrocio ci sono gruppi di motociclisti che aspettano. Sono i boda-boda, moto-tassisti. Man mano mi accorgerò di quante motociclette girano per il paese. E' qualcosa di incredibile...Mi vien detto che i boda-boda offrono il modo migliore per girare in città: vanno veloci, incuranti del traffico e spesso anche delle regole, e costano poco.

Makere University - Kampala

I boda-boda aspettano all'ombra
Nei tre giorni che seguono nessuno sa dirmi nulla riguardo alla mia valigia. Il quarto giorno mi dicono che sono riusciti a rintracciarla, in qualche modo è rimasta ad Amsterdam durante lo scalo. Ma dovrebbe arrivare la sera stessa o al limite il giorno seguente! Così decidiamo di cercare da dormire a Entebbe e guardarci un po' la città nell'attesa della valigia.

Entebbe è una città di circa 70 000 abitanti, a meno di un'ora da Kampala. Durante il periodo coloniale inglese era stata scelta come centro politico del protettorato. Il nome stesso "ntebe" significa "seggio" in Lugandese, uno dei dialetti più parlati in Uganda. Rispetto a Kampala, Entebbe è molto più tranquilla e più "vuota". Si vede di più l'influenza occidentale nell'architettura e nelle infrastrutture.

Una delle prime cose in cui ci imbattiamo, dopo aver lasciato le nostre cose, è un campo da golf. Colpiti dal vedere famiglie ugandesi alle prese con le mazze e i mini-van, mi avvicino di qualche metro e faccio per scattare una foto. Neanche un minuto dopo, un addetto del golf club si avvicina minaccioso pretendendo che lo seguiamo presso l'ufficio e che paghiamo una multa o non so che per essere entrati nella loro proprietà. Fortunatamente, dopo una discussione di almeno 5 minuti e la cancellazione davanti ai suoi occhi della foto, riusciamo a proseguire (senza multa). 

Yasmin a spasso fra le ville di Entebbe
Campagna intorno ad Entebbe
Ma l'attrazione principale di Entebbe è senza dubbio il Lake Victoria, il lago più grande d'Africa. Camminiamo scalzi sulle rive del lago, che ricadono in parte all'interno del giardino botanico della città. E' il tramonto e ci sono centinaia di uccelli che volteggiano intorno a un'isolotto poco al largo, sono pronti per andarsene a dormire. Invece noi, volendo proseguire lungo la riva, usciamo inconsapevolmente dal giardino botanico e ci ritroviamo all'interno di una mini-baraccopoli semi-buia. Ci sono baracche in lamiera, gente che cucina all'aperto con fuoco alimentato a carbone e file di panni stesi da un albero all'altro. Curiosamente nessuno sembra fare caso a noi, che risaliamo il villaggio in cerca della civilizzazione e dell'asfalto. Mi sembra incredibile che esista questo ecosistema di povertà, nascosto ma a due passi dalle villone e dagli uffici con vista lago.

Finito di mangiare (ovviamente pesce) in un posto per turisti, ma vuoto visto la bassa stagione, ci dirigiamo verso l'aeroporto in boda-boda. In prossimità dell'aeroporto c'è un posto di blocco, oltre il quale i boia-boda non sono ammessi (non lo sapevamo). Dopo qualche minuto di discussione vien fuori che se noi diamo "qualcosina", tipo 10 dollari, alla guardia allora potremmo passare. Ma invece decidiamo di salutare il moto-tassista e la guardia e proseguiamo a piedi. Se non che, un tassista, vistoci camminare, insiste gentilmente per offrirci un passaggio gratuito fino al terminal, che accettiamo di buon cuore.

L'aeroporto di Entebbe, ad oggi l'unico internazionale del paese, è diventato famoso per via di una vicenda incredibile successa nel 1976 che è conosciuta come Operazione Entebbe. E' infatti verso questo aeroporto che fu dirottato un volo della Air France per mano del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Il volo era partito da Tel Aviv, aveva fatto scalo ad Atene ed era diretto a Parigi. A bordo c'erano 248 passeggeri più l'equipaggio (12 persone), e una buona parte dei passeggeri erano israeliani. L'intento degli attivisti palestinesi, che furono supportati anche attivisti tedeschi presenti durante l'azione, era di portare l'attenzione mediatica sulla situazione palestinese e di richiedere che vari compagni di lotta al tempo imprigionati venissero scagionati in cambio della liberazione degli ostaggi. L'aeroporto di Entebbe venne probabilmente scelto per via della presenza di Amin al governo del paese, il quale si dimostrò simpatizzante nei confronti dell'FPLP. L'aeroporto venne trasformato in un fortino militare, dove gli attivisti e i militari ugandesi tennero prigionieri i passeggeri per svariati giorni. Il governo israeliano, trovatosi in una situazione molto difficile, decise di non cedere al ricatto e invece preparò un'azione militare per la liberazione degli ostaggi e l'uccisione dei sequestratori. Per conoscere l'esito della storia, consiglio di vedere il bellissimo film "7 days in Entebbe", uscito nel 2018!

Daniel Brühl nei panni di un'attivista tedesco delle Revolutionäre Zellen, coinvolte nel dirottamento del volo Air France 139 

Idi Amin, presidente dell'Uganda dal '71 al '79. Per un approfondimento su di lui e sull'Uganda di quegli anni,  il film "L'ultimo re di Scozia" è molto consigliato

Ritornando a noi, sono le 22 passate quando riusciamo a entrare in aeroporto (in condizioni molto meno drammatiche di quelle del '76). Ci tocca aspettare parecchio, ma a un certo punto mi fanno entrare in un ufficio. Mi dicono: "We have your bag!". E appoggiano sul banco una valigia tutta avvolta con della plastica verdastra. A me questo già mi pare strano, ma poi vedo il biglietto di imbarco e leggo: "Gonzales". E' chiaro che questa non è la mia valigia, e lo capiscono anche loro. Così mi fanno uscire, e ci tocca aspettare ancora, un po' meno speranzosi di prima. Ma in realtà, mezzora dopo, quando mi richiamano dentro, riconosco subito la mia valigia. Ce l'abbiamo fatta! Tra un po' mi vien da piangere, ma non perché ci fosse chissà che lì dentro. Semplicemente perché mi sento di nuovo equipaggiato e ho l'impressione che finalmente questa avventura in Uganda può cominciare per davvero!


Il Lake Victoria al crepuscolo